L'industria elettronica ed elettrotecnica in Italia rappresenta un settore di attività dell'industria del paese. Il suo periodo di maggiore espansione e sviluppo è stato quello compreso tra gli anni cinquanta e gli anni settanta del XX secolo, in cui grazie alla produzione di elettronica di consumo, di elettrodomestici e di componenti elettronici, spiccava tra quelle le più prolifiche e tecnologicamente avanzate a livello internazionale.
A partire dagli anni ottanta ha subito un forte ridimensionamento a causa della crisi strutturale e di mercato verificatasi a partire da quel periodo che contribuì alla fine di molte aziende attive nel settore, e in misura minore al processo di delocalizzazione produttiva che l'ha interessata a partire dal XXI secolo con l'avvento dell'economia globalizzata, che ha spostato rapidamente il baricentro industriale in Estremo Oriente. Oggi è caratterizzata dalla presenza di medie e piccole imprese che operano esclusivamente in ambito professionale come fornitrici per altri settori industriali.
Storia Le attività manifatturiere nel settore elettrotecnico ed elettromeccanico in Italia sorsero nella seconda metà del XIX secolo, e ciò fu strettamente connesso all'espansione industriale e infrastrutturale del paese, nonché alla diffusione dell'elettricità. La prima impresa italiana a realizzare costruzioni elettriche fu la Tecnomasio Italiano di Milano, attiva dal 1863, che un decennio più tardi, nel 1871, si specializzò nell'elettrotecnica e produsse le prime dinamo su imitazione di quelle inventate da Gramme. La stessa Tecnomasio, nel 1877 costruì la prima lampadina elettrica italiana, e nel 1884 costruì la dinamo del tipo superiore, progettata dal suo direttore l'ingegner Bartolomeo Cabella, che venne in seguito imitata dai costruttori stranieri. Nello stesso periodo, la Ditta ing. Guzzi e Ravizza e la Ditta ing. C. Rivolta, ambedue di Milano, avviarono una collaborazione nella costruzione delle macchine elettriche. Un importante contributo allo sviluppo delle imprese elettriche in Italia fu dato dall'invenzione fatta dallo scienziato Galileo Ferraris, che nel 1885 realizzò il motore elettrico in corrente alternata, che aprì la strada a innumerevoli usi dell'energia elettrica, in particolare nel settore dei trasporti. Altre ditte si specializzarono nella fabbricazione di isolanti elettrici, di cavi elettrici e degli apparecchi elettrici di misura, e pioniere in questo settore in Italia furono la milanese Pirelli (1872) e la torinese Virginio Tedeschi (1888).
Nello stesso periodo e nell'ambito del medesimo settore furono avviate ditte quali la Società Nazionale Officine di Savigliano a Torino (1880), la Società Italiana di Elettricità già Cruto a Genova (1885), la Volpe & Malignani a Udine (1888), la Ercole Marelli & C. a Milano (1891), la Ditta Emilio Belloni a Milano (1891), l'Officina elettrotecnica ing. Morelli, Franco e Bonamico a Torino (1893), la Einstein, Garrone & C. a Pavia (1894), la Brioschi, Finzi & C. a Milano (1896), la Caramagna & C. a Torino (1896), la Società Edison-Clerici & C. a Milano (1897), la Società Esercizio Bacini a Genova (1898), lo Stabilimento elettrotecnico Ansaldo & C. a Cornigliano (divisione della Ansaldo, 1900) e la Stucchi & C. a Milano (1902). Altre ditte furono costituite grazie a capitali stranieri: la prima fu la Società Generale Italiana di Elettricità Sistema Edison (1884), il cui presidente l'ingegner Giuseppe Colombo, nel 1883 progettò e fece costruire nella città meneghina la Centrale Santa Radegonda, prima centrale termoelettrica italiana e dell'Europa continentale, e la terza al mondo dopo quelle realizzate a Londra e Manhattan. A seguire vi furono ditte come la Società anonima Elettricità Alta Italia a Torino creata su iniziativa della tedesca Siemens & Halske (1896), la Woodhouse & Baillie Riviera Electricity Company a Bordighera fondata dagli inglesi Claude H. Woodhouse e Granville H. Baillie (1899) e la AEG-Thomson Houston Società Italiana di Elettricità, partecipata dalla tedesca AEG e dalla francese Compagnie française Thomson-Houston a Milano (1904).
