Il seguente articolo illustra i lineamenti principali di grammatica swahili (cioè di lingua swahili, detta anche "Kiswahili/kiswahili") insieme al sistema verbale, ai verbi più diffusi, alle loro tavole di coniugazione nei tempi fondamentali e al vocabolario fondamentale (convenevoli inclusi).

Grammatica swahili Preambolo, discussione della difficoltà fondamentale dello swahili e come risolverla La lettura dell'articolo è più fluida se a monte si conosce bene la pronuncia e l’alfabeto latino usato per scrivere in swahili standard. Entrambi sono già stati illustrati in lingua swahili.

Quanto alla caratteristica fondamentale (e difficoltà fondamentale, mentre altre non sono veramente quella fondamentale) dello swahili, essa è proprio la concordanza di numero basata sul sistema di 8 classi di nomi, tale per cui in primis un determinato prefisso forma il singolare e il plurale di una parola. La conoscenza del singolare e del pattern della classe (cioè che tipo di vocaboli contiene una classe) in larga misura permettono l’identificazione della classe, ragion per cui si capisce con che prefisso formare il plurale del vocabolo. Le classi, se si riuniscono i singolari e plurali in coppia, sono 8, ma molte grammatiche le separano, modificano leggermente il numero e spiegano che ce ne sono 18. Altre ancora spiegano che lo swahili ne ha 22: semplicemente, in passato ne possedeva altre due (singolare +plurale), oggi obsolete ma ancora presenti nelle altre lingue Bantu. Qui, per semplificare, si prende la versione che spiega che lo swahili ha “8 classi”.

La difficoltà nasce nel momento in cui più categorie grammaticali hanno l’accordo con questo prefisso che dipende dal nome e dal suo numero (peraltro il prefisso non è universale: esistono 8 classi). L’accordo/concordanza con il prefisso del nome per il singolare o plurale, variabile in base alla classe, coinvolge infatti l’aggettivo qualificativo, l’aggettivo/pronome dimostrativo, l’aggettivo/pronome possessivo, tutti i numeri tranne il 6/7/9/10/multipli di dieci, la preposizione “di” per indicare il complemento di specificazione e il verbo alla terza persona quando riferito al nome in questione. Per esempio, “bambino > bambini” è una parola appartenente alla “classe 1 m-wa” (mtoto > watoto), mentre altre parole come “libro > libri” appartengono invece alla classe 2 ki-vi (kitabu > vitabu). “Bello > belli, due, questo > questi, quello > quelli, mio, i libri/i bambini/il libro/il bambino illustra <inserire argomento a caso>” prendono certi prefissi se si riferiscono a “bambino” o a “libro”, a cui si aggiunge il fatto che in questo preciso caso le parole sono state selezionate per fare l’esempio al singolare: potrebbero essere “bambini” e “libri”. Già esse stesse in partenza hanno un diverso singolare e plurale: wa- funziona con la classe 1 m-wa, non con altri nomi: il plurale di “libro” è vitabu, non *watabu. Si ricorda che molte informazioni sulla classe vengono dal singolare, che contiene già il prefisso: è anche la forma dei dizionari cartacei e online e le 8 classi hanno dei pattern (non contengono in toto dei vocaboli alla rinfusa).

Il sistema di prefissi per formare i tempi verbali affermativi e negativi, eccetto la terza persona riferita non ai pronomi personali “lui/lei, loro” come soggetto, è invece piuttosto regolare; le 8 classi seguono in parte dei pattern e la formazione del plurale diventa meccanica, quindi non rappresenta la difficoltà principale.

