L'assedio di Brescia del 1311 fu un evento militare allestito e voluto da Enrico VII di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, ai danni della città di Brescia.
L'assedio rientra nel più ampio quadro della discesa in Italia dello stesso imperatore, la cosiddetta Italienzug, promossa al fine di ottenere la fedeltà dei riottosi comuni dell'Italia settentrionale e l'incoronazione ufficiale a Roma da parte dell'allora papa Clemente V.
Premesse Contesto storico La vicenda del violento e duro assedio della città va inquadrata nel ben più ampio scenario della tentata sottomissione, fortemente voluta dall'imperatore Enrico VII, dei comuni dell'Italia settentrionale:. formatesi infatti molte realtà indipendenti, capeggiate o da guelfi o da ghibellini in continuo conflitto tra loro, il sovrano germanico richiamò le città italiane a ritornare sotto l'autorità più legittima e adatta al comando, ossia quella dell'impero.
In ogni caso, dopo essere stato incoronato re d'Italia a Milano con la corona ferrea, la sua influenza sulle città italiane si rivelò in alcuni casi consolidata, in altri no: per esempio la stessa città di Cremona, tra le altre, si oppose al consolidamento dell'autorità imperiale, ottenendo di tutta risposta la severa punizione di Enrico: l'imperatore, infatti, volse la testa del proprio esercito sulla città lombarda cingendola d'assedio e, dopo averne ottenuto la resa, ne fece radere al suolo le torri e la cinta muraria.
A quel punto, dunque, l'imperatore concentrò tutte le proprie energie ed attenzioni nei confronti della città Brescia, altra realtà che si era ribellata all'autorità imperiale e che Enrico contava di sottomettere in breve tempo, tramite un rapido quanto efficace assedio.
Brescia nelle fonti coeve
Le cronache dell'epoca, in generale, tralasciano di riportare quelle che sarebbero le vicende dell'assedio nella loro interezza. Piuttosto, gli eventi maggiormente trattati, e quindi menzionati in maniera esaustiva, risultano essere quelli cruciali: nella fattispecie, l'efferata uccisione di Tebaldo Brusato, allora a capo della città bresciana, e l'altrettanto eclatante morte di Valerano di Lussemburgo, amato fratello dell'imperatore Enrico. Anche nella narrazione di questi due eventi, estremamente importanti per entrambe le fazioni coinvolte, si possono riscontrare diversi ed opposti approcci nella trattazione delle vicende, a seconda che si prenda in esame l'una o l'altra cronaca, sia italiana che straniera.
Alcune fonti, tanto per cominciare, tacciono nel presentare o quantomeno accennare alla situazione della città di Brescia;Si pensi per esempio ad alcune descrizioni che effettivamente sono solo di poche parole, come nell'Imperator Heinricus, in cui si accenna, più di ogni altra cosa, alla costanza della città nel ribellarsi; essa, infatti, viene esplicitamente definita:"Prissa, civitate pestifera" (p. 121) in altri casi, invece, si descrive minuziosamente la città e la sua posizione, come nel caso del Chronicon Aulae Regiae:
Anche lo stesso Dino Compagni, del resto, accenna nella propria Cronica alla situazione della città e così afferma:
Il Compagni fa appunto riferimento alla cerchia muraria della città, il cui percorso culminava a nord con l'imponente fortezza del castello di Brescia, posto strategicamente sulla sommità del colle Cidneo. Allo stesso modo anche la cosiddetta Chronique métrique, scritta da tale Godefroy da Parigi, offre un'interessante presentazione della città lombarda:Va comunque detto che, a fronte di un'esaustiva narrazione delle vicende bresciane e dell'assedio in questione, in questa cronaca in versi sono totalmente tralasciate le morti del Brusati e del fratello dell'imperatore, Valerano. A tal proposito, anche un'altra fonte di parte francese, la cosiddetta Chroniques de saint Denis (depuis l'an 1285 jusqu'en 1328), riporta una sommaria descrizione della città bresciana, «laquelle estoit moult fort». Essa era così descritta, probabilmente, per via delle sue solide fortificazioni e «par especial les portes de la cité, qui estoient moult nobles».
