La casata dei marchesi Bourbon di Sorbello (titolo completo: Bourbon del Monte di Sorbello) è una famiglia di antica nobiltà altomedievale, titolare fino al 1819 del feudo imperiale di Sorbello, inseritasi nei ranghi dell’oligarchia della città di Perugia a partire dal XVIII secolo.
Origini e carattere della famiglia I marchesi di Sorbello costituivano un ramo della casata dei marchesi del Monte Santa Maria (più avanti noti come Bourbon del Monte), staccatosi dal ceppo principale nella seconda metà del XV secoloI legami tra i vari rami della famiglia non cessarono mai del tutto: si consultarono in occasione delle investiture imperiali o delle accomandigie da rinnovare con il Granducato di Toscana. Vedi Ruggero Ranieri, Memoria ed eredità di una famiglia di antica nobiltà attraverso l’età moderna in Casa Museo di Palazzo Sorbello a Perugia a cura di Stefano Papetti e Ruggero Ranieri, Perugia, Uguccione Ranieri di Sorbello Foundation, 2010, pp. 12-13., andando ad esercitare il proprio dominio su un territorio posto al confine tra Stato Pontificio e Toscana: il marchesato di Sorbello. Questo feudo originariamente costituiva una propaggine distaccata dei possedimenti della casata principale, ma verrà concesso dal marchese Cerbone, reggente di Monte Santa Maria, al fratello Lodovico (1394-1441) che lì stabilirà la sua dimora, divenendo così il primo signore di Sorbello.
Malgrado la limitatissima estensione (“un miglio in lunghezze e tre in circonferenza” secondo la descrizione di Lorenzo Vibi, ultimo vicario del feudoArchivio di Stato di Perugia (ASPG), Bourbon di Sorbello, b. 13, f. 9. Dalla descrizione del feudo di Sorbello stilata da Lorenzo Vibi nel 1819 si apprende che «La maggior parte dei fondi è montuosa e boschiva, l’unica zona in piano è quella del fondovalle a ridosso del fiume Niccone, ma è continuamente soggetta ad alluvioni che rendono il mantenimento degli argini dispendioso e vano. Fabbriche e manifatture, se si escludono le lavorazioni tradizionali di una fornace, di un mulino da grano e di un frantoio, sono assenti […] Il feudo di Sorbello non è mai stato soggetto ad alcuna imposizione, ab immemorabili, tanto personale che reale; ma anzi quei miserabili abitanti hanno sempre goduto dei vantaggi sul prezzo del sale, e nella coltivazione del tabacco per proprio uso e consumo.». Vedi anche Francesco Guarino, L’archivio Bourbon di Sorbello: una fonte non solo per la memoria familiare, in Biblioteche nobiliari e circolazione del libro tra Settecento e Ottocento. Atti del convegno nazionale di studio, Perugia, Palazzo Sorbello, 29-30 giugno 2001, a cura di Gianfranco Tortorelli, Bologna, Pendragon, 2002, pp. 336-337.), così come fu per il marchesato del Monte Santa Maria, anche il “neonato” marchesato di Sorbello ebbe la dignità di feudo imperiale: con questo termine si intende un territorio formalmente soggetto al Sacro Romano Impero, i cui feudatari rivendicavano una propria autonomia di governo, riconoscendo come unica autorità superiore quella dell’imperatore. I diritti feudali di cui erano investiti riguardavano la possibilità di muovere guerra contro i vicini per questioni territoriali o d’onore (ius gladii), la giurisdizione civile e penale, la riscossione di imposte e gabelle varie, la facoltà di battere moneta (ius faciendi monetam). Il feudatario poteva inoltre incamerare le multe sulle pene o i beni lasciati vacanti da eredi o confiscati a delinquenti. Assai rilevante era anche la facoltà di poter concedere diritto d’asilo, cioè la possibilità di ospitare chiunque, anche se perseguitato o ricercato da forze di polizia, entro i limiti del territorio di propria competenza.