Un modo di superare la difficoltà nella concordanza potrebbe quello di studiare un vocabolo al singolare e plurale (sono meccanici) con degli elementi annessi già declinati al singolare e plurale (sono quelli che creano la difficoltà principale), in modo da mutare una difficoltà in un automatismo o in un punto di forza nell’apprendimento siccome lo swahili è piuttosto ferreo in queste regole, salvo poche eccezioni e dei nomi e aggettivi invariabili in numero (a questi si aggiungono dei numeri che non concordano in classe). Per esempio, se si studia la parola “libro”, kitabu (peraltro è un prestito arabo facilmente riconoscibile), si studia il plurale vitabu (è di classe 2 ki-vi) e si unisce a elementi tradotti in swahili come “il mio libro > i miei libri; questo libro > questi libri; quel libro > quei libri; il libro bello > i libri belli; il libro illustra… > i libri illustrano…; due libri; il libro del professore > i libri del professore”. In un’ipotetica frase come “questi miei libri belli illustrano la storia di Mozambico”, gli elementi e i dati fondamentali sono la classe della parola “libro” (classe 1 ki-vi) e il fatto che è una parola plurale (vitabu). Mentre la prima soluzione consiste nell’affrontare il problema non consiste solo nel legare le categorie grammaticali più critiche al vocabolo (o almeno al suo pattern singolare-plurale), la seconda consiste nell’impostare fin dal primo momento una spiegazione in cui tutti questi elementi sono già trattati insieme e interconnessi (basta conoscere a monte un pugno di radici che riguardano le componenti grammaticali critiche). Il sistema verbale si può approfondire a parte siccome è piuttosto ferreo e presenta una criticità solo se i verbi hanno come soggetto non un pronome personale soggetto (e.g. egli parla, loro parlano VS il bambino parla, i bambini parlano).

Lo swahili in sintesi si può pensare come una lingua sub-sahariana che funziona basandosi su un grande sistema dal funzionamento ferreo di prefissi e infissi che modificano la radice delle varie parole. In molte altre caratteristiche, è molto più spartana e snella rispetto alle lingue neo-romanze (e.g. non vi è morfologia per il genere femminile in nessuna categoria grammaticale e non esistono gli articoli, come in cinese. Al massimo, delle parole cambiano interamente nel passaggio da maschile a femminile, e.g. baba > mama). Le radici si possono immaginare come “radici nominali, radici verbali, radici possessive, radice dimostrativa prossimale e distale, radici numerali, radici aggettivali, radici preposizionali”.

Il sistema verbale, come già accennato, non è la difficoltà principale. La lettura del paragrafo sulla grammatica è più fluida se a monte si conosce bene la pronuncia e l’alfabeto latino usato per scrivere in swahili standard. Entrambi sono già stati illustrati in un capitolo apposito. Siccome l’alfabeto usato è quello latino, tutti i suoni sono disambiguati, contrariamente all’alfabeto arabo, anticamente usato e che non necessariamente disambigua tutte le vocali. La pronuncia dello swahili è semplice e ha un’alta corrispondenza con la grafia, contrariamente a lingue come l’inglese, il francese, il tibetano, il birmano e l’islandese. Alcuni suoni sono presi a prestito dall’arabo ma si possono approssimare. Molti suoni complessi presenti nelle parole arabe originali, e.g. i suoni faringalizzati e faringali, cadono o sono approssimati in swahili. Pertanto, nemmeno la scrittura e la pronuncia sono la difficoltà principale. Il vocabolario, che comunque al 30% è imparentato con l’arabo e presenta molti altri prestiti dal portoghese e inglese e qualche prestito sporadico dal persiano e hindi, rappresenta una difficoltà nella misura in cui un apprendente non conosce già una lingua Bantu.

Punti grammaticali da conoscere prima delle 8 classi nel dettaglio Gli aggettivi qualificativi seguono il nome a cui si riferiscono e consistono in una radice aggettivale a cui si attacca un prefisso che dipende dalla classe e numero del nome. Alcuni aggettivi sono invariabili e un buon vocabolario li segnala. Per esempio, -zuri (bello) se riferito a nomi di classe 1 m-wa è “mzuri, wazuri” (bello/a, belli/e). Si disambigua subito che non ci sono segnetti (e.g. il trattino/hyphen o la sbarra/slash) che separano suffissi e infissi dalla radice, ma nella fase di esposizione e studio si possono usare a piacere per rendere i due distinguibili.

