Tavernanova è una frazione del comune italiano di Casalnuovo di Napoli.
Nella frazione sorgono la chiesa parrocchiale della Santissima Addolorata, pertinente alla Diocesi di Nola, e la chiesa parrocchiale della Visitazione, pertinente all'Arcidiocesi di Napoli.
Fino al 1929, Tavernanova è stata un territorio che andava in parte con il comune di Pomigliano d'Arco e in parte con quello di Afragola (oltre a quello già citato di Casalnuovo).
Storia Il nome "taverna nuova" compare per la prima volta in un documento dell'aprile del 1621Archivio di Stato di Napoli (A.S.N.) - Regia Camera della Sommaria / Processi. Pandetta generale o seconda (busta 377 - fascicolo 9070), allorquando il Barone di Pomigliano, Scipione Del Balzo, figlio di Vespasiano, denuncia che nella "taverna nuova" - che i monaci cassinesi avevano eretto nel suo territorio (venduto a Vespasiano da Aurelia d’Eboli nell’ottobre del 1593 come riportato nello stesso documento) - la vendita di materie prime avveniva senza la zeccatura dei pesi (e delle misure) allora in vigore nel feudo pomiglianese.
Nella causa che ne seguì, i monaci cassinesi del Monastero dei SS. Severino & Sossio, ebbero la meglio poiché riuscirono a dimostrare che tra i privilegi ereditati nel territorio (fin dalla vendita del 1593) in cui era stata eretta la taverna, vi era anche quello di non riconoscere la zeccatura dei pesi e delle misure così come imposta dal feudatario di Pomigliano.
Sebbene nell'appellativo "nuova" dato alla taverna si possa leggere una espressione di novità in riferimento alla presenza in zona di altre taverne, quali Taverna del Salice (XVI sec.), del Tammurriello, della Noce, di Caravita, del Sambuca, d'Arpino, della Castelluccia, (del)la Storta, di Gimigliarco, del Pepe (XVII sec.), è molto più probabile che lo spunto che indusse i monaci a chiamare "nuova" la loro taverna fu perché questa veniva a sostituire una precedente, un'antica mansiones della via Appia (cfr.T. Monticelli "Memoria sulla origine delle acque del Sebeto di Napoli antica di Pozzuoli ec del prof Teodoro Monticelli segretario nella R Accademia delle Scienze a Napoli - 1830).
L'edificio in cui veniva esercitata la taverna era all'interno della Grancia dei monaci cassinesi, oggi meglio conosciuta come "palazzo Gaudiosi", il cui perimetro si affaccia sulla piazza principale del paese (lato via Zi Carlo) e con un ingresso principale sulla via Nazionale delle Puglie. I monaci però affiancarono all'Osteria anche una Chianca ed una Maccaroneria.S. Cantone "Cenni storici di Pomigliano d'Arco" - ed. A.Gallina, 1923
Diceva una canzone popolare del XIX secolo, raccolta da Vittorio Imbriani: Prima del 1621 Prima del 1621, il territorio e i caseggiati della zona rientravano genericamente nei cosiddetti "luoghi Arcoriani", ovvero l'insieme dei luoghi e dei territori attraversati dagli archi (Arcora) del ponte-canale dell'acquedotto Augusteo del Serino, un acquedotto progettato inizialmente tra il 20 ed il 30 a.C. e ristrutturato nel 400 d.C. che trasportava le acque di Serino fino alla "Piscina Mirabilis" a Pozzuoli. Tale struttura attraversava da sud-est a nord-ovest (per una lunghezza di circa 3500 metri sopra delle arcate di circa 5 metri di altezza) l'intero territorio che andava dalla zona della Masseria "Preziosa" in Sant'Anastasia e, passando per la Masseria "Chiavettieri", raggiungeva Casalnuovo all'altezza dell'attuale Chiesa di S.Maria dell'Arcora (cfrG. Libertini, B. Miccio, N. Leone, G. De Feo - L’acquedotto augusteo del Serino nel contesto del sistema stradale e dell’urbanizzazione del territorio servito nell’Italia Meridionale, 2014).
Pertanto, nel corso della storia del Ducato napoletano, tutti i villaggi e i territori individuati venivano distinti con le espressioni intus arcora o foris arcora, a seconda se si trovavano di qua o al di la degli archi rispetto a Napoli (cfr. "Pagus Arcora" inB. Capasso - Monumenta ad neapolitani ducatus historiam pertinentia – Tomo II parte 2 – Napoli 1885).
