Le politiche sociali del fascismo comprendono riforme dei settori della previdenza sociale (come le pensioni di vecchiaia e le assicurazioni contro gli infortuni), assistenza sociale e sanitaria effettuate in Italia dal 1922 al 1943.
In Italia, lo stato sociale, cioè l’insieme di assicurazioni e assistenza pubbliche per rischi quali la vecchiaia, malattia, infortuni, disoccupazione, e invalidità, è nato nell'Ottocento. La sua crescita si è protratta per molti decenni, parallelamente ad analoghi processi di crescita che ebbero luogo negli altri paesi occidentali. Il regime fascista, partendo dalle leggi ed istituzioni introdotte nei decenni precedenti, globalmente estese l'intervento sociale dello stato, ampliò un numero di tutele pubbliche e riorganizzò e rafforzò le istituzioni statali chiamate ad operarle.
In un contesto storico di perdita dei diritti politici, le riforme furono uno strumento di controllo sociale: fornivano benefici il cui accesso era largamente controllato dal partito unico. Il rafforzamento dello stato sociale fu anche una strategia economica fondamentale dello stato totalitario fascista: esso voleva assorbire tutti gli aspetti della vita individuale e sociale nel sistema statale e dittatoriale, per produrre unità nazionale e crescita economica, strumenti della più ampia politica di grandezza e di conquista.
Le valutazioni di queste riforme sono talora controverse, qualora influenzate da prospettive che inducano a esagerarne la portata o sottovalutarne le implicazioni. In un’ottica storica di lungo periodo, le riforme dell’epoca fascista rappresentano la fase di consolidamento dello stato sociale italiano: esse rafforzarono le sue istituzioni e tendenze e ne influenzarono i successivi sviluppi.
Situazione antecedente: nascita dello stato sociale
Nel corso dell’ottocento, le società europee a più forte crescita economica svilupparono gradualmente politiche e istituzioni pubbliche di assistenza sociale, previdenza e sanità. Questo sviluppo seguì diverse traiettorie, a seconda del ruolo in ciascun paese di organizzazioni caritative religiose, associazioni di mutuo soccorso, istituzioni assicurative obbligatorie o volontarie, e intervento statale...
A cavallo dell’unificazione, le condizioni sociali ed economiche degli italiani (e particolarmente nel meridione) erano tra le più arretrate in Europa.. L’assistenza sociale era principalmente fornita dalle Opere Pie legate alla Chiesa; lo Stato aveva un ruolo assistenziale marginale. Nelle regioni più industrializzate le associazioni mutualistiche crebbero significativamente durante la seconda metà dell’800. Alla fine dell’800 lo sviluppo industriale, la crescita della questione operaia e dei partiti di ispirazione socialista, e la riflessione sociale nella Chiesa con l’Enciclica Rerum Novarum del 1893 di Leone XIII alimentarono dibattiti ed attese che promossero ulteriore innovazione politica.
Il ruolo sociale dello Stato cominciò a crescere, seguendo tendenze già in atto in altri paesi Europei ed in particolare in Germania. Riforme settoriali gettarono le fondamenta della sanità pubblica e delle assicurazioni sociali per la vecchiaia e gli infortuni. Nel 1888 la legge sull'igiene e la sanità pubblica diede avvio alla sanità pubblica. Lo stato estese il proprio controllo sulle Opere Pie. Nel 1910 nacque la Cassa di maternità obbligatoria, e nel 1912 fu la volta dell'Istituto Nazionale delle Assicurazione (INA)..