Il castello di Sorbello: da fortino medievale a residenza di rappresentanza
L’originale residenza dei marchesi Bourbon di Sorbello, il castello di Sorbello, è allo stato attuale il frutto di una lunghissima serie di ampliamenti e modifiche strutturali che si susseguirono quasi ininterrottamente tra la seconda metà del XV secolo e la fine del XIX.
Il nucleo fortificato primigenio è una struttura assai antica, la cui edificazione si fa risalire agli inizi dell'XI secolo. Parte di queste forme originali si possono ancora rilevare, guardando la facciata del castello, nel lato sinistro della muratura, guardando verso nord-est, partendo dalle forme del vecchio torrione principale, o mastio, ancora oggi in piedi. Anche internamente la struttura conserva ancora alcuni lacerti dell’impianto, facilmente riconoscibili negli spazi del cortiletto vecchio. Fino a tutto il XIV secolo, questa roccaforte costituiva un fortilizio periferico del feudo centrale dei marchesi del Monte prima, e poi di un ramo della famiglia insediatosi nella vicina Civitella (appunto nota come “Civitella dei marchesi”).
Il nome Sorbello, originariamente derivato da una locale piantagione di sorbi, assunse nel Seicento una nuova accezione, considerata di fantasia, creando una derivazione dotta dall'espressione latina sorte belli, cioè “per fortuna di guerra”.
Insieme al castello di Reschio, altra antica rocca un tempo appartenuta ai marchesi del Monte, Sorbello chiudeva la valle del torrente Niccone, segnando un confine dei territori appartenuti a questa famiglia. Fu solo ai primi del Quattrocento, con l’insediamento in Sorbello di un ramo dei Bourbon del Monte del ceppo principale di Monte Santa Maria nella persona del marchese Lodovico e dopo la distruzione della rocca di “Civitella dei Marchesi” e di tutti i suoi feudatari (avvenuta in seguito ad un assalto portato dalle truppe di Città di Castello in data 22 luglio 1416), che la nuova sede cominciò ad affermarsi.
Il primo ad occuparsi di un fattivo ingrandimento ed ammodernamento delle strutture dell’originale fortezza medievale fu il figlio di Lodovico, il marchese reggente Gianmatteo I († 1483). Il mastio e le torri minori (di cui due rimangono) non furono toccate, ma durante il XV secolo ne furono costruite di nuove dalla forma cilindrica.
I lavori successivi, avvenuti nel corso del secolo XVII alterarono le forme del castello quali dovevano apparire tra XV e XVI secolo: al diffondersi delle artiglierie nel Cinquecento si decise di realizzare un terrapieno che tuttora cinge il castello con delle mura caratterizzare da bastioni a pianta stellata. A salvaguardia dei bastioni, essi vennero provvisti di garitte, chiamate col nome dei santi titolari delle chiese verso cui queste si volgono (es. garitta Sant’Andrea, dal nome della chiesa del piccolo borgo di Sant’Andrea di Sorbello).
Nella prima metà del Seicento il castello subì un'importante modifica delle sue strutture, portata avanti all'epoca dei marchesi reggenti Lodovico III (1575-1640) e Uguccione I (1578-1660): tutta la parte intorno al cortile maggiore fu abbattuta e ricostruita lasciando intatta solo una porzione del frontone esterno del castello sul lato nord.
In omaggio ai tempi nuovi, in cui il feudo di Sorbello, “incastrato” tra una Roma papale e un Granducato di Toscana ambedue ormai eretti stabilmente a stati, Sorbello non paventava più né assalti né assedi, si volle fare di Sorbello un palazzo di rappresentanza, anche per donare lustro alla mantenuta indipendenza feudale. Il vecchio edificio fu sventrato per realizzare un monumentale androne così da garantire un comodo accesso alle carrozze. Nella parte più antica del fabbricato, i vecchi muri irregolari ed in parte tondeggianti furono risquadrati per ottenere uno scalone d’onore, dietro alla cui struttura un lungo interstizio a spina tra il muro antico e quello seicentesco mostra l’andamento dei vecchi perimetri.