Accanto allo sviluppo di un'industria nazionale produttrice di energia elettrica e di materiale elettrotecnico, si aggiunsero le scoperte tecnologiche nel campo dell'elettromagnetismo e della radiotelegrafia di inizio XX secolo, con l'impiego di onde hertziane (in cui un contributo importante lo dette l'italiano Guglielmo Marconi), determinanti per l'invenzione della radio. Inizialmente impiegato esclusivamente in ambito militare, a partire dagli anni venti questo mezzo cominciò a diffondersi anche in ambito civile: in Italia le prime trasmissioni radiofoniche furono avviate nel 1924 dall'Unione radiofonica italiana (URI), e contestualmente sorsero imprese specializzate nella produzione e nell'installazione delle impianti per la ricezione del segnale, di apparecchi radioricevitori e della relativa componentistica, così come alcune imprese elettromeccaniche si specializzarono nelle predette produzioni.. L'industria radioelettrica italiana partì con molte difficoltà e la produzione era semiartigianale, poiché risentiva degli elevati di costi di produzione e della concorrenza delle aziende straniere, soprattutto tedesche.. L'elevato prezzo con cui venivano venduti gli apparecchi rendevano accessibile il loro acquisto solo agli strati più abbienti della popolazione: nel 1926 il numero di abbonati all'URI non superò le 27.000 unità. Due anni più tardi, nel 1928, all'URI subentrò l'EIAR, e si registrò un'impennata del numero di abbonati alla radio, che nel 1931 arrivò a 242.000, una cifra che si presentava modesta agli altri paesi europei.
Tra le aziende a capitale italiano che per prime operarono nell'industria radioelettrica vi furono principalmente le milanesi Allocchio Bacchini, FIMI-Phonola, FIMM (attraverso le consociate Fivre e Radiomarelli), Geloso, Irradio, LESA e SAFAR, le torinesi Magnadyne e Watt Radio, la genovese Capriotti, la bolognese Ducati, la IMCA Radio di Alessandria e la Unda Radio di Dobbiaco. Altri produttori del settore erano invece controllati da stranieri, come la CGE (consociata della statunitense General Electric), la Minerva Italia, la Philips Italiana, La voce del padrone e la Siemens-OLAP, tutti operanti a Milano. Nel 1933, il regime fascista istituì l'Ente Radio Rurale, al fine di diffondere l'uso dei radioricevitori a tutti gli strati della popolazione, compresi i contadini, con cui i radioricevitori venivano venduti a prezzo imposto e con caratteristiche standardizzate, acquistabili solo dagli enti governativi e dagli istituti scolastici o per donazione agli stessi. Le maggiori imprese che operavano in Italia nella produzione di apparecchi radiofonici, sia nazionali che estere, aderirono al progetto della Radio Rurale e costituirono un consorzio denominato Gruppo Costruttori Apparecchi Radio. Il piano fascista di agevolare l'acquisto dei radioricevitori da parte dei cittadini meno abbienti con prezzi economici, portò benefici alle imprese produttrici degli apparecchi poiché videro incrementare notevolmente le vendite, come peraltro dimostrato dall'aumento del numero di abbonati all'EIAR che nel 1939 raggiunse la cifra di 1.149.849 unità. Ciò nonostante però, le imprese italiane non riuscirono ad affrancarsi dalla concorrenza straniera.