La fama della città lombarda, dunque, era diffusa anche oltralpe e senza dubbio nota anche a cronisti non italiani. Si ricordi, in tal senso, anche il difficoltoso assedio organizzato quasi un secolo prima da Federico II di Svevia; il sovrano tedesco infatti, dopo due mesi di infruttuosa campagna militare contro Brescia, fu costretto a cessare ogni iniziativa bellica ed a muovere il proprio esercito altrove..
I preparativi dell'assedio L'esercito imperiale
Benché ciascuno con differente approccio nel narrare l'andamento delle vicende bresciane, i cronisti boemi descrivono all'unanimità la violenza degli scontri che si intrattenevano in vicinanza delle mura e dei fossati, con il lancio di frecce, sassi ed oggetti contundenti di ogni tipo da parte degli stessi assediati bresciani;. sempre in questo contesto cronistico e narrativo, la morte di Valerano viene descritta accuratamente e con ricchezza di particolari.Cosa che invece non si verifica analizzando le cronache italiane: in linea di massima, infatti, esse si limitano a registrare il ferimento del principe al collo e la sua successiva morte e sepoltura a Verona L'esercito di Enrico, in ogni caso, si era perlopiù accampato in quello che Giacomo Malvezzi, cronista bresciano, definisce "il Prato del Vescovo"; nondimeno, l'imperatore comandò che fossero comunque allestiti, lungo tutta la cerchia di mura della città, accampamenti e presidi, in modo da circondarla per intero.. Sempre il Malvezzi procede, inoltre, elencando i partecipanti all'impresa bellica contro Brescia, annoverando tra le schiere imperiali l'allora conte di Savoia ed il fratello, il principe di Morea, entrambi coadiuvati da un grande esercito; seguono poi il delfino del Viennois ed alcuni importanti membri dell'aristocrazia romana, tra cui gli esuli Stefano Colonna ed il fratello Agapito, anch'essi al comando di un ampio esercito formato da milizie romane, toscane e romagnole. Furono presenti anche, a detta del Malvezzi, il duca d'Austria, i conti di Fiandra, i marchesi del Monferrato, i marchesi di Saluzzo, oltre che il patriarca di Aquileia ed altri eminenti personalità ecclesiastiche.. A questo lungo elenco di nobili, duchi e principi, va appunto ad aggiungersi anche Valerano, fratello dello stesso imperatore.
L'imperatore Enrico, peraltro, dispose in modo che fossero costruite e preparate diverse macchine d'assedio e torri: il tutto evidentemente per abbattere velocemente sia le torri cittadine che la cerchia muraria posta a difesa di Brescia. Ordinò altresì che fosse scavata una profonda fossa tra le mura stesse e gli accampamenti delle truppe imperiali, a testimonianza del fatto che anche l'imperatore temesse le forze militari della città e volesse ridurre al minimo le perdite..
Gli assediati bresciani D'altro canto, i bresciani si adoperarono allo stesso modo a scavare nuovi fossati attorno alle mura, costruendo nuovi passaggi in queste ultime con anche ulteriori edifici fortificati; è sempre il Malvezzi a riportare come essi rafforzarono le difese in corrispondenza delle mura meridionali, dove allora il Garza usciva dalla città: costruirono infatti una fossa palizzata che correva prima da porta Arbuffone sino ai colli limitrofi alla città.
Fortificarono ulteriormente anche il monte Denno, oltre che occuparsi della costruzione di un fortilizio in località Sumcastello. In egual modo, verso settentrione, rafforzarono le difese di porta Pile tramite fossati più profondi e palizzate. Procedettero poi creando un avamposto fortificato in località San Floriano, dove si trovava l'omonima chiesa di assai antica fondazione; inoltre, si procedette ponendo sotto la custodia di un contingente armato la chiesa di San Pietro in Monte, oggi San Bartolomeo nel comune di Serle.