Il legame/concordanza con la classe del nome riguarda anche i numeri esclusi il 6/7/9/10/multipli di dieci. Quindi, i numeri da imparare il prima possibile sono 1, 2, 3, 4, 5, 8. La concordanza con la classe del nome (chiaramente sempre al plurale tranne con “uno”, a priori con il singolare/forma del vocabolario) riguarda non solo questi numeri precisi, ma anche quando si trovano come unità in altri numeri, ad esempio 11, 12, 13, 14, 15, 18, 118, 1118... I numeri in esame sono: -moja (1), -wili (2), -tatu (3), -nne (4), -tano (5), -nane (8).

Gli aggettivi e pronomi possessivi hanno le seguenti radici:

-angu

-ako

-ake

-etu

-enu

-ao

La preposizione “di”, più semplicemente, consiste nella radice preposizionale -a. La prima parte si accorda con il possessore, che sintatticamente è in prima posizione (e.g. “il libro del bambino, i libri del bambino”: il libro è il possessore e -a si accorda con la classe di “libro” > kitabu cha mtoto, vitabu vya mtoto). Anche l'avverbio interrogativo "dove?" si comporta allo stesso modo e la sua radice è -ko: "X dove è? X dove sono?" si rende come "X -ko wapi?". Anche "tutto/a; tutti/e" si comporta allo stesso modo: la radice è -ote (e.g. tutti i bambini > watoto wote).

Gli aggettivi e pronomi dimostrativi non hanno il genere e sono distinti in numero e in base alla deissi prossimale o distale, cioè se si riferiscono a oggetti vicini e lontani. Sono solo 2, contrariamente a lingue come lo spagnolo, portoghese, giapponese e dialetto fiorentino (“questo, codesto, quello”): ricalcano dunque l’italiano corrente “questo, quello”. Il deittico prossimale consiste in una radice in prima posizione che tipicamente è “hi-” e a volte “ha-” (in un solo caso, “hu-”). Ricorda vagamente la parola “qui, qua” pronunciata in fiorentino: “hui, hua”. In generale, ha un’aspirazione sorda. La deissi distale è basata sulla radice in seconda posizione “-le” e ricorda vagamente la parola “lì” in bergamasco, e.g. “quello lì” > “chèl lè”. In sintesi, la radice della deissi prossimale è hi-/ha- (tranne in “huyu”, “questo/a” riferito ai nomi di classe 1 m-wa), quella di quella distale è -le. L’aggettivo dimostrativo si usa sintatticamente dopo il nome a cui si riferisce. Le deissi, come seconda funzione fondamentale, in swahili rimandano al soggetto nella struttura “tema-rema/topic-comment”, che esiste in tutte le lingue. Si pensi alla frase in italiano molto colloquiale “Il mio amico -lui viene da Mozambico e parla portoghese” e a “Le mele e le arance… -quelle mettile vicino ai kiwi”: si introduce il topic di cui si parla e si riprende per aggiungervi informazioni di solito nuove. Ebbene, in swahili è normale sentire i pronomi dimostrativi in una simile struttura, e.g. “quell’uomo ricco viene da Angola > (l’)uomo ricco(,) quello viene (da) Angola”.

Il sistema verbale si può spiegare a parte, ma ha un legame con le classi se il soggetto non è un pronome personale soggetto (per logica, sarà sempre una terza persona singolare o plurale, e.g. il bambino scrive, i bambini scrivono). Quindi, si possono prendere uno o due verbi fantoccio in un tempo fantoccio solo e unicamente per collegargli l’infisso durante la spiegazione, anche senza capire come funzionino i verbi e il sistema verbale in swahili. Uno deve essere polisillabico alla forma del dizionario, cioè l’infinito (da tre sillabe in su), mentre l’altro, se si vuole usare, deve essere bisillabico. Come coniugazione fantoccio si può prendere il presente indicativo in diatesi attiva, chiaramente alla terza persona. Due ottimi verbi fantoccio sono “kueleza” (spiegare, 4 sillabe) e “kula” (mangiare, bisillabico). La struttura da imparare a memoria per ora è “<soggetto> $$naeleza, <soggetto> $$nakula”: al posto di $$ si mette il prefisso della classe del soggetto.