Il processo contro il partito Industriale è un procedimento giudiziario tenutosi tra il 25 novembre ed il 7 dicembre 1930 a Mosca diretto contro la fantomatica organizzazione del "partito Industriale" creata, secondo l'accusa, da capitali economici francesi con lo scopo di far fallire l'economia dell'URSS.
Antefatto Dopo che Lenin, già malato da diverso tempo, morì nel gennaio 1924 e le lotte per il potere verso la metà degli anni '20 portarono all'emergere di Stalin come figura dominante della politica sovietica, il PCUS stabilì di implementare il Primo piano quinquennale, che prevedeva uno sviluppo massiccio e pianificato dell'industria pesante (anche per garantire l'autosufficienza militare a Mosca) e un'altrettanto poderosa e guidata campagna di collettivizzazione nelle campagne. Durante gli anni '20, la NEP aveva fatto riemergere diverse contraddizioni strutturali che riguardavano l'agricoltura prima dell'Impero russo e ora in Unione Sovietica e il nuovo ceto di kulaki rappresentava un'ostacolo tanto economico (la NEP ostacolava l'industrializzazione pesante di cui l'URSS aveva bisogno dopo il fallimento dei moti in Europa dopo la Prima guerra mondiale), quanto ideologico e sociale. Per questi motivi, Stalin, che inizialmente non si era sbilanciato sulla pianificazione economica per non assicurare un vantaggio alle opposizioni di sinistra nel PCUS, all'inizio degli anni '30 implementò la collettivizzazione con una rapidità e una violenza che sconcertarono anche la burocrazia sovietica stessa, al tal punto che il programma dovette essere rallentato per un po' di mesi, per poi procedere andando anche oltre le previsioni iniziali. Le politiche di collettivizzazione portarono a un rapidissimo e traumatico cambiamento socio-economico nelle campagne, a scontri che portarono a numerosissime uccisioni e deportazioni e a un crollo del bestiame (sia per sabotaggio sia perché le piccole mandrie ben curate perivano facilmente per le condizioni dei greggi collettivi), e quindi a meno disponibilità di fertilizzanti, di alimenti, di alcuni prodotti derivati e di attività da traino. Questi fattori, uniti a una tradizionale arretratezza dell'agricoltura russa in termini di strumenti e di produttività (per esempio, all'inizio del XIX secolo la resa di cereali per ettaro in Russia era metà di quella in Francia e un terzo di quella in Germania, nonostante una popolazione decisamente più numerosa) e a congiunture naturali particolarmente sfavorevoli portarono a una catastrofica carestia in un'enorme area compresa fra l'Ucraina e il Kazakistan, includendo anche la Crimea e il basso corso del Volga. In questa carestia generalizzata, che portò problemi anche alle forniture delle città e dell'esercito, fra il 1930 e il 1933 con una certa approssimazione morirono fra le 3 e le 6 milioni di persone. La portata di tale disastro, che uccise in modo spropositato le popolazioni autoctone, era tale da suscitare nello stesso PCUS che sosteneva le collettivizzazioni una relativa spaccatura fra la linea più intransigente (guidata da Stalin) e una meno veemente (che vedeva in Kirov il suo più importante rappresentante).
In ogni caso le conseguenze furono tali da rendere necessario, per il regime sovietico, trovare un capro espiatorio al quale attribuire le responsabilità di quanto stava succedendo e lo trovarono in presunti agenti stranieri, montando fra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30 una serie di accuse politiche e giuridiche (ad esempio, nel 1928 contro presunti sabotatori sostenuti dalla Germania), anche a costo di rendere più tese relazioni diplomatiche già complicate, avviate verso la metà degli anni '20.
Il processo L'allora procuratore generale dell'URSS, Nikolai Krylenko, ricevette ordine di arrestare diversi membri, anche eccellenti del partito, fra cui anche degli economisti. Ben presto gli imputati, senza poter escludere forti pressioni dalle autorità, svelarono un presunto complotto orchestrato dagli ambienti del capitalismo finanziario francese, con lo scopo di far fallire le politiche economiche sovietiche. Con le loro testimonianze coinvolsero fino a migliaia di membri del PCUS, accusandoli di averli aiutati nel sabotaggio.
In quei giorni si scoprirono altri fantomatici partiti che miravano a far crollare la rivoluzione. Il processo, rapidissimo, vide la confessione di quasi tutti e pene abbastanza morbide tanto che, in meno di dieci anni, quasi tutti vennero graziati e qualcuno persino promosso.
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