Il conflitto del Darfur (talvolta chiamato genocidio del Darfur) è un grande conflitto armato nella regione del Darfur, situata nell'ovest del Sudan, cominciato nel febbraio del 2003, quando i gruppi ribelli del Movimento per la Liberazione del Sudan (Sudan Liberation Movement, SLM) e del Movimento Giustizia ed Uguaglianza (Justice and Equality Movement, JEM) iniziarono gli scontri contro il governo del Sudan, accusato di opprimere la popolazione non araba del Darfur. Il governo sudanese rispose agli attacchi avviando una campagna di pulizia etnica contro la popolazione non araba del Darfur. Questo ebbe l'effetto di provocare la morte di centinaia di migliaia di civili e l'imputazione dell'allora Presidente del Sudan, Omar al-Bashir, per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità da parte della Corte Penale Internazionale (ICC).
Uno dei lati del conflitto era composto principalmente dalle Forze armate del Sudan, forze di polizia e dalle milizie Janjawid (letteralmente "demoni a cavallo"), ovvero un gruppo di miliziani arabi reclutati principalmente fra i membri delle tribù africane locali arabizzate e in minor numero tra i Beduini della tribù Baggara originari del Darfur e del Kordofan. La maggior parte degli altri gruppi etnici arabi nel Darfur non venne coinvolta nelle vicende. L'altro schieramento del conflitto è composto dai gruppi ribelli, tra cui spiccano il SLM e il JEM, i cui membri vennero reclutati principalmente dai gruppi etnici musulmani non arabi Fur, Zaghawa e Masalit. Anche l'Unione Africana (UA) e le Nazioni Unite (ONU) disposero la creazione di una missione congiunta di peacekeeping nella regione, denominata United Nations–African Union Mission in Darfur (o UNAMID). Sebbene il governo sudanese ufficialmente abbia sempre negato di aver sostenuto le milizie Janjawid, l'evidenza sembra supportare le tesi secondo cui il governo sudanese abbia fornito loro assistenza economica e armi, e che le stesse forze governative abbiano guidati degli attacchi congiunti assieme a tali milizie, molti dei quali contro civili. Le stime del numero di vittime umane del conflitto variano e arrivano fino a diverse centinaia di migliaia di morti, sia dai combattimenti che dalla fame e dalle malattie.
Lo sfollamento di massa e le migrazioni forzate hanno costretto milioni di civili a recarsi presso campi per rifugiati o a lasciare il paese, creando una vera e propria crisi umanitaria. L'ex Segretario di stato degli Stati Uniti, Colin Powell definì la situazione come un genocidio o atti di genocidio.
A seguito della recrudescenza degli scontri durante i mesi di luglio e agosto del 2006, il 31 agosto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 1706, che istituì la missione UNAMID: una nuova forza di pace, composta da caschi blu dell'ONU che sostituisca o affianchi i uomini dell'Unione Africana al momento presenti sul campo. Il Sudan avanzò forti obiezioni nei confronti della risoluzione e dichiarò che le forze ONU che dovessero entrare in Darfur sarebbero state considerate alla stregua di invasori stranieri. Il giorno seguente i militari sudanesi hanno dato il via ad un'imponente offensiva nella regione. Diversamente da quanto accadde per la seconda guerra civile sudanese, dove ad essere contrapposti erano stati il nord, prevalentemente musulmano, ed il sud, cristiano e animista, nel Darfur la maggior parte della popolazione è musulmana, come gli stessi JanjawidVedi le voci Fur e Zaghawa così come gli articoli su USA Today, Slate e New York Review of Books. Inoltre, il Rapporto al Segretario Generale delle Nazioni Unite della Commissione Internazionale d'inchiesta sul Darfur (PDF) - in inglese, Nazioni Unite, 25 gennaio 2005, afferma: Le varie tribù che sono state vittime di attacchi e uccisioni non sembrano appartenere a gruppi etnici diversi da quelli a cui appartengono le persone o le milizie attaccanti. Parlano la medesima lingua (arabo) e professano la stessa religione (Islam) ("The various tribes that have been the object of attacks and killings (chiefly the Fur, Massalit and Zaghawa tribes) do not appear to make up ethnic groups distinct from the ethnic group to which persons or militias that attack them belong. They speak the same language (Arabic) and embrace the same religion (Islam)") (p. 129). Sono state finora approvate diverse risoluzioni dal Consiglio di Sicurezza, inviata sul posto una missione dell'Unione Africana (AMIS) e discusso il caso presso la Corte penale internazionale dell'Aia. Le aree più critiche sono i territori del Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad e oltre, dove l'assenza di condizioni di sicurezza hanno ostacolato anche l'accesso degli aiuti umanitari.
Nel 2009 il Generale Martin Agwai, a capo della missione di pace UNAMID, ha detto che nella regione la guerra vera e propria era da considerarsi terminata, che si doveva parlare più di banditismo e problemi di sicurezza che del conflitto in piena regola. Nonostante tali affermazioni, le violenze ripartirono, fino alla tregua del febbraio 2010 firmata in Qatar a Doha tra il presidente sudanese Omar al-Bashir e il JEM. Tuttavia i colloqui di pace sono resi difficili dalla violazione della tregua da parte dell'esercito sudanese che ha lanciato incursioni e attacchi aerei contro un villaggio.
