La Loggia e lOdeo Cornaro erano parte di un più ampio complesso di edifici e giardini fatto costruire da Alvise Cornaro nella prima metà del XVI secolo, nel vasto parco della sua residenza di via del Bersaglio (oggi via Melchiorre Cesarotti) a Padova, a pochi passi dalla Basilica di Sant'Antonio.

Del progetto originario rimane un cortile rettangolare di circa 32 per 18 metri: la Loggia ne occupa l'intero lato corto e l'Odeo si affaccia al centro del lato lungo. In corrispondenza dell'attuale ingresso sorgeva un tempo l'abitazione padronale, poi distrutta e sostituita nel XIX secolo da un altro edificio. Nel seicento, durante e dopo gli studi universitari, abitò in questa casa Elena Lucrezia Corner di cui Alvise Corner era il trisnonno.

Il Cornaro volle la Loggia per realizzare la propria idea di teatro umanistico, inteso sia come spazio fisico e architettonico ispirato a modelli classici greco-romani, sia come rappresentazione di pièces letterarie antiche e moderne. La Loggia, progettata dall'architetto e pittore Giovanni Maria Falconetto nel 1524, assolveva alla funzione di frons scenae del teatro. Dal giardino antistante il padrone di casa e i suoi amici umanisti assistevano agli spettacoli degli artisti più in voga al tempo, primo fra tutti Angelo Beolco detto il Ruzante, uno degli amici più fidati del Cornaro. L'Odeo fu costruito a dieci anni di distanza dalla Loggia ed è dotato di un'acustica particolarmente curata: era lo spazio destinato alla musica e alle recitazioni poetiche e, dal 1540, divenne la sede dell'Accademia degli Infiammati.

Contesto Il ruolo di Alvise Cornaro: umanista, mecenate, architetto dilettante

La personalità complessa e poliedrica di Alvise Cornaro si riflette nella Loggia e nell'Odeo. Rispettato signore, scrittore, agricoltore, bonificatore, priore del Collegio Pratense ma soprattutto mecenate, contribuì a elevare la cultura e l'economia della Padova cinquecentesca. Durante il XVI secolo, infatti, la sua abitazione, ereditata dallo zio Alvise Angelieri, divenne un ambiente stimolante e poliedrico, vero e proprio centro di vita e di radiazione culturale. Lì, familiari, amici e artisti sconosciuti avevano la possibilità di scambiarsi opinioni e vedute, e cogliere le opportunità loro offerte.

Per il desiderio di influenzare in modo subliminale la società del tempo, l'ambiente era paragonabile a un circolo massonico. Sebbene di modeste origini, le innate doti imprenditoriali di cui era fornito permisero al Cornaro di accumulare un certo patrimonio, che destinò in parte a educare e sostenere giovani talenti.

Tra gli ospiti abituali della corte del Cornaro si ricordano almeno i seguenti: Giovanni Maria Falconetto, artista, amico e coinquilino del padrone di casa; Giangiorgio Trissino, giovane letterato che coinvolse nel “circolo” anche il suo protetto Andrea Di Pietro della Gondola, poi conosciuto come Andrea Palladio; il già nominato Ruzante; Tiziano Aspetti, scultore autore di alcuni dei bronzi presenti nella Basilica di S. Antonio.

Alvise Cornaro si dilettava di tutte le arti nobili, ma è l'architettura, per la quale nutriva una predilezione speciale, a impegnarlo maggiormente, tanto nella pratica progettuale quanto nella speculazione teorica. La sua attività di architetto e la grande maestria dimostrata nella costruzione del complesso patavino, infatti, sono documentate da alcuni dei più grandi esperti contemporanei, come il Vasari (1568), il Palladio (1570) e il Serlio (1575), che definisce il mecenate come un «dilettante di architettura».

Tra i numerosi scritti di cui fu autore, il più importante è il Trattato di Architettura, composto in due momenti diversi e destinato a un pubblico di architetti amatoriali. L'opera contiene una serie di regole elementari in materia, anche se un'analisi architettonica del complesso rivela uno scarto evidente tra teoria e pratica. Nel Trattato, infatti, il «gentiluomo Corner» afferma che «una fabrica può ben esser bella, et commoda, et non esser né Dorica né di alcuno di tali ordini».

