La finanza islamica è basata su alcune interpretazioni di carattere etico del Corano. I suoi pilastri centrali consistono nel rispettare le norme della Shari'a: occorre devolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt), non si possono ottenere interessi sui prestiti (divieto del ribā) e bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti (ḥalāl), non rischiosi (gharār) e non di speculazione (maysirIn realtà la parola araba si riferisce a un preteso gioco d'azzardo preislamico, in cui si estraevano a sorte porzioni di un dromedario sacrificato alle divinità pagane.). Nel caso di investimenti effettuati da Organismi di investimento collettivo del risparmio, l'osservanza di tali precetti deve essere monitorata da uno Sharia Supervisory Board. Esistono inoltre attività finanziarie come il microcredito e la ḥawāla che, pur non essendo citate nel libro sacro dell'Islam, sono considerate rispettose dei precetti islamici.

I cinque pilastri della Shari'a Redistribuzione (zakāt)

L'usanza di destinare una parte del proprio reddito annuo in opere di carità è presente in diverse confessioni religiose. Per il mondo arabo-islamico, la zakāt (o decima) rappresenta il terzo pilastro dell'Islam“Eseguite la Preghiera, pagate la Decima e prostratevi come gli altri in preghiera” (Corano, II:43): letteralmente significa purificazioneCorano IV:103 ed il suo pagamento (di solito pari al 2,5% dei cespiti patrimonialiR. Hamaui - M. Mauri, Economia e finanza islamica, il Mulino, Bologna, 2009, pag. 27) viene considerato essenziale perché purifica la ricchezza dalla sua malefica tendenza ad accumularsi nelle mani di pochi. La Shari'a riconduce l'istituzione di questa tassa al credo fondamentale che tutto appartiene a Dio e quindi parte dei beni posseduti va devoluta alla comunità per far fronte alle esigenze di tutti i membri. È quindi soprattutto un sistema di redistribuzione della ricchezza che dovrebbe arginare i fenomeni della povertà.

In molti paesi che hanno adottato la religione islamica come religione di Stato (Pakistan, Yemen, Sudan e alcuni paesi del Golfo Persico) la zakāt viene prelevato direttamente dai conti correnti bancari a fine anno, di essa non viene poi tenuta traccia nei documenti contabili.

Divieto di interesse (ribā) Il Corano vieta l'usura, il ribā, cioè gli interessi“Coloro che si nutrono di usura resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana… Ma Allah ha permesso il commercio e ha proibito l'usura… O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti dell'usura se siete credenti” (Corano, II, 275-280).

I giuristi islamici associano l'usura al concetto di indebito arricchimento in quanto rappresenta una forma di guadagno non prodotta dal lavoro dell'uomoC. Scattone, L'usura nel “verbo” religioso. L'Islam e la prassi bancaria moderna. Datanews, Roma 2010, pag. 143.

Il concetto di usura non è unanimemente condiviso: alcuni ʿulamāʾ lo intendono come qualsiasi prestito dietro pagamento di interessi, altri solamente come il prestito a interessi superiori a quelli accettati dalla società (per esempio oltre l'inflazione).

Questo principio influenza alcuni ambiti dell'attività bancaria, che non deve generare profitti e quindi nessuna remunerazione del capitale prestato. Il credito al consumo, i mutui ipotecari e immobiliari per l'acquisto della prima casa sono impieghi "legittimi" del denaro per il diritto islamico, ma non consentono al creditore il guadagno nella forma di un semplice profitto. Il risultato è quello di orientare i prestiti agli investimenti produttivi, gli unici che permettono una remunerazione, compatibile con il diritto islamico.