La seconda metà degli anni trenta per le imprese elettroniche italiane si caratterizzò non solo per la produzione su scala di apparecchi radiofonici, ma anche per i primi esperimenti nel campo televisivo. Furono in particolare tre le imprese che si cimentarono nel settore in fase nascente, le milanesi Allocchio Bacchini, FIMM e SAFAR, che per prime produssero in Italia i relativi apparecchi.. FIMM, la cui attività si sviluppò su impulso del fisico Francesco Vecchiacchi, direttore del suo laboratorio radio, collaborò con la statunitense RCA. Allocchio Bacchini e SAFAR invece collaborarono con la tedesca Telefunken, pioniera del settore in Europa. Anche la Magnadyne di Torino nel 1940 aveva costruito un primo modello di televisore. La produzione in serie degli apparecchi televisivi andò a svilupparsi nel periodo successivo alla fine della Seconda guerra mondiale: in Italia in particolare le aziende elettroniche esistenti si specializzarono nella produzione dei televisori in coincidenza con l'avvio delle prime trasmissioni televisive da parte della RAI, avvenuto nel 1954, e numerose furono anche quelle di nuova costituzione, poiché molti imprenditori attinsero fondi dal Piano Marshall di ricostruzione.. Il numero di imprese attive nella produzione di apparecchi radio-televisivi (che oltre a radio e televisori comprendeva anche amplificatori, autoradio, giradischi, ecc.) crebbe rapidamente arrivando nel 1962 a 136 unità, che assieme realizzavano un fatturato di 138,2 miliardi di lire e impiegavano 23.100 lavoratori.
Dopo l'industria nazionale dell'elettronica di consumo e della componentistica elettronica, sempre nel secondo dopoguerra notevole impulso ebbe quella degli elettrodomestici. Già nel periodo antecedente al conflitto numerose imprese si erano specializzate nella produzione dei ferri da stiro e dei fornelli a gas, ma dopo la fine degli anni quaranta le medesime passarono dalla produzione artigianale a quella industriale.. In Italia la prima a produrre frigoriferi sul finire degli anni trenta fu la FIAT, in realtà assemblati su licenza della statunitense Westinghouse Electric, e fino al 1951 copriva il 60% della produzione nazionale. Altra azienda attiva in questo tipo di produzione fu la CGE, e poco tempo dopo altre come la Ignis di Comerio, la Zanussi di Pordenone e la Zoppas di Conegliano, specializzate nella produzione di cucine e fornelli a gas, avviarono anch'esse la produzione di frigoriferi. Nel 1946, la ditta OMEF di Monza avviò per prima in Italia la produzione artigianale di lavatrici semiautomatiche con il marchio Candy, che divenne anche la sua ragione sociale. Il boom economico rivoluzionò stili di vita e consumi delle famiglie, e di conseguenza le aziende italiane produttrici di frigoriferi passarono dai 15 del 1953 a circa una sessantina nel 1960, e nello stesso periodo quelle che producevano lavatrici da 5 a 50, ed il numero di operai occupati passò nello stesso periodo da 2.960 a 9.415... I fattori che contribuirono al decollo di questo settore furono l'acquisizione delle tecnologie, l'impiego di materie prime semplici, il basso costo del lavoro, l'enfasi posta su semplificazione e standardizzazione, ed il risultato fu una considerevole diminuzione nei costi e nei prezzi unitari (tra il 1955 e il 1963 ad esempio il prezzo di un frigorifero era dimezzato), con un conseguente stimolo ulteriore alla domanda. Nel 1967, l'Italia con le sue imprese divenne il primo produttore europeo di elettrodomestici superando la Repubblica Federale Tedesca, il secondo a livello mondiale dopo gli Stati Uniti e davanti al Giappone, ed il primo nelle esportazioni avendo registrato una crescita considerevole di quote mercato in Europa. Nel periodo compreso tra il 1950 ed il 1970, la produzione italiana di elettrodomestici era passata dai 150.000 pezzi annuali a 10,5 milioni. La crescita di questo settore riguardò in particolare le aziende Ignis, Zanussi, Zoppas, Castor, Candy e Indesit..