La rivoluzione romena del 1989 (Revoluția Română din 1989), anche conosciuta semplicemente come rivoluzione romena (Revoluția Română; ) fu una successione di eventi e di proteste che, nel mese di dicembre 1989, portarono al crollo, in Romania, del regime dittatoriale di orientamento comunista guidato da Nicolae Ceaușescu. Le proteste, sempre più violente, raggiunsero il culmine con il processo e l'esecuzione di Ceaușescu e della moglie Elena.
In quegli anni il passaggio alla democrazia stava avendo luogo anche negli altri paesi del blocco comunista dell'Europa orientale, ma in modo pacifico; la Romania fu l'unico Stato del Patto di Varsavia nel quale la fine del socialismo ebbe luogo in modo violento.
Prima della rivolta Analogamente ai Paesi vicini, nel 1989 la maggior parte della popolazione della Romania nutriva un deciso malcontento verso il regime comunista. Nonostante ciò, a differenza di altri Stati dell'Europa dell'Est, la Romania non era passata fino ad allora attraverso un processo di destalinizzazione. La politica di sviluppo economico di Ceaușescu (compresi grandi progetti edili e un rigido blocco delle spese interne destinato a permettere alla Romania di pagare l'intero debito pubblico) fu considerata responsabile della povertà diffusa in tutto il Paese, anche da elementi vicini al Partito Comunista Rumeno. Nel marzo 1989, infatti, fu pubblicata la Lettera dei Sei, documento elaborato da sei dissidenti contrari alla politica del dittatore. In parallelo alla crescita della povertà, aumentava la morsa della polizia segreta, la Securitate, organo personale di Ceaușescu che rendeva la Romania un vero e proprio Stato di polizia, reprimendo sistematicamente qualsiasi forma di dissenso con metodi di tortura brutali.
Ceaușescu era l'unico tra i capi di Stato del Patto di Varsavia a non seguire gli interessi sovietici, propendendo al contrario per una politica estera personale. Mentre il leader sovietico Michail Gorbačëv avviava una fase di profonda riforma dell'URSS (Perestrojka), Ceaușescu imitava dichiaratamente le linee politiche e i culti della personalità dei dittatori comunisti dell'Asia orientale, in particolare del nordcoreano Kim Il-sung. Il dittatore romeno continuò ad ignorare i segnali che minacciavano la sua posizione di capo di uno Stato comunista nell'Europa dell'Est anche dopo la caduta del muro di Berlino e la sostituzione del leader bulgaro Todor Živkov con il più moderato Petăr Mladenov nel novembre 1989.
La rivolta di Timișoara
Il 16 dicembre 1989 ebbe luogo a Timișoara una manifestazione di protesta al tentativo del governo romeno di espellere un dissidente ungherese, il pastore riformato László Tőkés.
Il 17 dicembre un gruppo di Ungheresi transilvani, a cui si unirono anche numerosi Rumeni, si raccolse a Timisoara davanti alla casa del pastore protestante Laszlo Tőkés, condannato all’esilio.
Il pastore, esponente degli interessi della minoranza ungherese, aveva recentemente criticato il regime tramite i mass media stranieri e il governo considerò il gesto come un incitamento ai conflitti etnici. Su richiesta del governo, l'episcopato rimosse Tőkés dal sacerdozio, privandolo così del diritto di utilizzare l'appartamento legittimamente ottenuto in quanto pastore. Per qualche giorno i fedeli di Tőkés si radunarono intorno alla sua abitazione per proteggerlo. Molti passanti, compresi anche studenti religiosi, si associarono alla protesta, inizialmente senza conoscere i veri motivi e venendo poi informati dai sostenitori del pastore solo in seguito che si trattava di un nuovo tentativo del regime comunista di reprimere la libertà religiosa, omettendo il carattere etnico della questione.
