Soprannominato dai giornali «l'ammazzasentenze» per le numerose sentenze d'appello e provvedimenti (circa 500, per reati che andavano dall'associazione mafiosa al terrorismo) da lui annullate, fu al centro di un controverso caso giudiziario in cui venne accusato di aver favorito, durante la presidenza della prima sezione penale della Cassazione, alcuni imputati eccellenti in processi di mafia, annullando talvolta le condanne per vizi di forma (solitamente vizi procedurali, inosservanza delle norme di legge o difetto di motivazione).
In seguito ad accuse di Gaspare Mutolo che lo coinvolse nel processo Andreotti, fu sospeso dal servizio nel 1993 e dopo essere stato condannato in appello nel 2001 per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, fu definitivamente assolto nel 2002 nel processo in Cassazione, in quanto il fatto non sussisteva. Nel 2007 tornò in servizio, vista la richiesta volontaria di trasferimento, a una sezione civile della Cassazione, e fu quindi bloccato il procedimento di inchiesta interna a cui era stato sottoposto. È andato in pensione nel 2013.
Carriera Laureatosi in giurisprudenza all'Università degli Studi di Palermo, all'età di 21 anni (un anno d'anticipo) col massimo dei voti, partecipò giovanissimo al concorso pubblico per uditore giudiziario e lo vinse, classificandosi al primo posto in graduatoria; venne nominato uditore il 17 dicembre 1953.
Successivamente seguì una carriera assai rapida, prima giudice di tribunale, poi risultò vincitore del concorso a Consigliere di Corte di Appello e nel 1972 a Consigliere di Cassazione.
Presidente di sezione della Cassazione Il 1º dicembre 1985 divenne, a soli 55 anni, presidente di sezione di Corte di cassazione, il più giovane presidente di sezione della storia.
Venne elogiato per aver azzerato l'arretrato della sezione penale in pochi anni. Carnevale ebbe sempre fama di avere un'ottima memoria e una conoscenza quasi maniacale dei codici, e ha dichiarato di fare risalire la propria tendenza garantista e formalista, nonché il contrasto con altri giudici, ad un episodio del primo periodo della sua carriera:
Con la carica di presidente della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione Corrado Carnevale assume di fatto il monopolio del giudizio di legittimità sulle sentenze di mafia. In questa veste il collegio da lui presieduto cancella circa cinquecento sentenze di mafia, per vizi di forma, il che gli fa guadagnare il soprannome «l'ammazzasentenze».
Carnevale invalida, tra l'altro, alcuni famosi processi per mafia, non assolvendo ma rinviando a nuovo processo (questo sarà la causa principale della sua "fama" di giudice propenso all'annullamento): nel 1987, gli ergastoli per i fratelli Michele e Salvatore Greco, ritenuti i mandanti dell'assassinio del magistrato Rocco Chinnici, per «non credibilità dei pentiti»; i fratelli Greco vennero assolti in seguito, e furono condannati altri boss; negli anni '80, le condanne per un processo alla banda della Magliana; nel 1987, le condanne contro 21 persone accusate di traffico di sostanze stupefacenti tra l'Italia e gli Stati Uniti, chiamata Pizza Connection, tra cui Gaetano Badalamenti; Invalida anche alcuni mandati di cattura, tra cui: l'arresto di don Giovanni Stilo, accusato di essere un prete mafioso; il 5 marzo 1991, l'arresto di Giuseppe Misso, boss camorrista del Clan Misso, coinvolto nella strage del Rapido 904 Napoli-Milano; l'arresto del figlio di Michele Greco, Giuseppe.
Nelle motivazioni di alcuni processi, il collegio giudicante da lui presieduto nega legittimità al teorema della Commissione interprovinciale di Cosa nostra quale centro unificato criminale, e non ritiene attendibili le parole del boss dei due mondi Tommaso Buscetta, che aveva disegnato l'organizzazione mafiosa come una piramide al cui vertice stava una cupola formata dai superboss mafiosi. Per Carnevale la mafia era invece un insieme di bande, non un'organizzazione unica. Carnevale fu in lizza per assumere la carica di Primo Presidente della Cassazione, ma il caso giudiziario ne bloccò la carriera.