Sulla sommità dello stesso colle fu inoltre posta, in vicinanza della chiesa di Santa Maria Maddalena, un'ulteriore schiera di cavalieri. Si procedette, così facendo, a salvaguardare e tutelare le vie che avrebbero garantito alla città i mezzi materiali per sostenere l'imminente assedio: il passaggio verso la Valle Sabbia e la Riviera gardesana, infatti, offriva possibilità alla città di rifornimento ed approvvigionamento, oltre che di far pascolare il bestiame..
L'assedio La presa del forte della Maddalena L'esercito di Enrico procedette dunque dispiegando le già citate macchine da guerra, nonostante la strenua resistenza posta dai bresciani, i quali risposero colpo su colpo mediante torri e macchine di difesa; il Malvezzi procede poi narrando come i bresciani riuscissero, respingendo con forza l'esercito nemico, pure a danneggiarne gli accampamenti. L'imperatore, a quel punto, ordinò di occupare la fortezza costruita sullo stesso monte Denno (o Maddalena): il contingente armato di bresciani si scontrò duramente con quello delle forze imperiali per tutta la giornata, benché eventualmente il colle fu conquistato dai soldati di Enrico, ora posti a loro volta a presidiarne il sito..
La morte di Tebaldo dei Brusati
Antefatto e contestualizzazione La morte del Brusati, nel quadro generale dell'assedio ordito dall'imperatore, destò grande clamore e fu uno degli eventi più discussi tra tutte le vicende belliche bresciane; l'ampia fama è da imputare soprattutto all'efferatezza della morte dello stesso Brusati, in ispecie per le modalità "rabbiose" con cui l'imperatore Enrico la ordinò.
Sono infatti le cronache coeve, soprattutto quelle italiane, a fornire un ritratto dell'uomo, Tebaldo Brusato, descrivendolo generalmente in maniera negativa: la cronica del Villani riporta appunto che egli «era stato amico de lo 'mperadore» e lo descrive come «uomo di grande valore» sebbene fosse poi indicato come traditore e, per questo motivo, in procinto di essere giustiziato.
Dino Compagni, poi, scrive come Tebaldo «prima andava cattivando per Lombardia, povero, co' suoi seguaci, e da lui fu rimesso nella città, il tradì»;. sempre il cronista toscano procede descrivendo la situazione precedente, ossia l'antefatto, ribadendo il tradimento del Brusati: infatti, dopo essere rientrato in città, l'imperatore chiese al bresciano alcuni cavalieri; alla luce della richiesta, il Brusati inviò soltanto i soldati «della parte di Messer Maffeo», ossia solo ghibellini. L'imperatore però, accortosi di ciò, esortò i cavalieri «nominatamente». Ignorata la chiamata, questa volta Enrico procedette minacciando «sotto termine e pena»: dunque si figurava per i guerrieri bresciani una severa punizione, qualora non si fosse rispettato quest'ultimatum. A questo punto, l'imperatore si sarebbe mosso alla volta di Brescia poiché avrebbe inteso «la loro malizia».
La cattura e l'esecuzione Il cronista Malvezzi riporta gli eventi a causa dei quali il Brusati fu catturato e portato al cospetto di Enrico e della sua corte: nel mese di giugno, infatti, l'imperatore organizzò una sortita verso le alture nei pressi della città, per poterne attaccare i presidi e guadagnare tale posizione, strategicamente vantaggiosa; saputo ciò, lo stesso Tebaldo cavalcò con un piccolo gruppo di cavalieri scelti in quei luoghi e comandò che gli animali da pascolo ivi presenti fossero portati altrove, in modo che non finissero nelle mani del nemico..