Contribuì significativamente al fermento culturale italiano nel dopoguerra, collaborando attivamente con varie case editrici, riviste e quotidiani. La sua opera narrativa è caratterizzata da punte di ribellione verso lestablishment culturale, a cui peraltro apparteneva, e da un'attenta analisi dei costumi sociali nell'Italia del boom economico, tanto che alla finzione narrativa si mescolano spesso brani saggistici che sfociano sovente nella sociologia.

Biografia L'infanzia e l'adolescenza La figura della madre non deve essere stata sempre positiva, se Bianciardi la ricorda anche con queste parole: «sono stato suo alunno, prima che figlio, per la bellezza di trentadue anni. È come avere una "maestra a vita", e le maestre a vita non sono comode». Adele Guidi, insegnante elementare, esigé infatti sempre dal figlio l'eccellenza negli studi, al punto da rendergli affannosi anche gli anni del liceo. Al contrario il padre, Atide Bianciardi, cassiere alla Banca Toscana, instaurò con lui un rapporto di parità, arrivando a chiamarlo "amico" fin da piccolo («e ogni volta ne ero orgoglioso»).

Da bambino studiò violoncelloBianciardi compare accreditato, come violoncellista di fila accanto a Lino Toffolo nel film Il merlo maschio (1971), tratto da un suo racconto., lingue straniere, ed era già un lettore accanito: a 8 anni (nel 1930) ricevette il libro che considerò sempre il suo preferito e che fu la fonte della sua passione per il Risorgimento, I Mille di Giuseppe Bandi, storia della spedizione dei Mille raccontata dalla viva voce di un garibaldino.

Frequentò il ginnasio e poi il liceo classico al Carducci-Ricasoli di Grosseto, vivendo però quegli anni di studio con notevole disagio, all'affannosa rincorsa del riconoscimento di "primo della classe", «senza peraltro capire niente di quello che studiavo. La retorica imperversava anche nell'insegnamento della letteratura italiana». Nel 1940, dopo la promozione alla terza liceo, tentò direttamente l'esame di maturità senza frequentare l'ultimo anno: lo passò in autunno, quando era ormai scoppiata la guerra, e a novembre si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa ed entrò nella Scuola Normale Superiore, dove continuò a studiare senza sosta.

L'università e la seconda guerra mondiale La sua breve esperienza universitaria nel Liberalsocialismo rimase una parentesi isolata:

Alla fine del gennaio 1943 venne arruolato:

Infatti, dopo un rapido addestramento come allievo ufficiale, Bianciardi venne inviato in Puglia, dove fu testimone, il 22 luglio, di uno dei bombardamenti di Foggia. Dopo l'armistizio di Cassibile si aggregò a un reparto britannico come interprete e risalì la penisola fino a Forlì; quindi tornò a Grosseto nell'autunno 1944.

A novembre partecipò al concorso riservato ai reduci per riprendere gli studi alla Normale, e nel febbraio del 1948 si laureò in Filosofia con una tesi su John Dewey. Intanto nell'autunno del 1945 si era iscritto al Partito d'Azione: «mi pare però di poter dire che fu un altro tentativo di governo (l'ultimo?) della piccola borghesia intellettuale. Cadde per le contraddizioni interne e per l'incapacità ormai accertata del nostro ceto, privo di contatti con gli strati operai e quindi largamente disposto a tutti gli sterili intellettualismi ed alla costruzione gratuita di problemi astratti». Quando il partito si sciolse nel 1947, provò una forte delusione, tanto da non iscriversi più ad alcuna organizzazione politica.

Si sposò con Adria Belardi ad aprile del 1948. A ottobre dell'anno successivo diventò padre per la prima volta, quando nacque il figlio Ettore:

L'attivismo culturale e i minatori di Ribolla Fu professore di inglese in una scuola media, poi professore di storia e filosofia al liceo che aveva frequentato da giovane. Nel 1951 assunse la direzione della Biblioteca Chelliana di Grosseto, bombardata durante il conflitto e ulteriormente danneggiata dall'alluvione del 1944. In questa nuova veste lanciò il "Bibliobus", un furgone che portava i libri nella campagna, dove altrimenti non sarebbero mai arrivati. Si occupò anche di un cineclub, organizzò cicli di conferenze e dibattiti, partecipò con Carlo Cassola alla creazione del movimento di Unità Popolare e si schierò contro la "Legge truffa" del 1953. Cominciò un periodo di intense collaborazioni, inizialmente sulla stampa locale poi su testate più importanti, come Belfagor e Avanti!, nel 1953 su Il Mondo, nel 1954 su Il Contemporaneo.