Al pari dell’architetto di professione, secondo il Cornaro, anche il dilettante opera secondo i distinti livelli della pratica e della teoria, della fabbrica e della scrittura, ma in qualità di dilettante trae dalla propria esperienza nel costruire e dalla tradizione di cantiere, una normativa di immediata percezione, quindi destinata al cittadino medio piuttosto che al ceto aristocratico. Se le prerogative dell’architetto sono la nozione delle arti e delle scienze, gli strumenti importanti per la pratica del costruire sono la squadra e il filo a piombo.

È una normativa immediatamente applicabile, dunque, quella che l'autore propone al cittadino che intenda fabbricare. Egli privilegia la funzionalità rispetto alla forma, la robustezza e la durata dell’edificio rispetto al decoro e agli ornamenti, e a tale proposito sottolinea l’importanza di elementi come le porte, le scale, i servizi igienici e i camini.

Ne esce un'idea di architettura come di una pratica artigianale, tutta fondata su un bagaglio normativo empirico che ha la sua base nella pratica di cantiere.

Artisti

Alla realizzazione del complesso architettonico di via del Bersaglio parteciparono numerosi artisti: architetti, pittori e scultori.

Il progetto dell'impianto della Loggia venne affidato all'architetto e pittore veronese Giovanni Maria Falconetto, scelto dopo studi, verifiche e riflessioni: in particolare, furono le soluzioni falconettiane per abbellire la casa dove il Cornaro viveva insieme allo zio, a convincere definitivamente il mecenate. Alvise Cornaro conobbe il Falconetto grazie all'amico comune Pietro Bembo, presso l'abitazione romana del quale i due soggiornarono in occasione di un viaggio per ammirare l'architettura classica presente nell'Urbe, poi riproposta nel progetto e nella realizzazione del complesso.

Le statue in stucco presenti al piano superiore della Loggia portano la firma dello scultore Iacopo Colonna, collaboratore di Jacopo Sansovino, mentre gli interni, con la caratteristica alternanza di affreschi e stucchi, sono probabilmente opera di Ottaviano e Provolo, figli del Falconetto.

Gli affreschi dell’Odeo, con soggetti tratti dalla pratica dell'alchimia e dal mondo contadino, sono attribuiti a Gualtiero Padovano e a Giovanni da Udine. Sull'autore degli stucchi, invece, gravano alcune incertezze: con buone probabilità potrebbero essere opera di Tiziano Minio, oppure (meno probabilmente) dei figli del Falconetto. Le sale ottagonali dell'Odeo sono affrescate con paesaggi ariosi attribuiti a Lambert Sustris, artista olandese operante a Roma, Venezia e Padova a partire dal XVI secolo.

Ispirazione Modelli e fonti classiche greco-romane

La scelta complessiva del programma architettonico e delle decorazioni interne ed esterne della struttura è opera dello stesso Cornaro, ed è il frutto sia delle sue letture umanistiche, sia della sua esperienza come spettatore delle opere d'arte romane. Alvise Cornaro si è formato sui testi di Plinio e degli architetti Marco Vitruvio Pollione e Leon Battista Alberti, di cui si dilettava a riprodurre opere sotto la supervisione del pittore e architetto veronese Giovanni Maria Falconetto.

In un soggiorno, in sua compagnia, a Roma dal cardinale Pietro Bembo, Cornaro ebbe l’occasione di ammirare le sculture e gli edifici di gusto classico.

Tornato a Padova, ispiratosi non solo alle piante, proporzioni e alle forme degli edifici antichi di Roma, ma anche e soprattutto agli hornamenti di questi, decise di riprodurre alcuni dettagli classici tra i quali le statue di divinità greco-romane, l’arco di trionfo romano, il fregio della trabeazione realizzato con un alternarsi di metope e triglifi e delle rosette poste nell’intradosso degli archi.

La stessa volta a padiglione, che sovrasta la stanza centrale a pianta ottagonale dell'Odeo, presenta delle decorazioni grottesche di evidente ispirazione classica (affreschi che si sono diffusi a Roma e a Mantova proprio nel 1500 in seguito alla scoperta della Domus Aurea di Nerone), ma anche ispirate ai cicli di affreschi delle stanze vaticane di Raffaello.

