Le proteste dei contadini indiani del 2020-2021 sono state una serie di manifestazioni pacifiche organizzate da agricoltori e sindacati agricoli in India contro tre controverse leggi di riforma del settore, approvate dal Parlamento indiano nel settembre 2020.

Promosse dal governo del primo ministro Narendra Modi (leader del partito Bharatiya Janata), le riforme miravano a liberalizzare il mercato agricolo nazionale, allentando le regole sulla vendita, sui prezzi e sullo stoccaggio dei prodotti. Tuttavia, le leggi hanno scatenato forti timori tra i contadini, i quali temevano che il nuovo sistema avrebbe smantellato i mercati all'ingrosso regolamentati dallo Stato e abolito il Prezzo Minimo di Sostegno (MSP), lasciandoli senza tutele nei confronti delle grandi corporazioni private.

Dopo oltre un anno di presidi che hanno bloccato i principali accessi alla capitale, il 19 novembre 2021 il governo indiano ha annunciato l'abrogazione delle tre leggi, formalizzata dal Parlamento a fine novembre. L'11 dicembre 2021 i contadini hanno smantellato gli accampamenti, ponendo ufficialmente fine alle mobilitazioni.

Contesto L'agricoltura rappresenta un settore cruciale per l'economia indiana, impiegando direttamente e indirettamente circa il 60% della forza lavoro del Paese (circa 650 milioni di persone). Tradizionalmente, la vendita dei principali raccolti - come quelli della stagione secca (Rabi, es. grano) e della stagione monsonica (Kharif, es. riso e ortaggi) - avviene attraverso mercati all'ingrosso regolamentati dallo Stato.

Questi mercati, noti come mandis, sono gestiti da comitati governativi detti Agricultural Produce Market Committees (APMC). All'interno di questo sistema il governo interviene garantendo l'acquisto di beni di prima necessità (come grano, riso e semi oleosi) a un Prezzo Minimo di Sostegno (Minimum Support Price, MSP). Questo meccanismo, nato per garantire la stabilità alimentare nazionale, funge da rete di sicurezza per gli agricoltori, proteggendoli dalle eccessive fluttuazioni del libero mercato e garantendo loro un reddito minimo.

Le tre leggi agricole Il 18 settembre 2020, il governo indiano ha promulgato tre leggi che alteravano in modo significativo questo sistema:

Legge sul commercio dei prodotti agricoli (Promozione e facilitazione): Consentiva agli agricoltori di vendere i propri prodotti al di fuori dei mandis regolamentati dall'APMC, promuovendo il commercio interstatale ed eliminando le relative tasse di intermediazione per gli acquirenti privati. Legge sull'accordo per l'emancipazione e la protezione degli agricoltori: Creava un quadro normativo per l'agricoltura a contratto, permettendo agli agricoltori di stipulare accordi diretti con aziende agroalimentari, rivenditori ed esportatori prima della semina, stabilendo in anticipo i prezzi. Legge sui beni essenziali (Emendamento): Rimuoveva cereali, legumi, patate e cipolle dall'elenco dei "beni essenziali", eliminando di fatto i limiti massimi di stoccaggio per i commercianti, che in precedenza servivano a prevenire l'accaparramento e la speculazione.

Le ragioni della protesta Il governo sosteneva che le riforme avrebbero modernizzato il settore, attratto investimenti privati e permesso agli agricoltori di ottenere prezzi più competitivi bypassando gli intermediari. Tuttavia, i sindacati agricoli hanno interpretato i provvedimenti come una minaccia alla loro sussistenza. I manifestanti, provenienti principalmente dagli Stati agricoli del Punjab, dell'Haryana e dell'Uttar Pradesh, basavano la loro opposizione su diversi timori.

In primo luogo, vi era la preoccupazione per la fine del sistema MSP: gli agricoltori temevano infatti che l'indebolimento dei mandis avrebbe portato, nel lungo periodo, all'abolizione del Prezzo Minimo di Sostegno, lasciandoli senza tutele. Inoltre, denunciavano il rischio di una "corporativizzazione" (il cosiddetto Corporate Raj), in quanto le nuove leggi avrebbero trasferito il potere di contrattazione interamente alle grandi aziende multinazionali e nazionali; i piccoli agricoltori, che rappresentano la maggioranza nel Paese, non avrebbero avuto il peso economico necessario per negoziare accordi equi, andando incontro allo sfruttamento. Infine, i critici sottolineavano il problema delle dispute legali sbilanciate: i meccanismi di risoluzione delle controversie previsti per l'agricoltura a contratto limitavano la giurisdizione a magistrati locali, una situazione in cui un piccolo agricoltore avrebbe difficilmente avuto le risorse per affrontare battaglie legali contro le grandi corporazioni agroalimentari.

Sviluppi e conclusione Le proteste si sono intensificate alla fine del 2020. Guidati dal movimento noto come Dilli Chalo ("Andiamo a Delhi"), decine di migliaia di manifestanti hanno istituito vasti accampamenti lungo i confini della capitale. Il blocco è durato per oltre un anno: i contadini hanno organizzato scioperi generali e presidi permanenti, resistendo alle intemperie, alle ondate della pandemia di COVID-19 e a diversi scontri con le forze dell'ordine.

Nel gennaio 2021, nel tentativo di disinnescare la crisi, la Corte Suprema indiana aveva sospeso l'implementazione delle leggi per 18 mesi per favorire la mediazione. I sindacati hanno tuttavia rifiutato qualsiasi compromesso, esigendo l'abrogazione totale dei provvedimenti.

Il 19 novembre 2021, in vista di importanti elezioni regionali, il Primo Ministro Narendra Modi ha annunciato a reti unificate la decisione del governo di ritirare le riforme, scusandosi pubblicamente. Il 29 novembre 2021, il Parlamento indiano ha approvato all'unanimità il disegno di legge per l'abrogazione ufficiale. Ottenute rassicurazioni anche sul mantenimento dell'MSP, l'11 dicembre 2021 gli agricoltori hanno rimosso i blocchi stradali e le tende, segnando la fine pacifica della mobilitazione.

Note

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