Biografia

La mia vita: la pediatria agli inizi del '900 attraverso le memorie di una donna medico

Introduzione Nel 1905 si laureò all'Università di Torino e lasciò un ricordo della sua figura in tutte le sedi universitarie in cui si trovò a lavorare e a collaborare a Torino, Siena, Sassari e Perugia. La dottoressa, oltre a ricevere il titolo di "Professoressa ordinaria" all'Università di PerugiaSi veda La medicina nell'Università di Perugia, p. 354. a partire dal 1948, fu la prima donna in Italia ad ottenere l'incarico della direzione della clinica pediatrica all'Università di SienaSi veda La pediatria senese, p. 2. dal 1919 al 1924. Successivamente venne insignita anche della carica di "Commendatore al merito della Repubblica Italiana". e fu membro fondatrice dell'Associazione Italiana Donne MedicoSi veda Storia dell'Associazione Italiana Donne Medico, p. 36..

Nella presentazione del libro La mia vita: la pediatria agli inizi del '900 attraverso le memorie di una donna medico, la prof.ssa Fernanda Borsarelli (Libero docente in pediatria, Presidente dell'Associazione Italiana, dottoressa in Medicina e Chirurgia) ricorda la collega:

Primi passi nella vita Virginia Angiola Borrino, quartogenita di una famiglia delle Prealpi biellesi, rimase orfana del padre all'età di otto anni.

Zio Quinto, fratello del defunto padre, rinunciò alla sua carriera per prendersi cura dei nipoti. Virginia, non a caso, lo ricorda come una figura sorridente, forte e sempre al suo fianco. Zio Quinto, come ricorda la stessa nella sua autobiografia, aveva un amico medico con il quale era solito trascorrere del tempo la sera. Spesso e volentieri la futura dottoressa rimaneva sveglia ad ascoltare i loro discorsi in ambito medico-sanitario. È, infatti, tra la tenerezza dello zio e le sue conversazioni con l'amico medico che nasce la sua vocazione..

A causa della forma fisica di Virginia, solo lo zio continuava a credere nella forza di volontà della sua nipotina e nella sua aspirazione. Su consiglio del medico amico di suo zio, essa non frequentò le scuole elementari. Imparò a leggere e a scrivere grazie alle sorelle e ad un cugino coetaneo. Lo stesso medico, qualche tempo dopo, consigliò di irrobustirla con una serie annuali di bagni salati, con lunghi periodi di vita in montagna da parenti della madre e col farle passare quasi tutta la giornata all'aperto ed al sole su una collina artificiale formata di sabbia dal torrente Strona trasportata appositamente per lei. A 10 anni, Virginia superò l'esame di ammissione al ginnasio e poté finalmente iniziare la scuola.

In quegli anni essa, assieme alla sua carissima amica Maria B., iniziò inoltre a compiere una ricerca di elaborazione della fede religiosa che entrambe consideravano l'essenziale della vita umana e della vita che si apriva davanti a loro..

Incontro con la scienza L'inquietudine degli anni di incertezza si placò d'un tratto ed una luce guidò Virginia verso un migliore equilibrio: ciò probabilmente a seguito della fine degli studi classici. La stessa, iscrivendosi all’università e al Collegio Carlo Alberto, decise di continuare a perseguire il suo sogno. Ci furono lezioni e libri che diedero un nuovo impulso alla sua immaginazione: per quanto riguarda le lezioni, essa fu affascinata da filosofia, scienze naturali, critica e storia mentre per quanto concerne i libri, essa rimase colpita da La fatica e La paura di Angelo Mosso.. Addentrandosi in materie di ambito medico, essa ebbe un debole per lo studio della fisiologia e della patologia generale. Risultarono, invece, dolorosi gli anni dell'ospedale, le varie patologie speciali e le cliniche.