Nel febbraio 2010 il governo del Sudan e il JEM firmarono un accordo per il cessate il fuoco, con un tentato accordo per perseguire la pace nella regione. Il JEM aveva molto da guadagnare dai negoziati e aveva in mente l'ottenimento di una forma di semiautonomia come quella concessa al Sudan del Sud. Tuttavia, i negoziati non andarono avanti a causa delle accuse rivolte all'Esercito sudanese per aver avviato delle incursioni e dei bombardamenti aerei contro un villaggio, violando l'Accordo di Tolu. In risposta, il JEM, il principale e più grande gruppo ribelle del Darfur, promise di boicottare qualsiasi negoziazione.
La Bozza di Carta Costituzionale dell'agosto 2019, firmata dai rappresentanti dei militari e del mondo civile durante la Rivoluzione sudanese del dicembre 2018, prevede che venga intavolato un processo di pacificazione che porti a un accordo di pace per il Darfur e per altre regioni sotto conflitto armato in Sudan entro i primi sei mesi del periodo di transizione verso un governo pienamente democratico e civile (la cui durata è stata fissata a 39 mesi).
Il 31 agosto 2020 è stato firmato un accordo generale di pace tra il Governo del Sudan e i leader di diverse fazioni ribelli, ma nel corso del 2021 si sono verificati nuovi scontri.
Ad aprile 2023 il conflitto è stato ripreso, nuovi scontri armati a seguito di forti tensioni e scontri iniziati nella capitale Khartoum e poi diffusisi nel resto del Paese. Viene registrata una mortalità tra le più elevate del pianeta: oltre 150.000 morti, 10 milioni di sfollati, 25 milioni di persone in emergenza umanitaria. Sono stati segnalati stupri, massacri, pulizie etniche. Le città sono distrutte, le strade piene di cadaveri a tal punto da essere visibili dalle immagini satellitari.
Il 27 gennaio 2025 il procuratore della Corte penale internazionale ha annunciato che il suo ufficio emetterà mandati di arresto per coloro che sono accusati di atrocità nella regione.
Origini del conflitto
Il Darfur (dall'arabo "la casa dei Fur") non faceva parte tradizionalmente degli stati organizzatisi lungo la valle del Nilo superiore, ma piuttosto rappresentava un sultanato indipendente nel XIV secolo. Per via della migrazione della tribù Banu Hilal nel XI secolo, i popoli della valle del Nilo vennero pesantemente arabizzate, mentre l'hinterland rimase più vicino alle culture native sudanesi.
Il sultanato dei Keira e la dominazione egiziana Tra la fine del XIV secolo e l'inizio del XV secolo la dinastia Keira, dei Fur del Jebel Marra (Monte Marra), diede vita a un sultanato di religione islamica. Il sultanato fu in seguito conquistato dalle forze Turco-Egiziane in espansione verso il sud lungo il corso del Nilo, venendo incluso all'interno del Chedivato d'Egitto nel 1875. Successivamente le forze turco-egiziane vennero sconfitte da Muhammad Ahmad, autoproclamatosi Mahdi (il Ben Guidato [da Allah]), e il Darfur venne consegnato dal governatore Slatin Pasha ai Mahdia nel 1883.
La dominazione britannica Lo Stato mahdista cedette all'assalto delle forze anglo-egiziane guidate da Horatio Herbert Kitchener durante la Guerra mahdista. In seguito il Sultano Ali Dinar venne rimesso in carica come cliente britannico, e venne imposta al Sudan una dominazione congiunta anglo-egiziana.
Fino al 1916, i britannici accordarono al Darfur un'autonomia de jure, ma nel 1916 invasero la regione annettendola al Sudan e deponendo l'ultimo Sultano, Ali Dinar, responsabile di sostenere l'Impero ottomano durante il primo conflitto mondiale.Prunier, pp. 8-24 Durante la dominazione anglo-egiziana il grosso delle risorse venne destinato allo sviluppo di Khartoum e della provincia del Nilo Azzurro, trascurando il resto del paese. Come è evidenziato in uno studio dell'Università dello Stato del New York del 1987, su 1169 progetti agricoli, finanziati dal governo coloniale nel 1955, nessuno interessava il Darfur, nonostante essi fossero in gran parte opere di irrigazione, delle quali il Sudan occidentale avrebbe avuto grande bisogno.
Dall'indipendenza ai giorni nostri Gli abitanti della valle del Nilo, beneficiari del grosso degli investimenti britannici, continuarono a perseguire una politica di emarginazione economica e politica anche dopo che, nel 1956, il paese conquistò l'indipendenza. Nella metà degli anni sessanta fu varato dal governo centrale un importante programma per lo sviluppo rurale composto da 2280 progetti, nessuno dei quali andava a beneficio del Darfur. Durante la campagna elettorale del 1968 le faziosità interne al partito dominante, Umma, indussero alcuni candidati, e in particolare Sadiq al-Mahdi, a cercare di dividere l'elettorato del Darfur dando la colpa del mancato sviluppo della regione agli arabi, quando si trattava di conquistare il favore delle popolazioni stanziali, oppure facendo appello ai seminomadi Baggara perché sostenessero i fratelli arabi della regione del Nilo. Questa dicotomia arabo-africana, che non rappresentava certo il modo in cui le popolazioni indigene percepivano i rapporti locali, venne ulteriormente esasperata quando il presidente della Libia, Gheddafi, iniziò a progettare un'unione politica di stati islamici lungo tutto il Sahel e a diffondere un'ideologia di supremazia arabaPrunier, pp. 42-44. Come conseguenza di una serie di interazioni fra il Sudan, la Libia e il Ciad fra la fine degli anni sessanta e gli anni ottanta, il presidente sudanese Ja'far al-Nimeyri fece del Darfur una base d'appoggio per le forze ribelli anti-Gheddafi capitanate da Hissène Habré impegnate nel tentativo di rovesciare il governo del CiadPrunier, pp. 44-47.