Quando fu evidente che la massa non si sarebbe dispersa, il sindaco Petre Moț dichiarò che avrebbe riconsiderato l'espulsione di Tőkés. Nel frattempo però la folla era notevolmente aumentata e, quando Moț rifiutò di confermare per iscritto la dichiarazione contro l'espulsione del pastore, i manifestanti iniziarono a cantare slogan anticomunisti. Le forze dell'esercito (Miliția) e della Securitate, chiamate per bloccare la protesta, nulla poterono di fronte all'imponente numero di manifestanti. Alle 19.30 la protesta si era estesa e la causa iniziale stava passando in secondo piano. Alcuni manifestanti tentarono di incendiare l'edificio che ospitava il comitato distrettuale del Partito Comunista Rumeno (PCR). Fu a questo punto che la Securitate rispose con il lancio di lacrimogeni e getti d'acqua, mentre la Miliția caricò i manifestanti, procedendo all'arresto di diverse persone. La massa si spostò verso la Cattedrale Metropolitana e da qui continuò ad avanzare per le vie di Timișoara, nonostante nuove cariche delle forze dell'ordine.
Le proteste continuarono anche il 17 dicembre. Alcuni manifestanti riuscirono a penetrare nella sede del comitato distrettuale e gettarono dalle finestre dell'edificio documenti del partito, brochure di propaganda, scritti di Ceaușescu e altri simboli del potere comunista. Quindi tentarono nuovamente di incendiare l'edificio, ma questa volta furono fermati da unità militari. Il significato della presenza dell'esercito sulle strade era chiaro: gli ordini provenivano direttamente dall'alto, probabilmente dallo stesso Ceaușescu. Nonostante l'esercito avesse fallito nel tentativo di ristabilire l'ordine, la situazione a Timișoara era divenuta drammatica: spari, vittime, risse, automobili in fiamme, TAB che trasportavano forze della Securitate e carri armati. Alle 20.00 si stava ancora sparando tra la Piazza della Libertà e l'Opera, specie nelle zone del ponte Decebal, Calea Lipovei e Calea Girocului. Carri armati, camion e TAB bloccavano l'accesso alla città mentre gli elicotteri sorvegliavano la zona. Dopo mezzanotte le proteste cessarono. I generali della Miliția Ion Coman, Ilie Matei e Ștefan Gușă ispezionarono la città, che sembrava uno scenario di guerra, con edifici distrutti, cenere e sangue.
Il mattino del 18 dicembre il centro era sorvegliato da soldati e agenti della Securitate in borghese. Il sindaco Moț sollecitò una riunione del Partito all'Università, allo scopo di condannare il "vandalismo" dei giorni precedenti. Decretò anche l'applicazione della legge marziale, vietando alla popolazione di circolare in gruppi più numerosi di 2 persone. Sfidando i divieti, un gruppo di 30 giovani avanzarono verso la Cattedrale ortodossa, dove fluttuarono bandiere rumene cui era stato tagliato lo stemma comunista, ed iniziarono a cantare Deșteaptă-te, române! (l'attuale inno nazionale rumeno), all'epoca vietato dal 1947 e la cui esecuzione in pubblico era punita dal codice penale. I militari, raggiunti i giovani, fecero immediatamente partire una raffica di mitra che uccise alcuni di loro, ferendone gravemente altri. Solo pochi fortunati riuscirono a fuggire, mettendosi in salvo.
Il 19 dicembre, gli inviati del governo Radu Bălan e Ștefan Gușă visitarono i lavoratori delle fabbriche di Timișoara, ormai entrati in sciopero, ma fallirono nel tentativo di farli tornare a lavorare. Il 20 dicembre massicce colonne di lavoratori entrarono in città: oltre centomila protestanti occuparono la Piazza dell'Opera e iniziarono a urlare slogan anti-governativi. Nel frattempo Emil Bobu e Constantin Dăscălescu furono designati da Elena Ceaușescu (il marito si trovava in quel momento in visita ufficiale in Iran) per incontrare una delegazione dei manifestanti: di lì a poco il confronto avvenne, ma i due rifiutarono di ascoltare le rivendicazioni del popolo e la situazione rimase immutata. Il giorno successivo, treni carichi di lavoratori delle fabbriche dell'Oltenia (regione storica della Romania meridionale) raggiunsero Timișoara: il regime aveva cercato di usarli per affogare la protesta, ma alla fine anche costoro si associarono agli altri manifestanti..