Insieme con l'attività di pubblicista, iniziò a interessarsi alle lotte operaie, e soprattutto ai minatori del grossetano. Con l'amico Cassola realizzò un'inchiesta per l'Avanti!, I minatori della Maremma, pubblicata in volume nel 1956 dall'editore Laterza. L'inchiesta denunciò le dure condizioni di vita dei lavoratori e la povertà delle loro famiglie, che aveva conosciuto di persona, recandosi spesso con il suo Bibliobus nel paesino minerario di Ribolla. Il rapporto con gli abitanti del paesino fu molto stretto e lo segnò profondamente quando il 4 maggio 1954 uno dei pozzi della miniera di lignite della Montecatini esplose uccidendo 43 lavoratori. Per Bianciardi la tragedia segnò la fine di questo periodo della sua vita: accettò infatti l'invito a trasferirsi a Milano in giugno per partecipare alla creazione di una nuova casa editrice, la Feltrinelli.

Milano e la Feltrinelli: le traduzioni e le prime opere Nel 1955, mentre cominciava a collaborare con altre testate (Nuovi Argomenti e l'Unità), Bianciardi diventò padre per la seconda volta: nacque Luciana (anche lei figlia di Adria Belardi), che sarebbe stata la prefatrice di alcuni suoi volumi, impegnandosi per il riconoscimento del valore dell'opera del padre, spesso negata dalla critica. Sempre in quell'anno fu raggiunto a Milano dall'amante Maria Jatosti, e toccò con mano il mito del boom economico, del quale iniziò a constatare le contraddizioni.

L'anno successivo uscì I minatori della Maremma, l'inchiesta scritta in collaborazione con Cassola sui minatori di Ribolla; intanto per Feltrinelli tradusse in pochi mesi Il flagello della svastica di Lord Russell di Liverpool, secondo titolo della neonata casa editrice. Il flagello della svastica fu la sua prima traduzione vera e propria: da questo momento tradurre divenne la sua professione. Trovò piacere, tra le tante pagine da tradurre, dal lavoro sugli scrittori statunitensi: Jack London, William Faulkner, John Steinbeck e Henry Miller. Di quest'ultimo tradusse Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno.

Nel 1956 Bianciardi fu licenziato dalla Feltrinelli per scarso rendimento, ma i rapporti con il vecchio datore di lavoro restarono buoni. Nel 1957 uscì per Feltrinelli Il lavoro culturale, primo romanzo di Bianciardi, di ispirazione scopertamente autobiografica, nel quale si racconta con tenue ironia la formazione di un giovane intellettuale di provincia tra il secondo dopoguerra e gli anni della ricostruzione.

Nel 1958 Bianciardi diventò padre per la terza volta: Marcello (figlio di Maria Jatosti) fu il nome del suo secondo figlio maschio.

Nel 1959 pubblicò per Bompiani L'integrazione. Anche questa opera è di ispirazione autobiografica e tratta ironicamente del conflitto di un intellettuale di provincia con l'ambiente e i modi dell'industria editoriale milanese.

Nel 1960, dedicando come era sua abitudine solo il fine settimana alla sua scrittura, si staccò dalla precedente vena pubblicando un romanzo storico di ambientazione risorgimentale: Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille. Questo fu il primo di una serie di romanzi in cui reinterpreta fatti e personaggi dell'Unità, contrapponendo agli eventi raccontati dalla storia la realtà concreta dei comportamenti degli uomini in carne e ossa, e ribalta nell'Ottocento alcune realtà dell'Italia a lui contemporanea.

