La Vita Sancti Machutis ("Vita di San Macuto") è un testo agiografico del IX secolo in cui il vescovo Bili narra la vita di uno dei sette santi fondatori della Bretagna continentale, Macuto o Maclovio.
Struttura dell'opera La Vita Sancti Machutis di Bili è composta da due libri di grandezza impari, con il secondo molto più breve del primo. Ma al di là di questa struttura esteriore si possono notare divisioni interne abbastanza nette:
L’opera si apre con un prologo che contiene la dedica dell’opera a Ratvili e la recusatio di Bili che afferma di non scrivere per gli eruditi ma per la diocesi di Alet Un elenco dei titoli di capitoli Un inno dedicato a san Macuto Un catalogo delle virtù dei santi Un ulteriore prologo, abbastanza simile al precedente Comincia poi la Vita anch’essa con divisioni abbastanza evidenti tra: Libro I, cap. I – XXX: l’infanzia del santo, oltre la Manica, in compagnia di san Brendano e le varie peregrinazioni per mare Libro I, cap. XXXI – LXXVI: l’opera di Macuto ad Alet, dapprima come semplice monaco poi da vescovo Libro I, cap. LXXVII – LXXXIX: la parte conclusiva della vita di Macuto, per la maggior parte nella città di Saintonge Libro II: vi è narrata principalmente la storia delle sue reliquie ed assume per molti versi l’aspetto di una translatio (genere letterario medioevale legato allo spostamento delle reliquie di un santo).
Trama
San Macuto nasce nel sud del Galles, in una città chiamata Nantcarvan, dal padre, Gwent, e dalla madre Deruel che lo partorisce quando aveva ormai 66 anni. Dopo essere stato battezzato viene subito affidato al monastero della stessa città e alle cure dell’abate, san Brendano. In questo periodo della giovinezza san Macuto dimostra straordinarie capacità di apprendimento (impara a scrivere in un solo giorno) e manifesta subito il suo destino straordinario attraverso alcuni miracoli: un giorno mentre esce dal monastero per giocare con altri compagni si addormenta sulla riva del mare; la marea comincia a crescere così gli altri tornano nel monastero e non vedendolo presente temono che sia stato inghiottito dalle onde. Brendano, profondamente rattristato ne dà notizia ai genitori ma quella stessa notte un angelo annuncia al santo abate che il discepolo è vivo su un’isola creata da Dio per lui, che si è innalzata nel mare per evitare che morisse. Dopo alcuni giorni di meditazione sull’isola Macuto rientra al monastero e, dopo aver rifiutato di tornare coi genitori, viene ordinato monaco e, durante la cerimonia, una colomba si posa sulla sua spalla destra. Per perfezionare le virtù del giovane allievo Brendano decide di portarlo con sé e con altri monaci alla ricerca dell’isola paradisiaca di Imma. Durante il viaggio Macuto compie miracoli straordinari come la risurrezione del gigante Milldu, che aveva vissuto da pagano e ora stava subendo le pene infernali e che, dopo essere stato battezzato, si offre di aiutarli nella ricerca trascinando la nave tramite l’ancora. Tuttavia i monaci non riusciranno a trovare l’isola e una forte tempesta farà annegare il gigante che verrà riportato alla sua tomba e sepolto da cristiano. Più oltre spinti dalla sete i monaci giungono ad un’isola nella quale Macuto si avventura in cerca di acqua e, in un episodio ricco di significati simbolici legati al mondo celtico, trova una fonte, delle gemme e, nel tornare alla nave, inciampa su un rovo, che poi sradica e porta con sé. Nel viaggio di ritorno poi celebra la messa di Pasqua su una grandissima balena che gli altri monaci avevano scambiato per un’isola, salvo poi fuggire spaventati quando l’animale comincia a muoversi. Tornati a Nantcarvan Macuto pianta la radice che aveva trovato nel viaggio e nasce una pianta di genere sconosciuto, simile ad una palma, che poteva essere ammirata solo lì, dopo di che egli comunica a Brendano e ai suoi genitori, che sono inizialmente contrari, l’intenzione di mettersi nuovamente per mare per annunciare il Vangelo a nuove terre e parte con 33 compagni su una nave guidata da un misterioso timoniere che si rivelerà essere Cristo in persona. Macuto giunge quindi in Bretagna dapprima su un’isoletta a nord (l’isola di Cézembre) dove viveva una comunità di monaci che doveva convivere con un terribile drago/serpente. Dopo averlo scacciato Macuto resta per un po’ sull’isola prima di giungere sul continente, ed in particolare nella città di Alet dove fonda