Durante l’età Giolittiana, un clima di crescita economica e graduale apertura politica favorì ulteriori riforme. Poi, il disastroso impatto sociale del primo conflitto mondiale diede nuovo impulso allo sviluppo dell’assistenza statale, che fu estesa ad un numero maggiore di categorie economiche. Si rilanciò la riflessione sulle riforme, nel mezzo di aspettative crescenti e di forti tensioni sociali che culminarono nel Biennio Rosso.. Nel 1919 nacque il sistema della pensione statale per il settore privato, con la fondazione della Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali. Fu anche introdotto uno tra i primi schemi europei di assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria.. L’efficacia delle politiche rimase limitata dalla conflittualità politica, dalle ridotte risorse finanziarie e dalla debolezza della classa politica nello sviluppare una visione sociale adeguata alle profonde fratture e tensioni di quegli anni.
Al di là dei risultati immediati, queste riforme posero ormai lo stato sociale al centro della ricerca politica del consenso pubblico,. in un periodo di forte polarizzazione politica, di grandi squilibri economici e di politiche fiscali molto restrittive.. Le riforme fasciste
La transizione dal liberismo allo statalismo fascista Nel 1922 Mussolini arrivò al governo in un periodo di iniziale ripresa economica. Nei primi anni il suo governo, si mosse in continuità con le politiche liberali precedenti.. In campo sociale, frenò l’espansione dello stato sociale: cancellò il monopolio statale sulle assicurazioni sulla vita istituito precedentemente, concesse più autonomie agli Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza (IPAB o ex Opere Pie) nell'assistenza caritativa e introdusse restrizioni all'accesso di mezzadri e coloni all'assicurazione contro invalidità e vecchiaia e ai sussidi di disoccupazione.
Tra il 1923 e il 1926 ci fu una transizione complessa verso il centralismo statale. Vi giocarono diversi fattori e una forte tensione politica all'interno del partito fascista, tra chi preferiva politiche anti-monopolistiche e chi invece favoriva il ruolo statale e la centralizzazione. Le tendenze stataliste avevano più motivazioni: il desiderio di razionalizzare i costi e migliorare le tutele tramite il controllo statale; la volontà di acquisire credibilità politica presso i lavoratori associando lo stato fascista al rafforzamento delle tutele sociali; e l’interesse per le ingenti risorse finanziarie, prodotte dall'allargamento delle contribuzioni e coperture previdenziali, che potevano essere mobilizzate per fini politici nazionali.Bertini F., Il fascismo dalle assicurazioni per i lavoratori allo stato sociale. In , 2001, pp. 189-193
Le tendenza stataliste contrastavano gli interessi del settore assicurativo privato; questo era cresciuto durante i trent'anni precedenti, grazie all'allargamento degli obblighi assicurativi, e resisteva alle idee e alle riforme indirizzate a creare il monopolio assicurativo statale. Alle assicurazioni private si contrapponevano non solo i politici statalisti all'interno del partito, ma anche i dirigenti degli enti pubblici, che crebbero rapidamente in numero, dimensioni ed influenza a seguito delle prime riforme. Al ruolo previdenziale del settore privato si opponevano anche i sindacati fascisti, che volevano che la gestione del sistema previdenziale avvenisse tramite le contrattazioni di categoria. Essi miravano anche a rafforzare il proprio ruolo nella gestione delle mutue di categoria.Bertini F., Il fascismo dalle assicurazioni per i lavoratori allo stato sociale. In , 2001, pp. 213-242
Le tendenze stataliste, pur contrastate, finirono per prevalere. Il cambiamento di indirizzo politico insorse tramite il rapido accumularsi di provvedimenti di riforma e non come il frutto di un chiarimento di principi politici. I provvedimenti che marcarono la transizione durante il 1925-1926 furono lo scioglimento della Federazione Nazionale delle Società di Mutuo Soccorso; la creazione dell’INADEL (Istituto nazionale per l‘assistenza ai dipendenti egli enti locali); la fondazione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia; il conferimento alla Cassa Nazionale Infortuni del monopolio delle assicurazioni anti-infortunistiche del settore pubblico e anche delle imprese che avevano commesse pubbliche. Queste riforme culminarono in un decreto del 1926 che determinava la cessazione di un ampio numero di imprese assicurative private.Bertini F., Il fascismo dalle assicurazioni per i lavoratori allo stato sociale. In , 2001, pp. 201-207
Nel frattempo, tra il 1925 e 1926 un complesso di norme passate sotto il nome di leggi fascistissime costituì lo stato autoritario fascista. Nel 1925 il Patto di Palazzo Vidoni tra governo e industriali conferì alle organizzazioni sindacali fasciste l’esclusivo diritto di rappresentanza sindacale, eliminando i sindacati operai. Queste riforme segnarono l’inizio della fase più matura delle politiche sociali fasciste, che estese profondamente l’intervento statale a partire dalla seconda metà degli anni venti.