Finiti gli esami del primo anno, andò dal professor Mosso per esprimergli il desiderio di studiare con lui nel suo laboratorio: non solo essa avverò questo suo desiderio ma, accanto alla figura del fisiologo, incontrò altre persone di valore che ebbero fiducia in lei.. L'ultimo anno universitario si ritrovò a superare un'esperienza dolorosa a seguito della frequenza del corso di ostetricia e ginecologia e dell'obbligo di affrontare le due decadi di internato pratico. Per riuscire a superare questa situazione, le fu d'aiuto la compagnia di una valdese di Torre Pellice, Mimì Volla. Fu qui che, a seguito di episodi spiacevoli e dell'ignoranza che dilagava in quei reparti, Virginia decise a cosa avrebbe dedicato la sua opera e la sua intera vita..

Preparazione alla pediatria L'ultimo anno di studi risultò particolarmente faticoso a Virginia, sia dal punto di vista universitario, sia dal punto di vista personale. A 24 anni sentì per la prima volta la sua condizione di orfana, quasi priva di risorse finanziarie. È qui che sviluppa il pensiero di dover vivere del suo lavoro e col suo lavoro. Ottenne una borsa di perfezionamento all'interno presso le università del Regno del Collegio Carlo Alberto, che la aiutò nelle prime difficoltà e la spinse avanti. Virginia si impegnò a frequentare la clinica pediatrica di Firenze dove riusciva a provare conforto. Incontrò, inoltre, Giuseppe Mya, patologo medico; Dante Pacchioni ed infine Carlo Francioni. Ottenne la borsa per l'estero e Mya le presentò Adalbert Czerny, allora direttore della clinica pediatrica di Breslavia. Quest'ultimo era solito curare pochi malati, ma studiati a fondo. La professoressa Borrino mostrò la tecnica usata nelle ricerche che aveva compiuto a Firenze sui fermenti dell'urina dei neonati e nei lattanti e fu la considerazione di questa tecnica da parte di Czerny a permetterne la pubblicazione su una rivista tedesca e ad affidare alla protagonista esperimenti sul ricambio idrico nel lattante e sul valore di diversi zuccheri nell'allattamento artificiale.. Grazie alle lezioni sul dovere del pediatra di occuparsi anche del problema dell'educazione pubblicò Il medico educatore del bambino.

Dopo un periodo di sconforto, dopo un breve soggiorno a Dresda per un congresso di pediatria, dopo tre mesi di lavoro a Berlino (dove entrò nella ricca società borghese) e dopo due mesi di lavoro a Parigi, la professoressa Borrino riuscì finalmente a tornare a casa da sua madre e da suo zio. In particolar modo a Berlino, per l'insistenza e la volontà del professore Neumann, Virginia Angiola Borrino approfondì la conoscenza dell'organizzazione tedesca, assistenziale ed assicurativa. A Parigi la protagonista frequentò la Clinica del Marfan.. In quel tempo apprese, attraverso amici e l'insegnamento di un mistico polacco, Andrea Towianski, una migliore interpretazione della virtù del sacrificio. Le fu offerto il posto di assistente interno all'Ospedale infantile Regina Margherita. A seguito del sentimento di impotenza ad arrestare il progredire della malattia provato dalla professoressa, essa fu trascinata a studiare a fondo il problema della morbilità, a rilevare la frequenza delle malattie e ad analizzarne le cause..

Prima attività professionale e libera docenza Dopo l'ultimo anno di internato la professoressa riuscì a trasferirsi definitivamente a Torino in un'abitazione sua con studio medico. Stinse una profonda amicizia con Ester Penati. al punto da definirla "l'anima del nostro ufficio di assistenza". Invano la professoressa cercò di fare propaganda contro la forma di assistenza di ricovero negli istituti. Molta gioia fu rappresentata dalla partecipazione all'attività dell'Università popolare anche se non fu facile per lei ritrovarsi in un ambiente ostile nei confronti di una delle prime donne-medico. Nel 1913 giunse alla libera docenza di clinica pediatrica. Il 19 settembre dello stesso anno, le arrivò un telegramma che, dal sanatorio della Sila, la fece ritornare a casa per prendersi cura dello zio morente. Una volta a Torino, le fu affidato dall'Ispettorato del Lavoro il compito di eseguire una serie di visite mediche a domicilio, per uno studio sulle condizioni igienico-sanitarie delle lavoratrici a domicilio..