diversi monasteri con una regola molto rigida e ascetica. Per questo suo stile di vita e per alcuni miracoli (la resurrezione della scrofa di un porcaro e la guarigione di un muto) la sua fama comincia a diffondersi e giunge alle orecchie del re di quella regione, Iudicahel, che si adopera per farlo nominare vescovo di Alet. Macuto accetta, recandosi a Tours per l’ordinazione compie diversi miracoli e ancora una volta, durante la cerimonia una colomba si posa sulla sua spalla. Da questo momento in poi la storia racconta del suo vescovato che egli esercita con grande impegno, percorrendo tutta la sua diocesi e ricevendo spesso donazioni, pur continuando la sua vita ascetica insieme ad un fedele compagno di nome Rivan; il testo si sofferma sui vari miracoli compiuti dal santo vescovo, tra i quali l’accecamento e poi la guarigione di un tiranno locale che voleva distruggere un monastero, il quale poi si converte ad una vita giusta e umile, la morte di un principe malvagio che voleva uccidere tutti i figli del re tranne uno che lui stesso aveva cresciuto, per dare il potere a quest’ultimo, l’apertura di una porta chiusa col semplice segno di croce, diverse guarigioni da malattie, diversi esorcismi, il salvataggio di una nave che stava per affondare in mezzo ad una tempesta… Particolare menzione meritano l’episodio di sensibilità quasi francescana in cui Macuto lascia il suo cappuccio su una quercia e, trovando poi al suo interno delle uova di scricciolo decide di non riprenderlo per non lasciare i piccoli privi di nido, i tre miracoli ravvicinati compiuti durante la celebrazione della veglia pasquale (una risurrezione, la trasformazione di acqua in vino e quella di una pietra in un calice) ed infine la paralisi di un uomo che gli era avverso poiché sposato ad una propria parente, che guarisce dalla malattia solo dopo aver sciolto quell’unione illegittima. Il riferimento a personaggi contrari a Macuto non è un caso isolato, ma accompagna tutta la storia e a muoverli è quasi sempre l’invidia: emblematico in questo senso l’episodio in cui Rivan viene legato da alcuni uomini e lasciato sulla riva del mare ad affogare fino a quando non giunge Macuto a salvarlo, non senza che uno di questi uomini gridi insulti verso i due. Proprio per questa malvagità di alcuni uomini, verso la fine della storia, Macuto abbandona la sua diocesi scagliando una maledizione e trova rifugio nel monastero di Saintonge accolto dall’abate Leontio. Durante la sua permanenza compie diversi miracoli e si dedica alla preghiera e alla meditazione; nel frattempo la diocesi di Alet è colpita da una gravissima siccità cosicché il re e il clero mandano una legazione a Saintonge per chiedere a Macuto di perdonarli, ritirare la sua maledizione e tornare da loro. Il santo acconsente e torna nella sua diocesi seguito dalla pioggia, dopo un breve soggiorno però decide di tornare da Leontio e, benedetta la popolazione, si mette in viaggio. Giunto dall’amico Macuto, ormai all’età di 133 anni, muore e viene seppellito tra grandi onori in una basilica a lui dedicata. Subito sulle sue reliquie iniziano ad avvenire diversi miracoli di guarigione e addirittura una volpe riporta il corpo del gallo che aveva ucciso, per discolpare un sagrestano che non aveva suonato la campana in vana attesa del canto dell’animale. Nel frattempo gli abitanti di Alet reclamano le reliquie del loro vescovo e mandano una legazione a Saintonage per chiederne il corpo, ma i sacerdoti del luogo non lo concedono. La legazione si rivolge dunque al re di quel luogo, Filberto, che dopo aver indetto tre giorni di digiuno fa mettere il corpo del santo sull’altare e chiede a quattro sacerdoti di sollevare il suo corpo, pregando san Macuto di mandare un segno per decidere la complessa situazione: per miracolo il suo braccio destro e la sua testa si staccano dal corpo mentre il resto non si riesce a sollevare; gli abitanti di Alet ottengono così le due reliquie del santo e tornano nella loro patria. In entrambi i luoghi dove sono conservate le spoglie avvengono diversi miracoli, per alcuni dei quali lo stesso Bili si dice testimone; la storia si chiude con una disputa tra monaci per stabilire la preminenza tra san Pol (si tratta quasi sicuramente di un altro famoso santo bretone: Pol de Léon) e san Macuto, vinta da quest’ultimo con un’insolita prova di caccia alle oche da parte dei contendenti.
