Il fascismo intransigente, noto in ambito storiografico anche come intransigentismo fascista, è la corrente del fascismo italiano che, tra il 1921 e la seconda metà degli anni 1920, si oppose alla «normalizzazione» del movimento e del regime, rivendicando la radicalità rivoluzionaria delle origini, il primato dello squadrismo e del partito sulle istituzioni dello Stato liberale e l'intransigenza verso gli avversari politici e i fiancheggiatori dell'ultima ora. Suo principale esponente fu Roberto Farinacci, ras di Cremona e segretario del Partito Nazionale Fascista (PNF) dal 1925 al 1926.Matteo Di Figlia, Farinacci. Il radicalismo fascista al potere, prefazione di Salvatore Lupo, Roma, Donzelli, 2007.
L'espressione si sovrappone in parte ad altre etichette, in particolare a quelle di fascismo rivoluzionario e di fascismo di sinistra, con cui condivide il richiamo agli ideali del programma di San Sepolcro del 1919. La storiografia tende tuttavia a distinguere l'intransigentismo, definito soprattutto dalla radicalità politico-squadrista e dal massimalismo di partito, dalla corrente più propriamente sociale e sindacale, il cui contenuto programmatico è di natura economico-sociale.Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma, Donzelli, 2000.
Terminologia e ambito All'interno del fascismo delle origini la storiografia individua più tendenze in tensione tra loro. Gli intransigenti (o massimalisti), espressione dello squadrismo agrario e provinciale, si contrapposero ai revisionisti, favorevoli a istituzionalizzare il movimento e a ridurne la componente violenta, e ai normalizzatori, orientati all'inserimento del fascismo nello Stato e nelle sue istituzioni.Adrian Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Roma-Bari, Laterza, 1974.
Il termine «fascismo intransigente» è in seguito stato impiegato, soprattutto in ambito pubblicistico postbellico, come sinonimo di un fascismo «puro», «originario» o «rivoluzionario» contrapposto agli sviluppi del ventennio. Tale uso riflette in larga misura una rilettura elaborata da settori del neofascismo e va distinto dalla ricostruzione storiografica delle dinamiche di fazione degli anni Venti.Emilio Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, Roma, Carocci, 1995.
Caratteristiche I tratti ricorrenti attribuiti alla corrente intransigente sono: intransigenza politica: rifiuto di compromessi con le forze liberali, cattoliche e moderate e con i fiancheggiatori successivi alla conquista del potere; primato dello squadrismo e del partito: difesa della violenza squadrista come strumento politico e rivendicazione della supremazia del PNF sullo Stato; «rivoluzione continua»: richiesta di portare a compimento la rivoluzione fascista anche dopo la marcia su Roma, sintetizzata nella parola d'ordine della «seconda ondata»; totalitarismo integrale: aspirazione a una completa fascistizzazione della società e delle istituzioni; richiamo alle origini sansepolcrine: rivendicazione del programma del 1919, di contenuto repubblicano, sindacale e antiborghese, elemento condiviso con il fascismo di sinistra; anticonservatorismo e antiborghesismo, con ostilità verso le vecchie classi dirigenti liberali; ostilità verso la monarchia e verso le istituzioni parlamentari.
Storia Origini e squadrismo (1919-1921) La componente intransigente affonda le radici nello squadrismo agrario sorto nel primo dopoguerra, particolarmente attivo nella Bassa padana, in Toscana e in Emilia. Le squadre d'azione, spesso finanziate dagli agrari locali in funzione antisocialista, costituirono la base di forza dei ras provinciali, tra cui Roberto Farinacci a Cremona, Italo Balbo a Ferrara e Dino Grandi a Bologna.
La crisi del Patto di pacificazione (1921) Nell'agosto 1921 Benito Mussolini sottoscrisse con il Partito Socialista Italiano e la Confederazione Generale del Lavoro un Patto di pacificazione volto a porre fine alle violenze. L'iniziativa provocò la rivolta dei ras e dello squadrismo provinciale, che vi videro un tradimento dello spirito originario del movimento; Mussolini si dimise dalla commissione esecutiva dei Fasci italiani di combattimento e, di fronte alla pressione interna, il patto fu di fatto abbandonato. Al congresso del novembre 1921, con la trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista, la componente intransigente conservò un peso rilevante.Emilio Gentile, Storia del Partito fascista 1919-1922. Movimento e milizia, Roma-Bari, Laterza, 1989.
Intransigenti e revisionisti (1923-1924) Conquistato il potere, il dibattito interno si polarizzò tra i revisionisti, favorevoli a una «normalizzazione» del partito e alla riduzione dell'autonomia squadrista, e gli intransigenti, contrari a ogni accomodamento. Farinacci si impose come riferimento dell'ala più dura, invocando con continuità lo scatenamento di una «seconda ondata» rivoluzionaria.
