La classe Navigatori era una serie di navi da guerra della Regia Marina originariamente impostate, nel 1928, come appartenenti alla tipologia "esploratore" e riclassificate cacciatorpediniere dal 5 settembre 1938. La classe era composta da 12 unità che avevano i nomi di altrettanti celebri navigatori italiani: Alvise da Mosto, Antonio da Noli, Nicoloso da Recco, Giovanni da Verazzano, Lanzerotto Malocello, Leone Pancaldo, Emanuele Pessagno, Antonio Pigafetta, Luca Tarigo, Antoniotto Usodimare, Ugolino Vivaldi e Nicolò Zeno.

Storia La classe Navigatori fu l'ultima classe di "esploratori" progettata e costruita per la Regia Marina, in un momento storico in cui le strategie della guerra marittima stavano già mutando e l'aviazione stava già prendendo un ruolo preponderante nei compiti di ricognizione e avanscoperta. Per capire quindi i motivi che spinsero la Regia Marina a dotarsi di un tipo di nave di per sé obsoleto occorre fare un passo indietro.

Dall'Unità d'Italia in poi cominciò a farsi strada nella classe politica italiana l'idea dell'espansione imperialista. Uno degli obbiettivi più prevedibili era l'egemonia nello scacchiere mediterraneo e per rendere il Mediterraneo "mare nostrum" occorreva averne il controllo marittimo e navale. Questi concetti rendevano la Francia il principale potenziale avversario navale dell'Italia e gli attriti tra le due nazioni si avvicinavano al limite dello scontro quando la prima guerra mondiale, con la necessità di fare fronte comune contro il rischio dell'egemonia degli Imperi Centrali, raffreddò temporaneamente questi attriti. Terminato vittoriosamente il conflitto, le tensioni ripresero e, successivamente al trattato di Washington del 1920 in cui l'Italia appoggiata dalla Gran Bretagna ottenne la parità di tonnellaggio con la FranciaIl trattato di Washington, tra le altre cose, prevedeva i limiti di tonnellaggio totale delle navi da battaglia che ogni nazione aderente poteva possedere. Per Francia e Italia questo limite fu fissato a 177.800 tonnellate (5 unità da 35.000 long tons). Questa decisione indispettì la Francia che dovendo impegnare la propria flotta su due fronti, Atlantico e Mediterraneo, avrebbe voluto per sé un limite più elevato: la parità con l'Italia metteva teoricamente la Francia in condizioni di svantaggio nel Mediterraneo (Alessandro Turrini, La strategia italiana dopo la prima guerra mondiale, in La conquista degli abissi, 2ª ed. Gorizia, Vittorelli Edizioni, 2006, ISBN 88-88264-05-1)., diedero la spinta ad una strategia di riarmo navale volta interamente alla competizione con la flotta francese. Infatti fino verso il 1936 gli strateghi italiani considerarono come ipotesi bellica più verosimile quella di una guerra contro la Francia, che sarebbe stata combattuta prevalentemente a terra e nella quale gli scontri navali sarebbero state delle prove di forza tra le grandi flotte dei due Paesi..

In quest'ottica di guerra navale classica, oltre a sviluppare le navi da battaglia e gli incrociatori pesanti, la Regia Marina riprese in considerazione l'utilizzo degli esploratori, non ritenendo l'arma aerea sufficientemente affidabile e troppo limitata dalle distanze e dalle condizioni atmosferiche. Pertanto, sempre seguendo l'impulso della competizione con le similari navi francesi (in particolare i grossi cacciatorpediniere delle classi Chacal e Guépard), diede il via al progetto e alla costruzione da un lato degli incrociatori leggeri della classe Alberto di Giussano e dall'altro degli esploratori della classeErminio Bagnasco, Le costruzioni navali della Regia Marina italiana (1861-1945), supplemento al nº 9 di Rivista Marittima, agosto-settembre 1996..