Tali archi, secondo alcune testimonianze nell'ambito di scavi sul territorio tavernanovese e in base a taluni documenti (cfr.F. Abate - "Studi sull’acquedotto Claudio e progetto per fornire di acqua potabile la città di Napoli", Napoli, stamperia del Giornale di Napoli, 1864), attraversavano Tavernanova sull'attuale via Nazionale delle Puglie, a poco più di 50 metri ad est da dove oggi sorge la Chiesa Parrocchiale dell'Addolorata. Per tale motivo è possibile trovare riferimenti a Tavernanova all'Arco (cfr.P. G. Ippolito – “La Madonna detta dell’Arco” – ed. Mente&Cuore, 2002).
Come si evince dall'Archivio di Stato di Napoli, il territorio tavernanovese costituiva, verso la fine del XVI secolo, il luogo del "passo per la Città di Napoli" per i feudatari di Pomigliano d'Arco specie "per la esattione della corretura per li vaticari conducano il grano in Napoli"; in tale ambito si può annotare che nel 1592 "Giovanni Battista et Aurelia d'Eboli, patroni del passo di Pumigliano con città di Napoli, per li grani passati per detto passo per la città di Napoli fu condennata detta città à pagarne la corritura in detto passo".
Monumenti e luoghi d'interesse
Cappella di S. Maria ad Nives (secoli XVII-XVIII) Palazzo Gaudiosi, già Grancia dei Monaci di S. Severino & Sossio (secoli XVI-XVII) Masseria dei Marchesi Torre (XVII secolo) Borgo di via Casamanna, già Casa de' Mansi (secoli IX-X) Casa dell'Acqua (XVI secolo) La contrada "Salice" (X secolo)
Chiesa (cappella) di S. Maria ad Nives dei Gaudiosi I resti di questo antico sito sono ancora visibili sulla via Nazionale delle Puglia, angolo via Filichito, proprio di fronte a quella che era la Grancia Benedettina del Monastero di SS. Severino & Sossio.
Attualmente, il documento più antico che esplicitamente menziona tale chiesa risale al 1738Nola: Archivio Diocesano, fondo "Sante Visite": è il resoconto di una "Santa Visita" che il Vescovo di Nola, Mons. Trojano Caracciolo del Sole, fece in tale chiesa.
Secondo lo studioso C. Cicala (rif.C.Cicala “Casali Novo intus Arcora: excursus storico” – ed. Manna.), documenti più antichi relativi ad alcune di queste visite lungo il XVI secolo sono andati dispersi durante le devastazioni avutesi a Nola nel decennio francese. È molto probabile che tale cappella si trovi nella lista dei beni, venduti da A. D'Eboli al Barone di Pomigliano nel 1593, anche in Rif. ("collecta Sancta Maria, item taberna et passa, item furno ex aparecta…").
Nel documento "Apprezzo della Terra di Pomigliano" (vedi ancheG. Basile – A. Esposito, “Pomigliano Sacra: Parrocchie -Chiese - Cappelle”, Com. di Pomigliano d’Arco - 2010), redatto nel 1750 dal notaio Ranucci per la vendita dei beni della famiglia Strambone, è riportata la descrizione di questa cappella, "dirimpetto la Taverna Nuova": «La cappella sta situata su la Strada Regia di rincontro al taverna nuova e proprio nelle case che sono in sterminamento di Pomigliano, e consiste in una porta quadrata per la quale si entra nella medesima che è coverta con lamia a botte con lunette e col suolo d’astrico, tiene il suo altare di fabbrica e legno in testa col quadro della Beata Vergine sotto il titolo della neve, ed è mantenuta da padri di S. Severo di quella città, che ne hanno la proprietà, e vi fanno celebrare ogni festa».
Ipotesi XI secolo Dalla lettura di alcune pergamene relative al territorio di Terczo, territorio in cui rientrava l'area tavernanovese fino all'XI secolo, si menziona una obbedienza che il Monastero possedeva nel territorio (ad appannaggio delle casse dellInfirmaria del Monastero di Napoli), che si presuppone sia stata la Grancia tavernanovese in quel tempo.
Tale grancia, secondo una relazione del comune di CasalnuovoComune di Casalnuovo di Napoli, PUC 2019 -Relazione EL01, sarebbe stata costruita lungo confine con la via pubblica che portava ad Arcora, in un territorio di pertinenza della Chiesa dei Santi Apostoli di Napoli.