Nella Magna Sila La dottoressa, dopo l'inchiesta sulle condizioni igienico-sanitarie delle lavoratrici a domicilio, ricevette un invito da parte del professor Bartolomeo Gosio (eminente batteriologo e studioso della malaria, allora direttore generale della Sanità Pubblica) ad organizzare e dirigere un sanatorio antimalarico per bambini in Calabria sull'altipiano della Magna Sila. Il prof. Gosio tentò l'esperimento di trasportare i bambini più gravemente colpiti sull'altipiano della Sila dove decise di costruire un sanatorio antimalarico. Poiché sul sanatorio sventolava la bandiera della Croce Rossa, Virginia Angiola Borrino prestò ogni tipo di soccorso a chiunque ne avesse bisogno.. Nell'ultimo anno di guerra le venne affidato dalle autorità militari il compito di sorveglianza e di cura di un distaccamento di 200 prigionieri di guerra e di 100 soldati, accampati sull'altipiano. Nell'ottobre 1918 lasciò per l'ultima volta la Sila per fare ritorno ai suoi studi a Torino.

Intorno alla Prima Guerra Mondiale (1914-1918) Nella solitudine della dottoressa era sempre più viva la fiamma dell'attività del pensiero e dell'amore del sapere. Nessun problema filosofico, sociale, morale e nessun movimento di pensiero la lasciava indifferente. Nel frattempo continuava la condivisione di letture, di studi e di esperienze con la sua carissima amica d'infanzia Ester Penati. Insieme a lei, Virginia Angiola Borrino si dedicò all'asilo materno, il piccolo nido.. Tra il 1912 e il 1918 l'asilo fu una vera e propria opera di pionieri. Fin dal maggio 1915 la professoressa aveva fatto domanda di volontariato per gli ospedali contumaciali e per il servizio sui treni ospedale. L'offerta venne respinta con l'invito al servizio civile. Allo stesso modo fu respinta la domanda di lavoro negli ospedali militari delle retrovie. Dopo la fine della prima guerra mondiale, l'amore si presentò per la prima volta nella sua vita. Proprio in quel periodo sorse la possibilità di un incarico universitario presso la clinica pediatrica all'Università di Siena, grazie al consiglio e all'appoggio del prof. Ferdinando Micheli. A seguito di questa proposta, Virginia Angiola Borrino decise di partire e di lasciare affetti, lavoro ed amicizie a Torino, per la nuova vita a Siena..

Nella dolce Siena Nell'autunno del 1919 Angiola si recò a Siena. e visse in una pensione non distante dal Duomo e lavorò in una clinica rimediata alla base del vecchio Ospedale della Scala.; questa era povera e priva di personale assistente, ma ciò che rese felice la donna fu la consulenza nelle campagne e nei paesi del circondario, che le consentiì di assistere i bambini ed al contempo di godere della bellezza dei paesaggi della Toscana. La sua vita universitaria non fu semplice a causa dei contrasti tra i colleghi e i pregiudizi nei suoi confronti ma, nonostante ciò, Angiola riuscì ad avviare una biblioteca ed un ambulatorio e ad attuare una piccola colonia elioterapica diurna per i bambini malati. La riforma dell'istruzione superiore di Giovanni Gentile mise a rischio la sua carriera, ma un'ispezione del ministro nella clinica in cui lavorava si concluse positivamente, concorrendo all'istituzione della "Cassa Scolastica". per l'assistenza agli studenti meno abbienti. L'intensa attività lavorativa e gli studi della professoressa fecero in modo che le venisse offerto l'incarico di pediatria nell'università di Pisa, da lei successivamente rifiutato a causa del vivo interesse per il lavoro iniziato e per le amicizie formatesi a Siena.