Motivi della composizione Bili lavora e compone la sua opera in un contesto storico ben preciso; lo scontro tra il potere dei sovrani carolingi e le popolazioni bretoni che insistevano precedentemente sul territorio aveva portato già qualche decennio prima ad una riconfigurazione del quadro dirigente ecclesiastico di quell’area. Già prima del IX secolo si assiste infatti all’opposizione del clero bretone a quello franco che aveva come punto di riferimento la diocesi di Tours. Col passare del tempo l’autorità carolingia in questi territori si affievolisce e i sovrani sono spesso costretti a cedere il loro potere a principi locali, i quali cercano di rendere indipendente anche la chiesa bretone rispetto a quella franca e a questo scopo ingrandiscono, se non creano, la diocesi di Dol a spese di quella di Alet. Sebbene in seguito la posizione di Alet nel conflitto tra Dol e Tours sia oscillante, nel periodo in cui visse e operò Bili lo scopo è quello di riaffermare il potere episcopale di Alet di fronte al vicino e concorrente Dol. Bili opera quindi su probabile richiesta del vescovo Ratvili il quale avverte il bisogno di una risposta all’opera agiografica che aveva prodotto Dol sul suo fondatore, ovvero la Vita Samsonis. Nei protagonisti delle due opere possiamo infatti notare la caratteristica principale di queste due entità ecclesiastiche: se nella Vita Samsonis è promossa soprattutto un’impronta monastica, quella su cui è fondata la diocesi di Dol, che aveva la sua sede nel monastero vescovile, nella Vita sancti Machutis Bili dipinge il ritratto di un vescovo ideale che prega, predica e percorre il territorio della sua diocesiC. Garault, La «Vita sancti Machutis» par Bili: reflets des enjeux territoriaux liés au pouvoir épiscopal dans les années 870 en Haute Bretagne, in Genèse des espaces politiques (IXe-XIIe siècle). Autour de la question spatiale dans les royaumes francs et post-carolingiens cur. Geneviève Bührer-Thierry - Steffen Patzold - Jens Schneider, Turnhout, Brepols, 2017, p. 199; inoltre: J. C. Poulin, L'hagiographie bretonne du haut Moyen Age. Répertoire raisonné, Ostfildern, J. Thorbecke, 2009, p. 168. . A conferma di questo forte spirito competitivo va l’insistenza sulle varie donazioni fatte a Macuto o alla sua diocesi nel corso della storia (ben 10 donazioni) che evidenziano l’antichità e l’importanza della stessa e soprattutto l’ordinazione vescovile del santo che non avviene a Dol, ma nella rivale ToursB. Merdrignac, Les saints bretons entre légendes et histoire, Rennes, Presses universitaires de Rennes, 2008, V, 15 (testo online: https://books.openedition.org/pur/3627); inoltre J. C. Poulin, L'hagiographie bretonne du haut Moyen Age. Répertoire raisonné, Ostfildern, J. Thorbecke, 2009, p. 168..
Influenza e stile