Cancel culture (in italiano, letteralmente, cultura della cancellazione, reso a volte impropriamente come "cultura del boicottaggio") è una locuzione usata per indicare una forma moderna di ostracismo e iconoclastia.
Essa si esplica attraverso proteste contro persone (celebrità in particolare), enti, personaggi storici e monumenti il cui scopo è provocarne la rimozione dalla vita, dagli spazi o dal ricordo presso l'opinione pubblica: se applicata a un individuo vivente, l'estromissione avviene in rapporto alle cerchie sociali o professionali da lui frequentate, sia online sui social media, che nel mondo reale, o in entrambi, con ricadute anche nella vita lavorativa.
Le medesime dinamiche applicate invece a personaggi storici, monumenti, opere d'arte ed altri ambiti culturali vengono invece a volte chiamate cultura della cancellazione o "dell'annullamento", con un'inversione dei termini nella traduzione italiana il cui scopo è evidenziare gli aspetti iconoclasti e di guerra culturale del fenomeno.
Storia dell'uso del termine Il termine si è diffuso a partire dal 2017 dal cosiddetto Black Twitter, una comunità informale su Twitter composta per lo più da utenti afrostatunitensi, attiva da almeno il 2009 e che trae le sue origini dal Movimento Me Too del 2017. Tale termine definiva inizialmente lo "smettere di dare supporto a una determinata persona" con mezzi come il "boicottaggio" o la "mancata promozione" delle sue attività. Ciò nel tentativo di danneggiare anche economicamente quella persona, giudicata moralmente o socialmente deprecabile.
Fra giugno e luglio 2020 prima il senatore repubblicano Tom Cotton, poi il presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump hanno accostato la cultura della cancellazione alle conseguenze del movimento Black Lives Matter sulla coscienza storica statunitense.
Di conseguenza la locuzione si è rapidamente estesa a tutti quegli ambiti di revisionismo e moderna iconoclastia che chiedono a vario titolo la rimozione di monumenti, riconoscimenti e toponomastica e in generale all'azione del politicamente corretto.
Dopo la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 durante l'arresto da parte della polizia di Minneapolis, si sono registrati (particolarmente negli Stati Uniti d'America e nel Regno Unito) numerosi episodi di iconoclastia volti a rimuovere statue o monumenti considerati simboli di un passato razzista e schiavista. In controtendenza, il 7 luglio 2020 circa 150 intellettuali (tra cui Noam Chomsky, J.K. Rowling, Salman Rushdie, Margaret Atwood e Francis Fukuyama) hanno pubblicato su Harper's Magazine una lettera aperta (A Letter On Justice And Open Debate) per lanciare un avvertimento sui pericoli di "una nuova serie di standard morali e schieramenti politici che tendono a indebolire il dibattito aperto in favore del conformismo ideologico". La lettera ha sollevato diverse critiche da sinistra, fra le quali un'altra lettera aperta dal titolo A More Specific Letter on Justice and Open Debate.
Il 27 dicembre 2020 un articolo sul Wall Street Journal riportava alcuni casi di grandi classici letterari avversati dal movimento #DisruptTexts: fra questi lOdissea di Omero e La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne. Tuttavia, l'articolo è stato criticato dagli stessi sostenitori di #DisruptTexts, che hanno respinto le accuse dichiarandosi contro qualsiasi tipo di censura.
Il 31 dicembre 2020, il musicista australiano Nick Cave ha identificato la cancel culture come "opposto della pietà" e degenerazione del politicamente corretto, divenuto "la più infelice religione del mondo".
Caratteristiche Nel 2020 il semiologo Noam Chomsky ha riconosciuto l'esistenza della cultura della cancellazione, contrapponendovisi; egli l'ha descritta come la prosecuzione - con i mezzi offerti dalla modernità - delle metodologie con cui le istituzioni mediatiche tradizionalmente modellano l’opinione di massa ("sugli obiettivi della politica estera americana, mettendo a tacere i dissidenti che parlano apertamente", ovvero mediante il mainstream che fabbrica aziendalmente il consenso intorno a "libri ... editori, distruggendo carriere accademiche, mettendo a tacere le voci che non piacciono"). Qui la peculiarità, rispetto alla manipolazione dell'informazione, nasce però dal fatto che l'ostracismo proverrebbe "dal basso", da iniziative volontarie assunte da gruppi di persone socialmente o politicamente impegnateSi tratterebbe di persone ideologicamente motivate secondo Les nouveaux inquisiteurs, in Humanisme 2021/3 (n° 332); in senso contrario, invece, Jean-Luc Nsengiyumva, De l’antiwokisme ou l’itération d’un réflexe colonial, in La Revue Nouvelle 2023/3 (N° 3).
