La scrittura proto-elamica è un sistema di scrittura non ancora decifrato attestato in Iran tra il 3100 e il 2900 a.C. Fu per la prima volta identificato da Jean-Vincent Scheil su tavolette rinvenute a Susa e il suo uso è testimoniato da ritrovamenti in diversi siti su tutto l'altopiano iranico. Era adoperato per la scrittura di documenti amministrativi (si avvale infatti di diversi e complessi sistemi numerali) e non vi sono certezze sulla lingua che il sistema grafico scriveva.
Definizione La definizione di tale sistema di scrittura come "proto-elamica" risale ai primi anni del XX secolo da parte del domenicano Vincent Scheil, epigrafista e poi codirettore della missione archeologica francese in Persia (1898-1902) diretta da Jacques de Morgan e curatore delle pubblicazioni dei testi ritrovati nei volumi delle Mémoires de la Délégation française en Perse (MDP). Con quest'espressione, Scheil intendeva designare un sistema di scrittura diffuso nell'area in cui si sarebbe successivamente sviluppata la lingua elamica, ma antecedente ad essa, senza attribuirgli connotazioni linguistiche o etniche ma puramente geografiche. Scheil registrava infatti come "elamici" tutti i testi provenienti da Susa: i testi nella lingua che oggi noi definiamo elamica erano da lui designati come "elamico-anzaniti" (élamites-anzanites) dal nome dell'antico centro elamico di Anshan (probabilmente l'attuale Tall-i Malyan), mentre quelli in accadico "elamico-semitici" (élamites-sémitiques) dal ceppo semitico di cui l'accadico era al tempo considerato il capostipite (oggi sappiamo che esistevano varietà semitiche più antiche, come l'eblaita). Il nome è da leggersi esclusivamente come derivato dal toponimo di origine biblica Elam (עֵילָם), che la Genesi spiega come derivato dall'antroponimo dell'omonimo figlio di Sem: coronimo che indica la regione a ovest del Tigri comprendente la parte est e sud-est dell'altopiano iranico, nota in elamico come Ha(l)tamti e in accadico Elamtu.
Storia
La datazione delle tavolette non è un'operazione scontata: dei 1564 testi provenienti dall'acropoli di Susa, solo 16 provengono da scavi stratigrafici, quelli francesi condotti tra il 1969 e il 1971 (pubblicate da Le Brun nel 1971). Tuttavia, dai dati disponibili l'uso del sistema è attestato tra il 3100 e il 2900 a.C., nel periodo Uruk IV/Gemdet Nasr (con riferimento all'Iran, nel tardo medio Banesh), attestato a Susa negli strati 16-14B (da cui vengono le 16 tavolette di Le Brun). Le attestazioni del suo uso sono dunque coeve a quelle della nascita del proto-cuneiforme, ma non a quelle della più tarda scrittura detta elamico lineare, attestata alla fine del III millennio: è usata nelle iscrizioni prodotte dalla cancelleria del sovrano Puzur-Inshushinak a Susa attorno al 2100 a.C. e si riteneva fosse scomparsa con la presa di Susa da parte di Ur-Nammu della terza dinastia di Ur e l'inizio della dinastia Shimashki in Elam. Tuttavia, gli studi più recenti di François Desset confermano che era in uso almeno fino al 1950 a.C., in quanto attestata nei regni di Ebarat II e Shilhaha della dinastia dei Sukkalmah o Epartidi.
Scoperta e identificazione Scheil nel 1900 pubblicò le prime due tavolette recanti iscrizioni in tale sistema grafico, rinvenute durante gli scavi della missione archeologica francese a Susa. Sulle due tavolette in questione, egli scriveva:
Ciò accadeva prima che a Uruk fosse scoperto e identificato in quanto tale, nel 1928, il primo corpus di testi proto-cuneiformi. Qualche anno più tardi, nel 1905, Scheil lo riconobbe come un "nuovo sistema di scrittura" e lo classificò come proto-elamico (PE), riconoscendo la natura principalmente amministrativa dei testi e i sistemi numerali simili a quelli dei testi cuneiformi, tanto da ipotizzare che il proto-elamico e il cuneiforme babilonese avessero un'origine comune e che un tempo i due sistemi venissero confusi tra loro. In realtà Scheil aveva identificato come proto-elamici anche i primi tre testi rinvenuti in elamico lineare (EL), sistema principalmente fonetico, più complesso e successivo a quello proto-elamico, attestato anche in altri siti a sud dell'altopiano iranico.