Negli ultimi anni in ambito accademico sono stati creati strumenti finanziari che permettono alle istituzioni finanziarie di fare affari senza contravvenire al principio che vieta gli interessi. I più utilizzati sono i seguenti: Il contratto di Murabaha è frequentemente utilizzato dagli istituti bancari per finanziare le imprese nell'acquisto di materie prime o semilavorate e per il credito al consumo. I soggetti che rientrano in questa tipologia di contratto sono tre: la banca che finanzia l'acquisto, il fornitore del bene e il consumatore finaleA. Dell'Atti. F. Miglietta, Fondi sovrani e finanza islamica, Egea, Milano 2009, pag. 115. Quest'ultimo sceglie il bene che intende acquistare e stabilisce il prezzo con il fornitore del bene medesimo. Successivamente il cliente stipula un contratto di Murabaha con la banca, la quale acquisterà il bene dal fornitore al prezzo pattuito in precedenza e lo rivenderà, con guadagno, a un prezzo maggioratoA. Dell'Atti. F. Miglietta, Fondi sovrani e finanza islamica, Egea, Milano 2009, pag. 116.

Una variante della Murabaha è denominata Bai' Bithaman Ajil: in essa i costi dell'immobile più il profitto per il prestatore (che risulta essere il proprietario fino al termine del prestito) sono conteggiati e pagati in un numero di anni prefissato. Nel contratto di Musharaka la banca e l'imprenditore costituiscono una società nella quale entrambi condividono sia i profitti sia le perditeA. Dell'Atti. F. Miglietta, Fondi sovrani e finanza islamica, Egea, Milano 2009, pagg. 99. 100. Una variante, meno usata, è denominata Musharaka Mutanaqisa o Diminishing Musharaka e prevede una partnership tra banca e cliente per acquistare l'immobile: si inizia per esempio con la banca proprietaria al 90% e il cliente al 10%, per poi invertire progressivamente le percentuali tramite il pagamento di un affitto annuo che tenga conto della restituzione del prestito, delle principali spese condominiali e del profitto concordato. Nel contratto di Mudharaba il creditore, una volta concesso il capitale, non può più intervenire nella gestione degli affari e la responsabilità ricade sull'imprenditore, il quale non dovrà più preoccuparsi delle perdite finanziarie, ma contribuisce solamente apportando il fattore lavoroG. M. Piccinelli, Banche islamiche in contesto non islamico, Istituto per l'Oriente Carlo Alfonso Nallino, Roma 2004, pag. 116.

Altri esempi includono essenzialmente piani di spartizione di guadagni (profit and loss sharing - PLS), affitti e piani di riacquisto o leasing (Ijara).

Investimenti leciti (ḥalāl) L'obbligo di supportare economicamente solo attività moralmente accettabili (ḥalāl) e bandire invece quelle proibite perché immorali o peccaminose (ḥarām) deriva dal precetto che riguarda tutto ciò che è lecito secondo l'Islam, e attiene dunque al comportamento, al modo di parlare, all'abbigliamento, alla condotta, e alle norme in materia di alimentazione“O uomini, mangiate ciò che è lecito e buono, non seguite le orme di Satana, poiché egli è nemico dichiarato per voi” (Sūrat al-Baqara, II:168). In campo economico, il criterio è quindi esclusivo: mira cioè ad elencare ciò che è proibito, al contrario di quanto praticato dai criteri economici inclusivi (che puntano invece ad elencare i settori in cui è possibile investire).

Tra i musulmani di differenti regioni, e appartenenti a diverse comunità islamiche, non esiste consenso unanime su ciò che debba essere considerato ḥalāl. Questo fa sì che vengano unanimemente esclusi solo alcuni settori come ad esempio droghe, armi, alcol“Ti chiederanno del vino e del gioco d'azzardo. Dì: in entrambi vi è un grande peccato, unito ad un piccolo vantaggio per l'essere umano;ma il male è molto maggiore del vantaggio.” (Sūrat al-Baqara, II:219), gioco d'azzardo“Satana ha come solo scopo causare inumana inimicizia ed odio tra di voi, ed utilizza ciò che intossica, e i giochi d'azzardo per distogliere il vostro animo dal ricordo di Allah, e dalla preghiera.” (Sūrat al-Māʾida, V:90), pornografia, terrorismo e tutto quanto riguarda la carne di maiale"Lui vi ha proibito soltanto il feto animale, il sangue, e le carni suine, e tutto quanto sia stato immolato (nel nome di) ad altri diversi da Dio. Ma per colui che è indotto dalla estrema necessità, che non brama per questi cibi o si diletta nella trasgressione, non vi è peccato per lui. Lo! Dio Perdona, è Misericordioso" (Corano, II:173).