I fatti di Bucarest
Gli avvenimenti di Timișoara, sistematicamente censurati dai mezzi di comunicazione del regime, venivano raccontati nei notiziari delle radio Vocea Americii e Radio Europa Libera, diffuse clandestinamente sul territorio rumeno; a spargere la voce contribuirono anche gli studenti che lasciavano la città per tornare a casa durante le festività natalizie.
Esistono vari punti di vista sui fatti di Bucarest che portarono alla caduta del regime di Ceaușescu. Uno vuole che una parte del Consiglio Politico Esecutivo (CPEx) del Partito Comunista Rumeno avesse tentato, fallendo, una fine indolore del regime, similmente a quanto avvenuto negli altri Paesi del Patto di Varsavia, ove la classe dirigente comunista si era dimessa in massa permettendo lo sviluppo dei nuovi governi in modo pacifico. Un altro vuole che un gruppo di ufficiali militari organizzarono con successo una cospirazione contro Ceaușescu. Tanti ufficiali affermarono di aver fatto parte di una simile cospirazione, ma le prove di questo scenario sono assai poche. Le due teorie non si escludono necessariamente a vicenda.
Resta il fatto che il 22 novembre, allorché si era aperto a Bucarest il XIV Congresso del Partito Comunista Rumeno, il presidente sovietico Gorbačëv aveva inviato un messaggio di felicitazioni al PCR, nel quale tuttavia auspicava una serie di cambiamenti. Gorbačëv, fautore della perestrojka, e Ceaușescu, propugnatore di un sempre più marcato isolamento della Romania, erano fatti per non intendersi: il contrasto tra i due si palesò allorché da Mosca giunse un invito affinché il leader rumeno desse le dimissioni. Il 23 novembre, allorché fu rieletto a capo del PCR (e quindi dello Stato) con unanimità dei consensi, Ceaușescu rispose duramente a Gorbačëv, accusando oltretutto l'URSS di ingiustizie perpetrate nei confronti del suo Paese all'indomani della fine della seconda guerra mondiale (quando la Bucovina del Nord e la Bessarabia, regioni storicamente legate alla Romania, erano state annesse all'Unione Sovietica, formando la Repubblica Socialista Sovietica Moldava).
La questione di un'eventuale dimissione tornò alla ribalta il 17 dicembre 1989, quando Ceaușescu chiese al CPEx di deliberare misure atte a soffocare la rivolta scoppiata a Timişoara. Stando alle testimonianze dei membri CPEx Paul Niculescu-Mizil e Ion Dincă, a questa riunione (analogamente a quanto a suo tempo era avvenuto in Bulgaria e in Germania Est), due consiglieri si opposero all'uso della forza per la soppressione delle proteste. Per tutta risposta Ceaușescu propose le sue dimissioni e chiese ai membri del CPEx di scegliere un nuovo capo dello Stato. Tuttavia alcuni membri, tra i quali Gheorghe Oprea e Constantin Dăscălescu, gli chiesero di rinunciare alle dimissioni e di esautorare i due membri che si erano opposti alle sue decisioni. Lo stesso giorno però Ceaușescu partì per una visita ufficiale in Iran, lasciando le redini della risoluzione della rivolta di Timişoara nelle mani della moglie Elena e di altri suoi uomini fidati.
Tornato dall'Iran il 20 dicembre, Ceaușescu trovò la situazione del paese ulteriormente deteriorata. Alle 19:00 fece una dichiarazione in diretta televisiva dalla sede del Comitato Centrale, nella quale etichettò i protestanti di Timișoara come nemici della Rivoluzione Socialista.