Nel 2014 Desset ha riconosciuto in tre delle quattro iscrizioni di Konar Sandal un nuovo sistema di scrittura: esse infatti sono bilingui e, oltre a una sezione in lineare elamico, ve n'è una in un sistema sconosciuto fino ad allora e da lui classificato come "geometrico": sistema coevo all'elamico lineare, sarebbe slegato da essa, dal proto-elamico e dal cuneiforme, con una scrittura bustrofedica composta da segni geometrici semplici.
Diffusione e documentazione archeologica
Ad oggi sono state rinvenute circa 1780 tavolette o frammenti di esse registranti testi proto-elamici, parzialmente o totalmente numerali, di cui l'88% a Susa e le restanti in un consistente numero di siti diffusi su tutta l'area dell'altopiano iranico. Nello specifico, 1564 tavolette a Susa, una a Tall-i Ghazir, 32 a Tall-i Malyan, 26/27 a Tepe Yahya, una a Shahr-i Sokhta, 19 a Tepe Sialk, un frammento a Tepe Ozbaki e 137 (più alcuni frammenti numerali) a Tepe Sofalin. Quanto emerge da questo quadro rispetto alla distribuzione dei testi proto-elamici, a confronto con quella dei testi proto-cuneiformi di periodo Uruk IV e Uruk III, è che la diffusione della scrittura proto-elamica non fu limitata alle regioni in cui è documentata anche la scrittura proto-cuneiforme (le cui prime attestazioni sembrano star già scrivendo una lingua sintatticamente più articolata, probabilmente il sumero), ma fu ben maggiore. Peraltro, finora nessun sito ha presentato testimonianza dell'uso contemporaneo di entrambi i sistemi, il che potrebbe lasciar dedurre che l'adozione di uno dei due facesse sviluppare scuole scribali che ritenevano ridondante l'utilizzo anche dell'altro.
Per quanto riguarda la lineare elamica, invece, ad oggi vi sono 40 iscrizioni note, di cui 19 provenienti da Susa (di principale rilievo quelle attribuibili al sovrano Puzur-Inshushinak), e le altre da altri siti a sud dell'altopiano iranico: quattro da Konar Sandal/Jiroft (di cui tre registrano anche porzioni in geometrico), una da Shahdad, una da Marv Dasht, otto da Kam-Firouz e sette di provenienza incerta.
Contenuto e struttura dei testi I testi proto-elamici ad ora noti sono esclusivamente documenti amministrativi, che registrano ricezioni, inventari e trasferimenti di risorse di grano, bestiame, lavoratori etc. Quasi tutti i testi si aprono con un'intestazione, spesso composta da un solo segno complesso, probabilmente indicante l'ufficio, l'autorità o la persona cui l'operazione registrata faceva capo. Qualora questa mancasse, come accade nei testi più arcaici, si suppone che altre informazioni (per esempio il luogo dove si trovava il magazzino interessato) la sostituissero. Segue una serie di voci, in un numero che può variare da una a centinaia nel caso dei testi più lunghi, talvolta divisibili in diverse sottovoci. Ogni voce termina con una notazione numerale dell'oggetto contato, solitamente specificato dal segno immediatamente precedente il numero. Il totale del conteggio è sempre registrato sul retro della tavoletta, ruotata sull'asse orizzontale. Qualora si esaurisca lo spazio per il testo principale sul fronte, questo viene registrato anch'esso sul retro, ma ruotando il supporto verticalmente: sul retro, in tal caso, vi sono quindi due porzioni di testo diversamente orientate, di solito con dello spazio libero nel mezzo. Spesso le tavolette presentano anche impressioni di sigilli cilindrici.