Investimenti rischiosi (gharār) Il termine gharār (letteralmente: rischioso) non è contenuto nel Corano ma in alcuni aḥādīth della Sunna e non è presente in altri testi religiosi. In base a questo precetto, ogni investimento non deve dare adito a incertezzeDi Salvi Antonio - Miglietta Nicola, Principi di Finanza Islamica, Cacucci editore, Bari, 2013, pag. 57. Da questo assunto deriva che molti strumenti finanziari islamici sono costruiti per finanziare operazioni precise e conosciute, come per esempio le obbligazioni ṣukūk (letteralmente: certificato), il cui sottostante è noto e, dovendo essere poco rischiose, riguardano sovente operazioni immobiliari o infrastrutture pubbliche. Alla scadenza dei ṣukūk la proprietà del bene è riconsegnata all'originario proprietario e gli investitori sono remunerati a un prezzo che era stato precedentemente stabilitoA. Dell'Atti. F. Miglietta, Fondi sovrani arabi e finanza islamica, Egea, Milano, 2009, pag. 130.

Investimenti speculativi (maysīr) Nel Corano sono esplicitamente vietati gli investimenti speculativi“O voi che credete! In verità il vino, il maysīr, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie sono sozzure, opere di Satana. Evitatele, a che per avventura possiate prosperare” (Corano, V:90) in quanto legati al gioco d'azzardo.

È quindi immorale qualunque interesse legato a una presenza di rischio e incertezza, ovvero ricorrere o prestare denaro a persone fisiche e giuridiche che praticano la leva finanziaria, il carry trade, l'utilizzo di derivati e altre forme di speculazione come l'arbitraggio. L'utilizzo di coperture assicurative, legate per definizione al concetto di rischio, sono permesse solamente se risultano costruite in modo takaful, ovvero con la condivisione del rischio sottostante.

Ad esempio, i fondi di investimento islamici escludono per statuto le società che hanno un rapporto superiore del 30% fra debiti e capitale sociale, fra le quali potrebbero esservi società che ricorrono alla leva finanziaria per fare profitti. L'interesse è riconosciuto come premio di rischio legato a una qualche forma di investimento.

Lo Sharia Supervisory Board Lo Sharia Supervisory Board di un'istituzione finanziaria è un organismo indipendente che ha il compito, oltre all'Assemblea degli azionisti e degli Amministratori, di certificare l'operato della istituzione stessa e controllare che esso sia conforme ai dettami della Shari'a. Le certificazioni sono espresse mediante le emissioni di Fatwā.

I principi cui devono ispirarsi i board sono diramati dall'Accounting and Auditing Organisation for Islamic Financial Institutions (AAOIFI,http://aaoifi.com), un istituto creato nel 1990 con sede in Bahrain e considerato la maggior guida mondiale per i criteri Shari'ah compliant. L'AAOIFI, oltre all'etica e alle norme conformi alla Shari'a per le istituzioni finanziarie islamiche, si occupa anche di contabilità, revisione contabile, governance e svolge programmi di qualificazione professionale per migliorare le risorse umane che operano in questi settori.

Esistono poi alcune altre istituzioni locali, gestite da università o dalle banche centrali, che svolgono il compito di formare i futuri componenti e valutare la corretta costruzione degli strumenti finanziari, come ad esempio L'Islamic Financial Services Boardhttp://www.ifsb.org e l'International Centre for Education in Islamic Finance con sede a Kuala Lumpur in Malaysia, il Financial Services Authorityhttp://www.ojk.go.id/en/ in Indonesia o l'International Islamic Financial Markethttp://www.iifm.net operativo in Bahrain dal 2002. Solitamente il board ha contatti con il locale consiglio degli ʿulamāʾ. Per esempio, il Financial Services Authority indonesiano è strettamente collegato al National Shariah Board of Indonesian ʿulamāʾ Councilhttp://www.dsnmui.or.id.

Il microcredito