Le accuse a Carnevale Quando il guardasigilli Claudio Martelli chiamò Giovanni Falcone, che aveva istruito il maxiprocesso a Cosa nostra, a dirigere gli Affari penali del Ministero, questi gli avrebbe chiesto consiglio per evitare che sull'ultima fase giudiziaria del maxiprocesso gravasse l'ombra del dubbio, stante la fama che circondava Carnevale. La via d'uscita venne trovata con il monitoraggio delle sentenze decise dalla prima sezione: per quattro mesi un gruppo di giudici lavorò sui 12500 provvedimenti emessi dal 1989. Già il giorno dopo la pronuncia della sentenza sul caso dei fratelli Greco, alcuni parlamentari del PCI presentarono un'interpellanza parlamentare al Ministro di Grazia e Giustizia contro Carnevale.
Dopo altri annullamenti di verdetti dei giudici di merito, nel giro di pochi anni Carnevale diventa sui giornali il «giudice ammazzasentenze», sospettato di connivenza con la mafia. Nel 1987 il ministro Mino Martinazzoli, accogliendo una richiesta contenuta in una nuova interpellanza dei comunisti, dispone un monitoraggio su tutti i provvedimenti emessi dalla prima sezione penale della Cassazione. Per Carnevale fu «un'inaccettabile invasione di campo», che si concluse però favorevolmente per lui: non venne riscontrata nessuna irregolarità.
La scarcerazione degli imputati al maxiprocesso (11 febbraio 1991) L'11 febbraio 1991 43 imputati, di cui 40 boss mafiosi (tra cui Michele Greco e altri) vennero scarcerati per la scadenza dei termini di custodia cautelare dalla prima corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. Fu una decisione che generò grande fragore all'interno dell'opinione pubblica.
Nel 1992, perciò, il nuovo guardasigilli Claudio Martelli dispose un nuovo monitoraggio, accogliendo la richiesta della Commissione parlamentare antimafia all'epoca presieduta da Luciano Violante; secondo il magistrato «si risolse con un nulla di fatto» ma costò a Carnevale un'ulteriore perdita di credibilità a causa della campagna giornalistica e politica. Come conseguenza, fu deciso un criterio di rotazione, che avrebbe portato alla sostituzione di Carnevale relativamente al maxiprocesso antimafia (di cui egli si occupava già dal 1991)Marco Travaglio, Borsellino: omicidio di Stato? , Antimafia Duemila, 19 gennaio 2009.. Il giudice siciliano preferì per opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente, salvo lamentarsene in seguitoI magistrati non applicano le leggi che non gradiscono , L'Opinione n. 79, 8 aprile 2005.«Qualcuno ( [...] ) aveva enfatizzato la natura ed i termini dell'intervento del dott. Falcone, il quale - come risulterà dalle testimonianze dei suoi collaboratori del Ministero - si era limitato a seguire, con doverosa attenzione, le fasi dell'assegnazione del maxi-processo in Cassazione per evitare ritardi ed inconvenienti; ed aveva altresì intrapreso, a seguito di direttiva del Ministro Martelli, un'attività di verifica (il cosiddetto "monitoraggio") delle sentenze della Prima Sezione della Corte di Cassazione, che aveva evidenziato serie "anomalie"».Processo penale n. 3538/94 N.R. , instaurato nei confronti di Giulio Andreotti.. Il 30 gennaio 1992 la sentenza della Cassazione confermò le condanne inflitte a Palermo.
La sospensione dal servizio e i processi La sequenza delle accuse culminò in uno dei maggiori scandali della storia della magistratura italiana. All'inizio fu indagato a Napoli, riguardo a sue attività di consulenza extragiudiziale, per concorso in interesse privato nell'ambito dell'inchiesta sul crack della Flotta Lauro, ma il giudice dell'udienza preliminare dichiarò il «non luogo a procedere» il 20 gennaio 1992.