Segni e significati
Ad oggi tutti i segni finora rilevati sono stati mappati, prima da Piero Meriggi negli anni settanta del 1900, più recentemente sulla base di Meriggi da Jacob Dahl nel 2012 per l'archivio della CDLI (Cuneiform Digital Library Initiative, progetto della University of California di Los Angeles, University of Oxford e del Max Planck Institute for the History of Science di Berlino). È possibile effettuare una divisione dei segni non numerali proto-elamici in due macrocategorie: i segni logografici indicanti gli oggetti contati ed i segni utilizzati per identificare istituzioni o uffici, probabilmente anche nomi di persone o luoghi (è a quest'ultima categoria che afferiscono i numerosi singletons attestati, circa un centinaio: segni che appaiono una volta sola, probabilmente creati di volta in volta per nuove occorrenze), tra i quali è probabile vi siano fonogrammi sillabici. Le due categorie non sono stagne: è frequente che segni indicanti oggetti vengano utilizzati anche all'interno di intestazioni o di probabili nomi propri, ipoteticamente con valore fonetico.
Dei segni utilizzati per indicare gli oggetti contati, solo di pochi è possibile identificare facilmente il significato dall'aspetto grafico (per esempio, segni raffiguranti vasi e ciotole); per altri è stato talvolta possibile avanzare ipotesi grazie a deduzioni legate alle somiglianze coi segni proto-cuneiformi, al contesto e ai sistemi numerali utilizzati. Sono stati identificati segni indicanti le pecore e altri capi di bestiame, e il segno statisticamente più attestato, M288, pare indicare un cereale, probabilmente l'orzo. Il segno M388, probabilmente indicante i lavoratori di sesso maschile/schiavi, è uguale al segno cuneiforme che in sumero si legge KUR, con significato di "montagne" (soprattutto in riferimento ai monti Zagros) e di "paese straniero" (altro da Sumer) o "nemico".
Tra i segni della seconda macrocategoria, il più noto è il segno M136, il cosiddetto triangolo irsuto (hairy-triangle), che si ritiene indichi la figura reggente di una certa istituzione, specificata da un segno più piccolo ad esso inscritto che ne genera una variante (per esempio, il segno M136g sembra indicare il sovrano di Susa). Il segno e le sue varianti appaiono anche su diversi sigilli proto-elamici.
Sistemi numerali
Sulle tavolette proto-elamiche attualmente note si trova traccia di diversi sistemi numerali (con diverse varianti per ciascuno), diversamente adoperati per contare entità discrete (per es. uomini o capi di bestiame) o misurare entità continue (per es. quantità di cereali). Sono tutti sistemi numerali additivi, ovvero in cui ogni segno ha un valore numerico intrinseco indipendente dalla posizione in cui si trova. Il segno base, rappresentante l'unità, è tendenzialmente il segno N1 (talvolta in alcune sue varianti), segno semplice realizzato imprimendo sulla tavoletta lo stilo a punta rotonda inclinato; gli altri segni dei sistemi numerali sono nella maggior parte dei casi altri segni semplici. Osservando i calcoli e i risultati ottenuti, è oggi possibile conoscere i valori matematici dei segni coinvolti.
Tra quelli per le entità discrete il più utilizzato è quello per le entità discrete animate (umani o animali), classificato come sistema D. Si tratta di un sistema su base decimale, composto principalmente da tre segni (N01, N14, N23, in alcuni casi anche N51/N51g e N54g per esprimere valori superiori). Per le entità discrete sono attestati anche altri due sistemi numerali: il sistema S, su base sessagesimale, usato per contare entità discrete inanimate e il sistema B, bi-sessagesimale, usato per contare unità discrete di oggetti di per sé continui (ad es. misure di cereali), probabilmente usato per contare razioni alimentari, come similmente accadeva in una fase arcaica a Babilonia.
Tra quelli per le entità continue, è principalmente attestato un sistema classificato come C (con due varianti, C# e C''): si tratta di un sistema complesso, che comprende anche sottoparti dell'unità di misura di riferimento (le cifre annotate dopo l'unità N1 sono quelle "dopo la virgola").
Questione linguistica