Gli obbiettivi del progetto prevedevano prima di tutto una velocità assai elevata, un armamento antinave consistente e una discreta autonomia. A parte la velocità nessuno degli altri obbiettivi fu raggiunto in maniera tale da equivalere le suddette navi francesi, che risultarono più grandi e meglio armate. Il costo risultò comunque non indifferente, soprattutto per le scarse risorse che lo Stato italiano poteva dedicare all'industria bellica: infatti ogni unità, escluso l'armamento e gli altri accessori militari e di servizio, venne a costare circa 21 milioni di lire dell'epoca, pari a circa 17 milioni di Euro attuali (2007).

All'epoca della loro entrata in servizio questi esploratori erano quindi un tipo di nave già obsoleto e le marine da guerra di altre nazioni si stavano già rivolgendo verso tipologie di naviglio più moderne.. Tuttavia i Navigatori anche se molto criticati alla loro apparizione e durante gli anni successivi, proprio per le loro caratteristiche di armamento e, nel complesso, di buona tenuta al mare, si rivelarono navi ben indicate per un compito molto diverso dall'originale, ma che diventerà preminente durante la seconda guerra mondiale: la scorta ai convogli per la protezione del traffico marittimo..

Caratteristiche costruttive Il progetto, realizzato dal Comitato Progetti Navi diretto dal generale del Genio Navale Giuseppe Rota, era caratterizzato da un bordo liberoPer "bordo libero" si intende la parte di scafo compresa tra la linea di galleggiamento e la coperta. elevato, una sovrastruttura prodiera alta e massiccia e due fumaioli molto distanziati. L'armamento principale era costituito da tre impianti binati scudati di cannoni da Ansaldo 120/50 Mod. 1926Nell'artiglieria navale le misure dei cannoni e delle mitragliere pesanti viene espressa con una frazione il cui numeratore rappresenta il diametro del proiettile in millimetri (in questo caso 120 mm) e il denominatore rappresenta la lunghezza della canna in "calibri", cioè in diametri del proiettile (in questo caso 50 calibri corrispondono a 120 mm × 50 = 6000 mm cioè 6 metri). allineati sull'asse di simmetria della nave. I complessi dei tubi lanciasiluri erano posizionati uno tra i fumaioli e l'altro a poppavia del secondo fumaiolo. Essendo state costruite in cinque cantieri diversi (Ansaldo e Odero di Genova Sestri, Riva Trigoso, Ancona e Quarnaro-Fiume), le diverse unità, pur rispettando lo schema generale, presentavano piccole differenze nell'aspetto, nelle attrezzature e negli apparati propulsori.

Curiosamente il progetto originale, subito abbandonato, prevedeva anche l'installazione a bordo di un idrovolante Macchi M.5 alloggiabile in un hangar nella tugaCon il termine "tuga" si intende qualunque costruzione rialzata sopra il ponte di coperta (cioè il piano orizzontale calpestabile che ricopre superiormente lo scafo) che sia più stretta del ponte stesso. Solitamente contiene locali di servizio, attrezzature o apparati necessari al funzionamento della nave. di prora, previo smontaggio delle ali, e lanciabile da una catapulta di 16 metri posizionata sulla mezzeria a proravia del cannone di prora.

Scafo Lo scafo a chiglia piatta, dalle linee originarie non particolarmente filanti, era costruito in acciaio zincato ad alta resistenza e presentava 186 ossature trasversali rinforzate longitudinalmente da un paramezzaleIl "paramezzale" è una trave longitudinale che corre da prora a poppa saldata alla chiglia e che serve per rinforzare la struttura dello scafo. centrale e due laterali. Internamente era suddiviso da paratie stagne trasversali in 21 compartimentiLa suddivisione dell'interno dello scafo compartimenti stagni era necessaria per limitare l'imbarco di acqua in caso di falle..