Il successo de La vita agra Nel 1962 Bianciardi, continuando il filone iniziato con Il lavoro culturale, pubblicò per Rizzoli il romanzo che rimane il suo capolavoro, La vita agra: in esso esprime la sua rabbia verso quel mondo e quella società che definiva "economicamente miracolosa". Il romanzo narra la storia di un anarchico che voleva far saltare il palazzo della Montecatini. Ottenne subito un successo amplissimo sia di critica che di pubblico ( copie vendute in una decina di giorni) e rese in pochi mesi Bianciardi uno scrittore famoso.

Il romanzo si inserisce ne La “trilogia della rabbia” (“Il lavoro culturale”, “L’integrazione”, “La vita agra”): è il percorso di un irregolare, capace di vedere la diseducazione sentimentale prodotta dal miracolo economico. «Il protagonista della Vita agra non riesce ad essere un contestatore sessantottino ante litteram, perché è, anch’egli, un individualista, alla ricerca di un gesto esemplare e non di una coscienza collettiva».

La Rai lo andò a intervistare a casa sua, a Milano, in via Domenichino 2; il regista televisivo Luigi Silori girò un servizio nel quale Bianciardi leggeva la pagina del romanzo che descriveva la sua uscita mattutina per il caffè e le sigarette, straniero in quella città, mentre scorrevano immagini della Milano degli anni sessanta, accompagnate dalla musica jazz di Benny Carter. Il programma ispirò il regista Carlo Lizzani, che nel 1964 diresse Ugo Tognazzi nella trasposizione cinematografica del romanzo, alla cui sceneggiatura partecipò lo stesso Bianciardi che nel film appare in un breve cameo.

Nello stesso periodo e sempre per la Rai, Bianciardi fu intervistato da Giorgio Bocca come conoscitore della vita notturna milanese e degli ambienti frequentati dalla malavita: in particolare dello sferisterio dove si giocava a pelota, citato anche nel romanzo. Il giro per promuovere La vita agra lo prostrò moralmente: la meccanicità della sceneggiata che ogni volta doveva riprodurre per il pubblico finì per mortificarlo e Bianciardi si rifugiò quindi nuovamente nel lavoro di traduttore.

La chiusura in sé e le ultime opere Rifiutò una collaborazione fissa al Corriere della Sera, ma accettò di scrivere per Il Giorno, sodalizio che durò fino al 1966. Nel 1966 pubblicò per ABC, settimanale sostenitore delle battaglie civili dell’epoca, sei “lezioni” a puntate per giovani senza talento e che aspirano a una carriera folgorante. Sei “stanze” provocatorie riunite in un volumetto dal titolo “Non leggete i libri, fateveli raccontare” pubblicato nel 2022. Poi la svolta definitiva: abbandonò il genere che gli aveva dato la fama e recuperò il Risorgimento con il romanzo La battaglia soda, che uscì nel 1964 per Rizzoli. Nello stesso anno si trasferì a Sant'Anna di Rapallo, in provincia di Genova, dove cominciò a chiudersi in sé stesso. Fermo nell'intento di non prendere più in mano il filone dell'"incazzato", si dedicò a un lavoro meno entusiasmante, come egli stesso ricorda: «Sto lavorando, ma per la pagnotta... devo ricominciare a lavorare per Il Giorno, che io speravo di evitare, per diversi motivi, collaboro a Le Ore, tutta roba che non mi piace molto, ma che altro vuoi fare? Leggo parecchio, la sera, un po' di tutto... E facciamoci coraggio». Ampliò le sue collaborazioni con riviste non intellettuali: Kent, Executive, Playmen, il Guerin Sportivo e ABC, dove tenne una delle prime rubriche di critica televisiva, TeleBianciardi.

Nel frattempo, nel 1969, uscì per Rizzoli Aprire il fuoco, con il quale concluse la sua epopea di critica sarcastica del mondo intellettuale in cui visse, in forma più matura e con un vago presentimento di conclusione. Dello stesso anno sono Daghela avanti un passo! (pubblicato da Bietti) e Viaggio in Barberia (edito da Editrice dell'Automobile), quest'ultimo scritto quando l'alcol era già entrato a far parte della sua vita. Tradusse Il piccolo grande uomo di Thomas Berger (1964), che Rizzoli pubblicò nel 1971.

Nel 1970 tornò a Milano, ma la sua dipendenza dall'alcol, ormai grave, lo spense prematuramente a 49 anni non ancora compiuti, il 14 novembre 1971.