Anche tra chi ne riconosce l'esistenza, tuttavia, vi sono difformità di valutazione: la messa in discussione delle ingiustizie veicolate dall'ordine sociale ereditato dal passato, comportando l'abbattimento di statue e lo sfatamento di miti, è secondo alcuni "valorizzata quando si colloca nel prima o nell'altrove, ma è screditata come un pericoloso eccesso quando riguarda il qui e ora"Réjane Sénac, Féminismes et « convergence des luttes » au temps de la Covid-19 et de la cancel culture, Diogène 2019/3-4 (n° 267-268), pp. 234-253.. Secondo altri, invece, "la sconnessione dal quadro ordinario del dibattito delle idee, che notoriamente impone la critica delle fonti e la possibilità di riconoscere un errore"Renaud Maes, La «cancel culture» à l’assaut du débat public, in La Revue Nouvelle 2021/4 (n° 4)., grazie ai mass media (ed ai social media) offre una possibilità maggiore di diffusione di fatti non verificati, inquinando il dibattito pubblico anche e soprattutto rispetto alle risultanze scientifiche consolidateV. Bernard Hours, Du culte des ancêtres‑médiateurs au renversement de leurs statues?, in Journal des anthropologues 2021/4 (n° 166-167).. Inoltre, alcuni riconducono l'origine del termine al discorso online afroamericano, quando originariamente il modo di dire "cancellare [qualcuno]" si riferiva alla rimozione dal proprio feed di una persona per delusione riguardo a ciò che aveva detto o fatto: l'espressione è stata poi "presa" da giornalisti e politici e trasformata nel suo significato.
Valore euristico In Italia la locuzione è utilizzata per lo più come "termine ombrello in cui sono ricadute l'iconoclastia, la censura preventiva degli editori, le polemiche sulle favole", eccetera. Per converso, chi ne contesta il valore euristico sostiene che il sintagma "cancel culture" rende più difficili le conversazioni complesse, raggruppando varie situazioni sotto un unico termineJonah E. Bromwich, Why ‘Cancel Culture’ Is a Distraction, A reporter’s last thoughts before putting the phrase to rest, New York Times, Aug. 14, 2020, che prosegue: «sono ancora interessato alla varietà di modi in cui i social media stanno cambiando il comportamento sociale. Ma la frase cancel culture è troppo vaga: una distrazione da un esame più approfondito del potere nella società».. Differenze Si differenzia dalla call-out culture''' (call-out significa "richiamare") Ligaya Mishan, The Long and Tortured History of Cancel Culture, New York Times, Dec. 3, 2020. perché, in questo caso, l'azione di pubblica stigmatizzazione si limita a chiedere le pubbliche "scuse" e il "ravvedimento" della persona o dell'azienda colpita per fatti o espressioni ritenute "offensive" di cui è accusato.
Si differenzia altresì dalla damnatio memoriae perché non deriva da una imposizione dei poteri pubblici dotati di coercitività, ma da comunità che operano secondo il principio dell'"economia dell'attenzione": esso prevede che "quando privi qualcuno della tua attenzione, lo stai privando di un sostentamento". In ogni caso, la dottrina evidenzia come queste scelte - quando impattano sul diritto all’accesso all’informazione - "ledano il principio di tolleranza, pietra miliare di tutti gli Stati democratici".
Il dibattito contemporaneo
Una forma "volontaria" di ostracismo La denuncia della cultura della cancellazione viene contrastata da chi giudica il termine stesso come sproporzionato all'effettiva portata dei fenomeni descritti: secondo i critici del concetto di cancel culture non si sarebbero registrati casi effettivi di cancellazione di opere, né censure di artisti, intellettuali, autori, che possano essere oggettivamente attribuiti a una presunta “cultura” o fenomeno univoco e riconoscibile come tale.
A sostegno di queste tesi, chi contesta l'esistenza del fenomeno della cancel culture fa notare come ogni caso di cultura della cancellazione possa essere considerato una del tutto ordinaria critica o applicazione di scelte editoriali eseguita da soggetti privati. Quest'ultimo elemento è anche il principale argomento per chi condanna questo fenomeno, ovvero uno sproporzionato potere decisionale di piattaforme o enti privati sulla effettiva possibilità di comunicare, esprimersi o diffondere idee. In molte situazioni viene indicata come "cancel culture" anche la demonetizzazione di voci difformi dalle politiche della piattaforma social ospitante.
L'espressione cultura della cancellazione ha infatti connotati per lo più negativi e viene comunemente usata nei dibattiti che sostengono presunte minacce alla libertà d'espressione in nome del cosiddetto politicamente corretto. Tuttavia spesso si tratta solo di minacce ipotetiche, spesso a opere o artisti regolarmente pubblicati e attivi. La misura di stigmatizzazione viene utilizzata relativamente a figure pubbliche, ma anche aziende e film, dopo che hanno fatto o detto qualcosa considerato discutibile o offensivo, in forma di protesta e boicottaggio, e dunque non in forma di effettiva “cancellazione”.
Talvolta viene utilizzata relativamente a figure pubbliche, ma anche aziende e film, dopo che hanno fatto o detto qualcosa considerato discutibile o offensivo, in forma di protesta e boicottaggio, venendo rimosso dai cataloghi o, nel caso di opere, semplicemente subendo delle modifiche.
La caratterizzazione social Sono state sollevate delle critiche sui limiti dei social media, e in particolare di Twitter, nel condurre delle campagne di giustizia sociale. I social favoriscono lo scambio di commenti veloci, ma semplicistici e contraddittori, a svantaggio di un serio confronto sul tema. Il razzismo viene decontestualizzato e depoliticizzato; mentre la fruizione del social verte in favore di una condivisione edonistica e narcisistica della propria morale.
Il dibattito sul passato Rapporto con la storiografia Spesso viene detto che la cultura della cancellazione si manifesterebbe verso opere d'ingegno del passato, come libri e film, sentite portatrici di valori deprecati e talvolta offensivi, togliendole dal contesto in cui sono state ambientate o scritte, oppure verso personaggi famosi (tra cui William Shakespeare, Winston Churchill o Andrew Jackson), la cui opera è riproposta in modo meno elogiativo rispetto al canone classicoUmberto Vincenti, Elogio del canone classico, 27 aprile 2021..