Il manicomio di Aversa (ufficialmente ospedale psichiatrico "S. Maria Maddalena" dal 1947) è stato un manicomio italiano, con sede nel comune di Aversa, in provincia di Caserta.

Storia 1813-1831: la fondazione e il primo direttore Giovanni Maria Linguiti

L’originale sede della prima struttura del Regno di Napoli che potesse accogliere le persone con problemi di tipo psichiatrico, era ubicata all'interno dell'Ospedale degli Incurabili a Napoli, che al 1519 già aveva al proprio interno una sezione dedicata ai malati di mente denominata “Pazzeria”.. Tuttavia, con l’arrivo di Napoleone Bonaparte, e la successiva fondazione del nuovo Regno di Napoli, ci si rese progressivamente conto dell’inadeguatezza e della fatiscenza della struttura napoletana e si pensò, quindi, di rifondare l’intero regime sanitario dei manicomi, attraverso il decentramento delle strutture appositamente configurate per trattare tale genere di pazienti. Cosi, l’11 Marzo 1813, con Regio Decreto n. 10137/3, l’allora Re di Napoli Gioacchino Murat fondò nella città di Aversa le “Reali Case de’ Matti”.. La scelta di questa ubicazione fu frutto di una serie di indagini: infatti, dopo aver vagliato altre possibili sedi tra cui la Casa della Torre del Greco, già succursale degli Incurabili, e la Badia de Verginiani di Casamarciano, si decise di fondare la struttura manicomiale ad Aversa in accordo ai principali requisiti richiesti dal dibattito sanitario dell’epoca che indicava come preferenziale un luogo esterno al perimetro urbano ma ben collegato alla città. Infatti Aversa si trovava a metà strada tra la capitale del Regno, Napoli, e Caserta, sede della Reggia progettata da Luigi Vanvitelli.. Fin da subito si riconobbe come i locali della Maddalena fossero insufficienti ad accogliere i folli di entrambi i sessi, e quindi per le donne alienate venne assegnato un secondo edificio, che fu quello del soppresso convento dei Cappuccini al Monte, e ancora, nel 1821, si ottenne ancora un altro immobile, il convento degli ex-Virginiani, che divenne Casa Succursale (detta di Montevergine). Comunque, nonostante le tre sedi diverse, le Reali Case de’ Matti vengono ricordate come un unico complesso, con centro l’ex convento della Maddalena.. Il primo direttore della struttura fu l’abate Giovanni Maria Linguiti, un teologo che, nel 1812, dopo aver condotto uno studio sulla pazzia, pubblicò le sue Ricerche sull’alienazione della mente umana. Il suo progetto, testimoniato da una “pianta topografica” del 1823, si fondava sul principio della netta separazione tra uomini e donne e soprattutto, dalle diverse tipologie di demenze. Egli ebbe il merito di riproporre all’interno della struttura un surrogato di quella vita che agli internati era negata, apportando negli interni inedite soluzioni decorative e fondamentali accorgimenti nell’arredamento e negli oggetti d’uso quotidiano, perché nulla potesse ricordare ai malati il motivo del loro ricovero: le inferriate alle finestre furono sostituite da grate di legno, davanzali con finte fioriere, una grande spazio verde per la salubrità e serenità dei pazienti, ma soprattutto la realizzazione di un teatro come laboratorio di psicoterapia. Il suo personale metodo, definito come “cura morale”, veniva così descritto:

Nel 1825, alla morte di Linguiti, venne nominato direttore Giuseppe Sacco Invitti, un prete del tutto ignaro del trattamento dei malati di mente, che rimase in carica per circa un biennio. Dal 1827 al 1831 fu Alessandro Carotenuto a reggere il Manicomio ma senza alcun grande merito: infatti la struttura cominciò a declinarsi tanto da attirare l’attenzione del Governo che nominò come nuovo capo delle “Reale Case de’ Matti” un uomo di fermo carattere ma di cuore benevolo, Giuseppe Simoneschi..

1831-1876: la direzioni di Giuseppe Simoneschi e Biagio Miraglia

A partire dal 1831, con la direzione di Giuseppe Simoneschi (1831-1856), si realizzarono una serie di interventi sulla struttura originaria che permisero un’effettiva separazione degli ammalati in sezioni distinte secondo il sesso e le differenti patologie mentali e sulla stretta interrelazione tra locali per le attività terapeutiche e aree esterne. Furono, inoltre, introdotte sezioni pedagogiche, una scuola religiosa “primaria, scientifica, artistica” e “stabilimenti” per le attività industriali, artigianali e per il lavoro agricolo, mentre ai giardini fu assegnata una grande importanza nel processo di recupero degli alienati. Si apportarono importanti innovazioni agli strumenti di contenzione (letti, bagni) e, su espressa indicazione di Simoneschi, si demolì il teatro, spazio molto caro al metodo riabilitativo del Linguiti, e, al suo posto fu costruita una vasta sala per accogliere gli infermi.. Tutto, quindi, cominciò ad assomigliare di più al moderno concetto di manicomio, inteso come struttura di contenzione e internamento, a scapito dell’aspetto riabilitativo della persona. Il Manicomio di Aversa diventò fin da subito il più importante del Regno delle Due Sicilie e tra quelle più all’avanguardia in tutta Europa, tant’è che a solamente tre anni dall’apertura, già non aveva più spazio sufficiente per far fronte ai grandi numeri di richieste di ricoveri tant’è che nel 1836 si aggiunse una quarta sede del Manicomio, un antico fabbricato degli ex-agostiniani scalzi, che formò la Succursale S. Agostino degli Scalzi..