La crisi Matteotti e la «seconda ondata» (1924-1925) Dopo il rapimento e l'uccisione del deputato Giacomo Matteotti (giugno 1924) e la conseguente secessione aventiniana, l'ala intransigente premette per una soluzione di forza. La pressione dei vertici della Milizia e degli ambienti squadristi confluì nel discorso del 3 gennaio 1925, con cui Mussolini si assunse la responsabilità politica della situazione e avviò la costruzione del regime.Renzo De Felice, Mussolini il fascista. I. La conquista del potere 1921-1925, Torino, Einaudi, 1966.
Farinacci segretario e la normalizzazione (1925-1926) Il 12 febbraio 1925 Farinacci fu nominato segretario del PNF. Secondo l'interpretazione di Renzo De Felice, la nomina non rappresentò la vittoria della «seconda ondata», ma piuttosto lo strumento con cui Mussolini intese disciplinare e canalizzare l'estremismo provinciale, riconducendolo entro l'apparato di partito. La segreteria di Farinacci si concluse nel marzo 1926; negli anni successivi prevalse la linea della statalizzazione e della normalizzazione, e gli intransigenti furono progressivamente marginalizzati.Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Torino, Einaudi, 1968. Farinacci mantenne comunque un ruolo di «custode» dell'ortodossia rivoluzionaria del regime, tornando in primo piano con la svolta antisemita e filonazista della seconda metà degli anni Trenta.
Figure di riferimento Oltre a Farinacci, sono ricondotti alla galassia intransigente diversi esponenti del fascismo provinciale e squadrista. Tra essi Aurelio Padovani, ras di Napoli ed esponente dell'intransigentismo meridionale, emarginato dal movimento già nel 1923. Posizioni intransigenti furono espresse in varie fasi anche da settori della Milizia e del sindacalismo fascista, su versanti programmatici tuttavia non coincidenti.
La Repubblica Sociale Italiana Alcuni temi cari alla tradizione intransigente e rivoluzionaria, come l'ostilità verso la monarchia, il corporativismo e la socializzazione dell'economia, furono ripresi dalla Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), nel Manifesto di Verona e nei provvedimenti del 1944. In questo contesto operarono figure che rivendicavano i contenuti sociali delle origini, tra cui Nicola Bombacci.
Dibattito storiografico La categoria di intransigentismo è stata letta dalla storiografia entro la più ampia distinzione, proposta da De Felice, tra «fascismo-movimento» e «fascismo-regime»: la corrente intransigente rappresenterebbe il polo radicale e movimentista, in tensione con la tendenza alla istituzionalizzazione. Gli studi successivi hanno tuttavia messo in guardia dal sovrapporre meccanicamente intransigentismo e «fascismo di sinistra»: nel caso di Farinacci, in particolare, è stato osservato come la retorica del «purismo rivoluzionario» convivesse con la costruzione di estese reti clientelari e affaristiche. Resta inoltre dibattuto quanto la riproposizione postbellica di un fascismo «originario» e «rivoluzionario» costituisca una ricostruzione storica o piuttosto un'operazione di rilettura politica.
Eredità e ricezione Nel secondo dopoguerra il richiamo a un fascismo «rivoluzionario» e «sociale» fu fatto proprio da settori della cosiddetta «sinistra nazionale» del Movimento Sociale Italiano e dell'area della terza posizione.Stefano Bartolini, Fascismo e neofascismo. I «nipoti del Duce» tra eredità, novità, persistenze e sviluppi all'alba del nuovo secolo, in «Quaderni di Farestoria», X, n. 2-3, 2008. A tale tradizione si richiama esplicitamente il Movimento Fascismo e Libertà - Partito Socialista Nazionale, formazione minore fondata nel 1991 da Giorgio Pisanò, che rivendica temi della Repubblica Sociale come la socializzazione e il corporativismo e che è stata più volte oggetto di procedimenti giudiziari per presunta apologia del fascismo e ricostituzione del disciolto PNF.
Note
Bibliografia Renzo De Felice, Mussolini il fascista. I. La conquista del potere 1921-1925, Torino, Einaudi, 1966. Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Torino, Einaudi, 1968. Emilio Gentile, Storia del Partito fascista 1919-1922. Movimento e milizia, Roma-Bari, Laterza, 1989. Emilio Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, Roma, Carocci, 1995. Adrian Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Roma-Bari, Laterza, 1974. Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma, Donzelli, 2000. Matteo Di Figlia, Farinacci. Il radicalismo fascista al potere, prefazione di Salvatore Lupo, Roma, Donzelli, 2007. ISBN 978-88-6036-105-9.
Voci correlate Sansepolcrismo Squadrismo Roberto Farinacci Fascismo di sinistra Patto di pacificazione Repubblica Sociale Italiana Socializzazione dell'economia
Categoria:Fascismo