Laureatosi in Architettura al Politecnico di Milano nel 1952, l’anno seguente Lodovico Meneghetti fonda a Novara, con Vittorio Gregotti e Giotto Stoppino, lo studio di architettura, urbanistica e design Architetti Associati Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino. Il sodalizio, attivo anche a Milano dal 1963, si scioglie nell’ottobre del 1969: anno in cui i tre architetti lasciarono definitivamente lo studio in via De Togni a Milano.V. Marchetti, Gli architetti associati Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino. Interni ed allestimenti 1951-1969, tesi di laurea Politecnico di Milano, Milano, 2016, pp. 42, 80. http://hdl.handle.net/10589/121969

Chiamato nell’Msa (Movimento studi per l’architettura) e nell’Adi (Associazione disegno industriale), in seguito aderisce all’Inu (Istituto nazionale di urbanistica), diviene consulente della Gescal (Gestione case per lavoratori) e l’Ises (Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale) lo nominerà progettista di fiducia, soprattutto riguardo all’edilizia scolastica. Dal 1956 al 1960 è assessore all’urbanistica, ai lavori pubblici e all’edilizia privata del Comune di Novara, nel 1962-1963 guida il gruppo di tecnici che progetta il nuovo piano regolatore generale, il piano di edilizia economica e popolare e il piano particolareggiato esecutivo sull’area di una grande caserma.

Dal 1970 si impegna a tempo pieno nell’insegnamento e nella ricerca alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e nel 1972 accetta la direzione dell’Istituto di Urbanistica.

Nel 1983 fonda con Giancarlo Consonni e Graziella Tonon l’archivio Piero Bottoni: una raccolta documentale di architettura, urbanistica, design, di politiche locali e nazionali.http://www.archiviobottoni.polimi.it/fr_archiviointro.htm Direttore del dipartimento di Progettazione dell’architettura del Politecnico di Milano dal 1985 al 1988, rilancia la rivista «QD. Quaderni del Dipartimento di progettazione dell’architettura». È autore di numerosi libri e saggi su temi relativi al territorio, al paesaggio, alla città, alla cultura architettonica e urbanistica, al compito sociale del design, ai problemi della scuola nell’insegnamento del progetto ed infine al ruolo delle amministrazioni pubbliche. Dal 2003 è opinionista di Eddyburg (sottotitolo originale Giornale e archivio di urbanistica politica e altre cose): sito, che si occupa di città, società e politica, fondato nello stesso anno dall’ingegnere urbanista Edoardo Salzano.

Biografia Lodovico Meneghetti nasce a Novara il 2 giugno 1926; nella città natale frequenta le scuole elementari, il Civico istituto musicale Brera, il ginnasio ed il liceo. Nel febbraio del 1942, il padre Mario Meneghetti, storico centromediano e bandiera del Novara Calcio dal 1908, muore in un tragico incidente sul lavoro in ferrovia. Alla fine della guerra Meneghetti si iscrive alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e contemporaneamente fonda un quintetto jazz chiamato Hot Solitude (titolo di un song di Ellington) insieme ad Angelo Paccagnini (clarino e sassofono tenore), che anni dopo sarà un protagonista dell’avanguardia musicale, Franco Francese (tromba), Piero D’Aquino (contrabbasso e violino) e Franco Anfossi (batteria).Cesare Bermani, Cronaca Novarese, in D. Vitale, (a cura), Le stagioni delle scelte: Lodovico Meneghetti, architettura e scuola, Padova, Il poligrafo, 2011, pp. 187-193 Ancora studente, Meneghetti lavora prima nello studio di Franco Albini e poi in quello dei BBPR, dove crea con il grafico Toio Bonfante un album di prospettive, fotomontaggi e descrizioni per la presentazione del progetto Torre Velasca. Sciolto il gruppo degli Hot Solitude, inizia a disegnare in uno studio di ingegneria del gruppo Anic-Montecatini. Verso la fine del percorso universitario, Meneghetti partecipa ad alcuni concorsi di scenografia, vincendone due, per il Macbeth (1950) e per La casa sull’acqua di Ugo Betti (1951), poi realizzata alla Casa del popolo di Novara. Intanto firma i primi lavori con il futuro socio Vittorio Gregotti. I progetti di questo periodo mostrano l’interesse per le avanguardie del primo Novecento. La stessa tensione culturale si ritrova in altre scenografie che rimandano agli ibridi di Prampolini o ai figurini di Depero.V. Marchetti, Gli architetti associati Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino. Interni ed allestimenti 1951-1969, tesi di laurea Politecnico di Milano, Milano, 2016, pp. 31-33. http://hdl.handle.net/10589/121969 Nel 1952, Meneghetti cura con Vittorio Gregotti l’allestimento di due mostre al Palazzo del Broletto di Novara: la Mostra sulle deportazioni nei campi di concentramento nazisti e la Mostra retrospettiva del libro novarese del Quattro-Cinquecento, entrambe incentrate sull’uso della luce e sull’adeguamento all’ambiente architettonico storico.V. Marchetti, Gli architetti associati Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino. Interni ed allestimenti 1951-1969, tesi di laurea Politecnico di Milano, Milano, 2016, pp 30-35. http://hdl.handle.net/10589/121969 Il 31 luglio dello stesso anno Meneghetti discute la tesi di laurea: Progetto di una nuova Facoltà di architettura e Proposta di un teatro all’aperto per bambini nel Parco Sempione. Nella stessa sessione si laureano Vittorio Gregotti, Gae Aulenti e Francesco (Franco) Buzzi Ceriani. Nel settembre del 1955 Meneghetti sposa Angela Gennaro (Torino, 1932), laureata all’università di Pavia in scienze biologiche, dapprima borsista del Cnr per ricerche sul cancro nel Centro radiologico dell’Ospedale maggiore di Novara, poi titolare di Scienze naturali al liceo Giacomo Manzoni di Milano.