Il castello di proraIl "castello" di una nave è una struttura a ponte che si estende al di sopra del ponte di coperta ricoprendolo parzialmente. Può esservi un castello di prora, di poppa o, in alcuni casi, essere presente anche a centro nave., alto 2,2 m e piuttosto lungo (42,6 m), si estendeva fino a poppavia del primo fumaiolo ed era sovrastato dall'alta tuga a tre piani che conteneva, dal basso verso l'alto, alcuni alloggi e locali di servizio, la centrale di tiro e la plancia di comando con annessa sala nautica. Sul tetto della plancia (cosiddetta "controplancia") erano sistemati i telemetri per la direzione del tiro. Subito dietro questa imponente tuga vi era un grosso albero a tripode che sosteneva uno dei due proiettori da scoperta (tipo O.G.N. da 90 cm e 150 A delle Officine Galileo) e la coffa per la vedetta. Quest'insieme alto e massiccio unito ai coefficienti di finezzaIl "coefficiente di finezza" di uno scafo è il rapporto tra il volume della sua parte immersa e quello del parallelepipedo circoscritto ad essa. Quanto più questo coefficiente è basso, tanto minore è la resistenza dello scafo all'avanzamento e quindi tanto maggiore la sua velocità a parità di spinta. Tuttavia coefficienti troppo bassi, specie se uniti ad una distribuzione dei pesi non ottimale, possono peggiorare le qualità nautiche globali della nave, rendendola poco stabile. dello scafo piuttosto spinti, era in gran parte responsabile di gravi problemi di stabilità in navigazione, per cui già nel 1930, poco dopo l'entrata in servizio delle prime unità, fu radicalmente ridimensionato abbassando la tuga a due soli piani ed eliminando albero e proiettore prodieri.

Queste misure si rivelarono sostanzialmente sufficienti, ma per migliorarne ulteriormente le qualità nautiche, proprio a cavallo dell'inizio del conflitto dieci delle dodici unità (esclusi Da Recco e Usodimare per le quali non ve ne fu il tempo a causa degli eventi bellici) vennero sottoposte ad ulteriori modifiche (allargamento dello scafo, innalzamento e modifica della prua con una più slanciata, di tipo "oceanico") che ne ottimizzarono la stabilità, a scapito però della velocità che scese drasticamente intorno ai 28 nodi.

Altre due piccole tughe erano poste a centro nave a proravia del secondo fumaiolo e a poppa. Entrambe servivano da base per i complessi binati dei cannoni, erano collegate tra di loro e con il ponte di castello da due passerelle e contenevano locali di servizio. Il Da Recco, essendo originariamente previsto come nave ammiraglia del gruppo esploratori, aveva una tuga poppiera più ampia che conteneva l'alloggio ammiraglio e i relativi servizi.

Sul ponte di coperta erano sistemate le imbarcazioni di servizio e di salvataggio. Ai lati del secondo fumaiolo trovavano posto a dritta un motoscafo da 7 m e una balenieraIn questo caso per "baleniera" si intende una scialuppa veloce del tipo di quelle usate dai balenieri. e a sinistra una motolanciaPiccola imbarcazione a motore. e una lanciaPiccola imbarcazione affusolata, simile a una scialuppa. a remi da 8,5 m. A proravia del paraondeBassa paratia posta sul castello di prua con lo scopo di proteggere in parte dalle ondate le strutture retrostanti (in questo caso il cannone di prora e la tuga). sul castello si trovava uno zatterino da 3,5 m. Nel periodo bellico le dotazioni di salvataggio furono integrate da sette zattere tipo "Carley" di varie misure, capaci di accogliere da 13 a 39 naufraghi, fissate ai lati dei fumaioli e sulla copertura scudata dei complessi binati da 120/50 (e quindi molto esposti a danni da battaglia). Nella migliore delle ipotesi queste zattere in totale potevano accogliere da 157 a 178 persone, molto meno dell'equipaggio effettivo e degli eventuali trasportati, che si sarebbero quindi dovuti affidare ai giubbotti salvagente.