Le resistenze del settore privato (assicurativo e industriale in genere) continuarono negli anni successivi. Il processo di riforma del settore previdenziale si protrasse per almeno 10 anni, fra incertezze e una miriade di interessi contrapposti. Il governo favorì in misura sempre maggiore la costituzione di grandi enti pubblici per la gestione della previdenza. Sotto la forte pressione sociale generata dalla grande depressione del 1929, i grandi enti furono consolidati con ulteriori provvedimenti nel 1933. Nel 1935 ci fu un ulteriore importante riordino legislativo.Bertini F., Il fascismo dalle assicurazioni per i lavoratori allo stato sociale. In , 2001, pp. 244-268
Le politiche sociali
Assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro Le assicurazioni contro gli infortuni erano state introdotte nel 1883 assieme alla Cassa Nazionale di Assicurazione per gli Infortuni (CNAI), e rese obbligatorie nel 1888.
Nel 1933 venne costituito l'Istituto nazionale fascista per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INFAIL) in sostituzione della CNAI e di molti altri istituti del settore. L’INFAIL assunse il monopolio dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che era stato sancito nel 1926 (precedentemente esisteva obbligo di assicurazione ma libertà di scelta dell'istituto assicuratore).. Nel 1935 l’assicurazione contro gli infortuni venne resa automatica con l’inizio del rapporto di lavoro, fu inclusa l’erogazione di servizi sanitari, l’indennizzo in capitale fu sostituito dalla rendita e fu rafforzata la tutela ai grandi invalidi. Si creò dunque l’impianto di principi che vige tuttora.
Assicurazioni di vecchiaia Le pensioni di vecchiaia erano state introdotte con la Legge 17 luglio 1898, n. 350, che istituiva una Cassa Nazionale di previdenza per la invalidità e per la vecchiaia degli operai, con contributi su base volontaria. Nel 1919 era stata introdotta l'obbligatorietà di assicurazione pensionistica per un'ampia serie di categorie sociali, assieme alla costituzione della Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali (CNAS). Il governo fascista non introdusse riforme radicali del sistema previdenziale preesistente, ma ne rafforzò l’organizzazione e la gestione e ne ampliò generalmente le tutele e i benefici, specie a ridosso del conflitto mondiale..
Le prime riforme in vigore dal febbraio 1924, attraverso il Regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3184 sull'assicurazione obbligatoria contro la invalidità e la vecchiaia per le persone di ambo i sessi, segnarono tuttavia un cambiamento di direzione. La riforma del 1919 aveva previsto un allargamento le categorie soggette alla assicurazione obbligatoria e introdotto nuove categorie (in particolare lavoratori indipendenti) alla assicurazione volontaria. Nel 1923 si restrinse la tutela ai soli lavoratori dipendenti e si esclusero mezzadri, affittuari e coltivatori diretti. Questa riforma, perciò, abbandonò l'avvio di tutele universalistiche e affermò la tendenza occupazionale della previdenza, che sarà ulteriormente consolidata successivamente (vedi sotto).
Nel 1933 la CNAS fu riorganizzata nell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS). L’INFPS divenne un pilastro della politica sociale nazionale, ma ciò non impedì la continuazione e l'ulteriore ampliamento del numero di assicurazioni di categoria gestite da fondi previdenziali speciali..