Il mastio o torrione fu risparmiato, così come i quartieri sorti con la torre piccola intorno al cortile più antico e le sale adiacenti a volta quattrocentesca, nonché le piccole prigioni del castello che rimasero sepolte sotto il nuovo scalone, intatte con il loro antico accesso e l’unica finestrina ferrata sul cortile. Sulle vecchie mura del lato nord-est rimase intatta la “mensola” su cui anticamente veniva poggiata la gabbia in cui si esponevano i prigionieri. La nuova ala si snodò in ampi saloni i cui soffitti, in travatura di legno decorato, sostituivano le originali coperture a volta dei vecchi ambienti. Al di sotto del grande salone di rappresentanza situato nell'ala ovest, fu ricavata una grande cappella intitolata a sant'Andrea, sormontata da coretti e decorata di altari in stucco bianco.
Nel XVIII secolo si pensò ad un nuovo progetto di modifica della struttura che volle trasformare le originarie, seppur già grandemente cambiate, forme dell’antico castello in una moderna villa di campagna. I lavori per la ennesima trasformazione procedettero lenti , ma si giunse ad abbattere in parte il bastione occidentale intorno al castello con l’idea di creare al suo posto una serie di terrazze degradanti da sistemarsi a giardino, progetto che però non vide mai la luce: il Marchese Reggente Lodovico V (1679-1748) optò per la realizzazione di una villa per i membri della sua famiglia sulle colline che cingono il Lago Trasimeno, locazione favorita principalmente per via di un clima più mite. Pose così mano, poco dopo il 1720 alla costruzione, in località Pischiello sopra Passignano, di una grande villa, oggi nota come Villa del Pischiello, abbandonando al contempo ogni idea di convertire in villa la vecchia fortezza di Sorbello.
Altri lavori, realizzati nel corso del XIX, furono volti al recupero di parte delle strutture diroccate in seguito alle operazioni settecentesche.
Proprietà fondiaria, imprenditoria e contrabbando Il solo esercizio dei privilegi feudali sul minuscolo feudo di Sorbello non poteva certo garantire una stabilità economica, che fondava le sue radici principalmente sulle cospicue rendite fondiarie ricavate dai numerosi terreni di proprietà dei marchesi tra Umbria e Toscana. Nell’arco di due secoli, a partire dall’inizio del Seicento, si registrano numerosi atti di acquisto e permute da parte dei marchesi di Sorbello, interessati ad ampliare i propri possedimenti nella zona del lago Trasimeno, nella valle del torrente Niccone e del fiume Tevere, attraverso un processo di consolidamento, accorpamento ed appoderamento delle proprietà in vaste tenute, gran parte delle quali gestite con un sistema di affittanza mediante contratti della durata di vari anni.
Lo stesso feudo di Sorbello fu convertito in una tenuta gestita da affittuari, di circa 750 ettari: pur non costituendo la parte più redditizia del patrimonio, esso tornò comunque assai utile alla famiglia grazie a quanto di diritto sovrano era stato possibile mantenere sul feudo. Sorbello si configurò infatti come una vasta zona di contrabbando fra Umbria e Toscana, la cui importanza crebbe in maniera significativa quando il Granducato di Toscana adottò una politica liberista in materia di commercio del grano. Dopo la grave carestia che afflisse l’Italia tra 1764 e 1767, mentre alcuni stati italiani come quello Pontificio, conferivano più potere alle rispettive annone, in Toscana il Granducato le aboliva, favorendo un rialzo dei prezzi e, di conseguenza, l’importazione di grani dall’Umbria in maniera illegaleNel 1793 il governatore di Arezzo considerava il feudo di Sorbello, fuori dall’autorità pontificia, uno scalo quasi sicuro per i contrabbandieri. Vedi Augusto Ciuffetti, Una proprietà nobiliare tra dinamiche patrimoniali e strategie dinastiche: il caso dei Bourbon di Sorbello tra XVII e XIX secolo, in “Proposte e Ricerche”, a. XVII, vol. 33, estate-autunno, s.l., s.n., 1994, pp. 9-42..