All'interno di tale ipotesi, la cappella risulterebbe quale elemento superstite dell’antica campata nord di una chiesa ("obbedienza") dell’XI secolo, indicata Ecclesia vocabulo Sancti Severini (in Rif.M.R. Pilone “L'Antico inventario delle pergamene del Monastero dei Ss. Severino e Sossio” - 1999 ai nn. 1749, 1229). Successivamente ricostruita, sarebbe stata intitolata alla Madonna della Neve verso la fine del sec. XVI, vista la vicinanza della Basilica di Ponticelli (che è dedicata a tale titolo di S. Maria nel territorio di Terczo, poi divenuto Ponticello) che aveva nel monastero di SS. Severino e Sossio di Napoli il maggiore proprietario terriero.
Palazzo Gaudiosi Palazzo Gaudiosi era anticamente una struttura che si ergeva su un territorio appartenente alla Chiesa di S. Pietro a Cancellata; la facciata con le arcate che ancora oggi è visibile la si ritrova disegnata su di una pergamena risalente al 1593, custodita in un ManoscrittoMs. Brancacciano I E 10 (ff. 122-123), Biblioteca Nazionale di Napoli presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e menzionata nel testo di Giuseppe Fiengo in "Archivio Storico Italiano"Vol. 143, No. 3 (525) (luglio-settembre 1985), pp. 399-428. Questa recente scoperta, insieme a quella di alcune pergamene reperite presso l'Archivio di Stato di Napoli (fondo "Monasteri Soppressi" - vol. 1829) ed altre appartenenti al lavoro della Prof. M.R. Pilone ("L'Antico inventario delle pergamene del Monastero di S. Severino e Sossio”, nn.1749,1229, 1410), apre la strada all'ipotesi che intorno all'anno 1000 fosse attiva in questo luogo una "Infirmaria" o "hospitale" e che questa sia stata poi restaurata dai monaci cassinesi agli inizi del XII secolo. A questa struttura era affiancata una "obedientia" del Monastero - una chiesa - che le pergamene in questione menzionano come dedicata proprio a S. Severino.
Secondo alcuni studi basati sul Cap. III nel testo, l'area intorno Palazzo Gaudiosi è stata posseduta nel sec. X da Maria - monaca - nipote di Gregorio IV, Duca di Napoli.
Masseria dei Marchesi Torre L'ultimo erede di cui abbiamo notizia scritta è stato, nel 1845, don Salvatore Torre Seniore. Tale Masseria era il nucleo attivo per la gestione di ben 2964684 palmi quadri tutti intorno.
Per avere una idea dell'estensione di questo "tenimento", sapendo che 1 palmo quadrato è pari a 0,069987 metri quadrati, parliamo di oltre 200 000 metri quadri.
Questa proprietà confinava a nord con i territori di Don Camillo Marino, a nord-est con quelli di Don Cesare Colletta e ad est con i territori di una famiglia legatissima al territorio tavernanovese, la Famiglia Gaudiosi, con i suoi Don Pasquale e Don Luigi.
Nel documentoTribunale di Napoli. Tribunale civile. Perizie - Inventario dei documenti iconografici , contenitore 16857 unità cartografica 129 presente all'Archivio di Stato di Napoli è riportato tutto l'apprezzamento che fu fatto nel 1845 per poter dividere quella proprietà, fra cui:
2 divani di mogano con copertura di cotone scarlatto, 30 ducati. 1 orologio di chincaglieria con campana, 20 ducati.
Nella cappella: un calice d'argento con patena, 24 ducati; una cappellina d'argento con dentro una statuetta della Vergine dal peso di 4 libbre d'argento, 80 ducati. 7 pianete complete di stole (due di lutto), 20 ducati. un crocifisso d'argento di 1 libbra, 22,66 ducati. Servizio da 34 (forchette, cucchiai, etc.) in argento (60 libbre complessive), 325 ducati. 6 candelieri d'argento, 131 ducati. 8 saliere d'argento, 67 ducati. Caffettiera e zuccheriera d'argento, 51 ducati. 2 diademi e due corone con crocifisso, 22 ducati. 12 lenzuoli di lino, 20 ducati. Pentole di rame lavorate per 200 libbre, 40 ducati (1 libbra = 0,32 kg).
Tale Masseria in passato era appartenuta ai Monaci di S. Severino & Sossio. Infatti, in un documento del 1758Archivio di Stato di Napoli, Fondo Monasteri Soppressi, Vol.1829 - Pagamenti, i monaci annotano dei pagamenti fatti per dei lavori alla Masseria Torre.