Successivamente, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo (uno degli accusatori anche di Bruno Contrada) lo coinvolse nel processo per l'omicidio di Mino Pecorelli, nei confronti di Giulio Andreotti (il quale sarà assolto), dichiarando che «il senatore Andreotti aveva con lui uno speciale rapporto personale»Dichiarazioni di Gaspare Mutolo al processo Andreotti . Dada. Clearence. Memoria., e i boss erano sicuri che non ci sarebbero stati problemiFatti italiani del 1993 . Digilander. Memoria. 1993..
Nel frattempo il boss pugliese Salvatore Annacondia raccontava di aver pagato nel 1991 ben 800 milioni di lire il giudice Corrado Carnevale per ottenere la revoca di un provvedimento restrittivo; tuttavia il magistrato verrà definitivamente prosciolto nel 1997..
Il 29 marzo 1993 la procura di Palermo, nella persona di Gian Carlo Caselli e del PM Antonio Ingroia, gli inviò un'informazione di garanzia. Dal 23 aprile 1993 il magistrato venne sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Il 3 aprile 1995 la Procura di Palermo chiede l'archiviazione, per mancanza di prove specifiche, ed il GIP l'accoglie due giorni dopo; il 26 aprile però i magistrati di Roma trasmettono a Palermo una serie di atti che lo riguardano (tra cui intercettazioni telefoniche con presunti rapporti tra Carnevale ed alcuni «indagati romani») mentre quelle di Firenze inviano nuove dichiarazioni di Gaspare Mutolo, secondo cui Carnevale era «avvicinabile». Il 29 aprile 1995 viene nuovamente iscritto sul registro degli indagati; undici collaboratori di giustizia (tra i quali Giovanni Brusca) ricostruiscono i presunti rapporti tra Carnevale e le cosche, affermando come fosse «pacifico» che esisteva un rapporto tra lui ed i boss. Il 7 aprile del 1998 Carnevale viene rinviato a giudizio su richiesta della procura palermitana.
In relazione ai presunti aggiustamenti delle sentenze sfavorevoli ai mafiosi, il pentito Salvatore Cancemi disse che alcuni verdetti erano stati ottenuti grazie all'intercessione dei referenti politici di Cosa nostra dichiarando nel marzo del 1995 davanti alla Corte di Assise di Palermo che celebrava il processo del delitto Lima: "Totò Riina aveva più volte detto che della soluzione dei processi si interessava il giudice Corrado Carnevale che era intimo di Andreotti. Lima e Andreotti erano intimissimi dei cugini Nino e Ignazio Salvo. Il giro per gli aggiustamenti dei processi passava tra Riina, i Salvo, Lima, Andreotti e Carnevale". Cancemi non fu ritenuto credibile e in primo grado fu assolto l'8 giugno 2000 con la formula perché «il fatto non sussiste», ma il 29 giugno 2001, Carnevale fu condannato dalla Corte d'appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa alla pena di sei anni di carcere, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e all'interdizione legale lungo l'arco della pena (Carnevale era in corsa per ottenere la carica di primo presidente della Corte). Poche voci si levarono in sua difesa, tra esse quella del leader radicale Marco Pannella che definì la sentenza «un'esecuzione, una condanna ignobile, un momento di trionfo del neofascismo etico di sinistra»Felice Cavallaro e Giovanni Bianconi, Mafia, condannato il giudice Carnevale, Corriere della Sera, 30 giugno 2001..
La sentenza finale in Cassazione del 30 ottobre 2002, davanti alle sezioni penali riunite, lo assolse invece con formula piena, tramite annullamento senza rinvio che ribaltò la sentenza della Corte d'appello e ripristinò la sentenza di primo grado, constatando prove insufficienti (articolo 530) a sostenere tali accuse, non essendo dimostrabile che Carnevale volesse aiutare la mafia - rilevando che gli annullamenti erano stati effettuati anche in processi che non riguardavano la mafia.