Nell'opera e nell'attività del Cornaro appare una molteplice conoscenza degli autori antichi, una conoscenza diretta di monumenti dell'antichità e soprattutto la convinzione di poter far rivivere l'antichità in modo utile per il proprio tempo e per la propria vita.

Questa cultura archeologica di Alvise Cornaro, si concretizza soprattutto dopo l'incontro con Giovanni Maria Falconetto, che sino ad allora si era distinto solo come pittore le cui opere testimoniavano una notevole conoscenza dell'antichità.

Negli elementi architettonici della costruzione e della delimitazione laterale della Loggia sono chiaramente riconoscibili le prime esperienze architettoniche veronesi, mentre è evidente il collegamento con il modello del teatro romano, a cui sono ispirate le forme dei capitelli e le decorazioni.

Di ambiente rinascimentale romano è invece il motivo degli archi all'interno della Loggia, che il Falconetto e il Cornaro hanno conosciuto probabilmente in palazzo Baldassini, la sede romana di Pietro Bembo.

Il Cornaro presenta un modo del tutto nuovo di stabilire rapporti globali con l'antichità in campo architettonico. Come dimostrato da Fritz-Eugen Keller, il Cornaro nella pianta e nella disposizione degli spazi dell'Odeo cita un famoso edificio antico: la Villa di Marco Terenzio Varrone. Sopra all'entrata della loggia è applicato un rilievo che come forma è un evidentissimo richiamo del frontone di un sarcofago antico.

Anche se si tratta dell'imitazione di un rilievo antico, il suo uso come decorazione della porta d'entrata rimanda alla moda del tempo di usar rilievi di sarcofagi antichi come ornamento architettonico. Le figure del rilievo sono copiate da diversi sarcofagi antichi che nel tardo quattrocento e nel primo cinquecento si trovavano a Roma.

Paradigmi cinquecenteschi

La materia architettonica di cui il complesso della Loggia e dell’Odeo Cornaro si fanno portavoce è perfettamente riconducibile ai paradigmi Cinquecenteschi e in linea con il contesto storico-culturale padovano.

Infatti, è appena il 1509 quando Padova, presa d'assedio dalle truppe dell’Imperatore Massimiliano I d'Asburgo durante la guerra della Lega di Cambrai, vede sconvolgersi la consolidata sottomissione alla Repubblica di Venezia, vedendosi aprire di fatto una nuova fase, politicamente instabile, dove però l’architettura si apre a cambiamenti e sperimentazioni di forma e di funzione.

Per quanto prevalga lo spirito medievale su determinati interventi del XVI secolo, la fisionomia di Padova si vede arricchita di inserti architettonici puntuali e in armonia con l’anima della città: la cultura antiquaria continua a manifestarsi come idea cardine del DNA architettonico cittadino, e a questo si accostano richiami introdotti nel corso del terzo decennio del secolo riconducibili alla simbologia del potere.

La Loggia e l'Odeo Cornaro vengono pensati e sviluppati proprio in questo contesto, portando una prima grande ondata di novità per la città.

La Loggia è frutto della rielaborazione di precedenti romani che riconducono al cortile del Belvedere, alla residenza di Agostino Chigi ideata da Baldassarre Peruzzi e, soprattutto, al cortile di Palazzo Farnese.

Sui modelli ispiratori del cortile del palazzo di Alvise Cornaro non possono essere escluse recenti ricerche che introducono al tema della casa "alla romana" a Padova secondo Giovanni Maria Falconetto. Si inseriscono qui due figure e la loro referenza Bibliografica.

Da questo infatti Falconetto riprende gli impianti ottagonali voltati in muratura.

I richiami si fanno più evidenti se si va a considerare l’Odeo, costituito da uno stretto corpo di fabbrica a due livelli, tripartito in pianta in facciata, al centro del quale si aprono un ambiente ottagonale, sotto, e uno spazio quadrato a livello superiore, affrescato e voltato, destinato alle esecuzioni musicali.