A Simoneschi successero alla direzione dell’istituto psichiatrico Francesco Maria Borrelli (1856 mar-magg), Federico Cleopazzo (1856-1860), Biagio Miraglia (1860-1869) e Federico Federi (1871-1876). Tra questi ricordiamo in particolare Biagio Miraglia, il quale delineò una struttura efficace di manicomio, proponendo la divisione degli alienati in otto distinti “quartieri”, uno per ciascuna delle classi di disturbi psichiatrici individuati dal medico in base alle diverse manifestazioni della follia, e di separare il tutto in due stabilimenti, uno per le donne ed uno per gli uomini, confinanti per mezzo di rispettivi giardini e comunicanti a mezzo di viale; tuttavia tale progetto non fu mai realizzato se non in parte. Inoltre, sotto la guida del Miraglia, ricordiamo il nuovo nome assunto dalla struttura, cioè Reale Manicomio di Aversa, in seguito alla nascita del Regno d’Italia all’indomani dell’unificazione, e anche importanti innovazioni riguardo agli spazi destinati ai laboratori ed un istituto di osservazione meteorologica per studiare i nessi scientifici tra patologie mentali e condizioni climatiche..

1876-1905: le innovazioni di Gaspare Virgilio

Nel 1876 assistiamo ad una vera e propria svolta del Manicomio di Aversa, il cui protagonista fu senza dubbio il nuovo direttore, l’Alienista Gaspare Virgilio (1876-1905). Egli cambiò interamente la filosofia costruttiva: invece di un edificio unico si cominciò ad optare per più strutture, o padiglioni, indipendenti. Infatti la nuova struttura manicomiale finì per essere “modulare”, con molti edifici più piccoli, indipendenti e distanziati tra loro, ciascuno dotato di refettorio, sale comuni e laboratori per attività lavorative, connessi solo tramite viali alberati del comune parco. Tale scelta fu il frutto di un lungo dibattito medico concernente la definizione della tipologia manicomiale, che culminò nel settembre 1877 proprio ad Aversa nel II Congresso della Società Freniatrica, che orientò verso la distribuzione dei dementi in edifici sviluppati su uno o due piani, dalle dimensioni e volumetrie modeste, tra loro distanziati e connessi da viali alberati, esattamente come diventò la struttura di Aversa.. Inoltre Virgilio, studioso “dell’anima criminale”, convinto assertore dell’“origine morbosa della delinquenza”, credeva fermamente nell’opportunità di assicurare una vigilanza particolare ai detenuti maniaci, cosa che il manicomio non era in grado di fare. Per cui, egli ottenne nel 1876 che si costituisse nelle carceri di S. Francesco da Paola, sempre ad Aversa, una sezione per criminali maniaci, che si trasformerà pochi mesi dopo nel primo manicomio criminale italiano.. Un altro fondamentale provvedimento adottato dal Virgilio fu che, per far fronte all’insalubrità determinata dal sovraffollamento, dispose che il manicomio venisse isolato dalla città da un’alta recinzione muraria e che venisse destinato ai soli uomini e donne folli “curabili”, divisi in sei sezioni, rigorosamente separate fra loro, mentre i semi agitati, i sudici e i distruttori vennero rinchiusi nelle succursali..

1905-1946: la nuova legge sui manicomi e il bombardamento Il governo italiano, dopo numerosissimi disegni di legge tra il 1877 e il 1897, che però non ebbero esito positivo, approvò il 14 febbraio 1904 la legge n. 36 sui Manicomi, accentuandone la caratteristica custodialistica. Agli psichiatri veniva infatti riconosciuto un grosso potere, in quanto ad essi era demandata in assoluto la decisione di ammettere e dimettere il malato di mente, e in un’epoca in cui il rapporto tra cittadini e Stato era esclusivamente di tipo autoritario, il manicomio diventò sempre più lo strumento ideale per il controllo sociale di ogni tipo di “devianza”, l’internamento diventò dunque funzionale a bloccare qualunque tipo di follia che minacciasse l’ordine pubblico.. Intanto ad Aversa si denunciavano molte disfunzioni, dalla qualità del cibo alle pessime condizioni igieniche fino all’impiego smodato dei mezzi repressivi. Nonostante ciò, il manicomio di Aversa si trasformava sempre di più da luogo di cura ed assistenza a luogo di reclusione. Dopo le dimissioni di Gaspare Virgilio nel 1905, successe la reggenza di Giovanni Motti (1905-1907), cui seguì Eugenio La Pegna (1910-1940), che promosse una più estesa rete fognaria, la “modernizzazione” della lavanderia, ed una serie di interventi che rappresentarono una svolta verso la moderna concezione di ospedale psichiatrico, dove le condizioni igienico-sanitarie costituiscono un primario obiettivo al pari della sicurezza della reclusione. A La Pegna, come direttore successe Francesco Vizioli (1940-1944). Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il complesso venne seriamente danneggiato dal bombardamento della notte del 19 luglio 1943, e nel 1944 venne interamente requisito dalle truppe angloamericane per l’istituzione di un campo profughi, lasciando solamente un piccolo nucleo di ricoverati..

1946-1999: dal dopoguerra alla chiusura