Lo studio degli Architetti Associati Nel 1953, il gruppo formatosi dietro i banchi del Politecnico di Milano (Lodovico Meneghetti, Vittorio Gregotti e Giotto Stoppino) apre in via Del Carmine lo studio degli Architetti Associati. Come scrive lo stesso Meneghetti in Le stagioni delle scelte, il terzetto condivideva la passione non solo per l’architettura e il progetto, ma anche per la musica, la pittura e la letteratura entro forti interessi per la storia e l’attualità dei problemi sociali.D. Vitale, (a cura) Le stagioni delle scelte: Lodovico Meneghetti, architettura e scuola, Il poligrafo, Padova, 2011, pag.17 Le prime architetture degli Architetti Associati si connotano per libertà compositiva, sperimentazioni materiche e critica ai dettami del Movimento Moderno. Uno dei primi esempi, la Casa Sforza a Stradella (1953-1954), rappresenta un manifesto dei loro intenti, ossia il disimpegno nei confronti del neo-razionalismoD. Vitale, (a cura) Le stagioni delle scelte: Lodovico Meneghetti, architettura e scuola, Il poligrafo, Padova, 2011, pag.17-19. La posizione dei novaresi è da subito criticata da Franco Albini, che durante una serata dell’Msa (6 maggio 1953) si esprimerà così: “La ricerca, che mi pare giustificata nella pianta perché si risolve in spazi ed elementi di una certa misura, portata ancora più avanti e con gusto ancora più attento nell’alzato, [...], diventa quasi un piacere per se stesso, un gioco.”D. Vitale, (a cura), Le stagioni delle scelte: Lodovico Meneghetti, architettura e scuola, Padova, Il poligrafo, 2011, p. 19 Nel biennio 1955-56, gli Architetti Associati presentano le tre unità duplex per dipendenti di un’industria a CameriD. Vitale, (a cura), Le stagioni delle scelte: Lodovico Meneghetti, architettura e scuola, Padova, Il poligrafo, 2011, pp. 21-27: lo sviluppo della dichiarazione di intenti emersa con Casa Sforza, che trova qui compimento mediante lo studio della relazione con l’ambito produttivo e sociale, l’uso del mattone sabbiato a vista e l’inserimento di prefabbricati in cemento accanto agli elementi decorativi in ceramica. Il 1956 è inoltre l’anno in cui progettano il memoriale per i quattro partigiani uccisi in Piazza Cavour il 24 ottobre 1944.

Neoliberty e dintorni Alla fine degli anni Cinquanta infuria la polemica sulla presunta virata italiana nei confronti del Movimento Moderno, che culminerà, dopo la presentazione delle opere di Rogers, Gardella, Magistretti e De Carlo al CIAM di Otterlo del 1959, con la pubblicazione del celebre articolo di Reyner Banham in “The Architettura Review” intitolato Neoliberty. La ritirata italiana dall’architettura moderna. Anche gli Architetti Associati sono coinvolti nella critica generalizzataR. Banham, Neoliberty: the dabate, “The Architectural Review”, 754, dicembre 1959, pp.341-344.; infatti le assonanze tra la loro produzione e il Liberty si ritrovano nei layout delle piante, nel recupero degli ampi vani scala con lucernario e nell’uso dei materiali locali. La loro sperimentazione, tuttavia, non cerca una via d’uscita dalla modernità o un rifugio nel rassicurante storicismo e nel vernacolare, ma vuole ricostruire il rapporto tra valore simbolico e forma architettonica. La messa in discussione del moderno si traduce in un tentativo di modellare di una nuova eredità capace di regolare i conti con una razionalità che, nell’elevazione del nuovo a valore, aveva prodotto un distacco tra realtà e storia.V. Marchetti, Gli architetti associati Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino. Interni ed allestimenti 1951-1969, tesi di laurea Politecnico di Milano, Milano, 2016, pp. 54-64. http://hdl.handle.net/10589/121969 Altro evento che segna l’evoluzione del dibattito sul Neoliberty e ne rappresenta forse l’ultimo capitolo è la mostra Nuovi disegni per il mobile italiano, aperta dal 14 al 27 marzo 1960 presso L’Osservatore delle Arti Industriali a Milano (ordinamento Vittorio Gregotti e Guido Canella, allestimento Gae Aulenti e Guido Canella). In questa occasione un gruppo di trenta giovani architetti milanesi, torinesi e novaresi espone ventun mobili e dodici lampade volti a suscitare clamore ed opinioni contrastanti. La mostra non si poneva l’obbiettivo di trarre un bilancio informativo, ma attraverso l’arredo si volevano presentare e discutere tematiche più generali riguardanti il mondo del design e dell’architettura. L’intento dei giovani era di esprimere pubblicamente le incertezze e le inquietudini di un periodo considerato di crisi e disagio.Nuovi disegni per il mobile italiano, Catalogo della mostra omonima presso l’Osservatore delle Arti Industriali, Milano, 14-27 marzo 1960. Gli Architetti Associati presentano una libreria da centro, due lampade e la nota poltrona Cavour, che si guadagnerà un giudizio positivo da parte di Gillo Dorfles nonché la segnalazione d’onore al Compasso d’Oro.

Il trasferimento a Milano