Turris Babel (in italiano La Torre di Babele) è un libro scritto da Athanasius Kircher, pubblicato in prima edizione nel 1679. Opera di grande erudizione, insieme con il precedente lavoro Arca Noë (di cui è per molti versi una prosecuzione) rappresenta il tentativo del gesuita di coniugare il racconto biblico della Genesi con quelle che all'epoca erano le più recenti teorie antropologiche, storiche, geografiche e filologiche. Cuore del libro è ovviamente il resoconto della costruzione della Torre di Babele, della sua distruzione e della conseguente confusio linguarum, dalla quale secondo Kircher si generarono tutte le moderne famiglie linguistiche, all'analisi delle quali è dedicata l'intera terza sezione dell'opera. Non mancano tuttavia ampie digressioni di ambito architettonico (con la descrizione dei più celebri monumenti dell'antichità), il resoconto delle gesta dei figli e nipoti di Noè e di altri personaggi biblici, e numerose considerazioni di stampo religioso ed etnologico.

Pubblicazione La prima edizione è stata stampata nel 1679 ad Amsterdam (Astelodami), presso l'editore Johannes van Waesbergen (ex Officina Janssonio Waesbergiana). Kircher deve aver iniziato a lavorare al libro diversi anni prima della effettiva messa in stampa: alcune delle tavole illustrate che accompagnano l'opera riportano infatti la data del 1670.

Struttura dell'opera

Il titolo completo del libro è Turris Babel, sive Archontologia, qua primo priscorum post diluvium hominum vita, mores rerumque gestarum magnitudo, secundo Turris fabrica civitatumque exstructio, confusio linguarum, et inde gentium transmigrationis, cum principalium inde enatorum idiomatum historia, multiplici eruditione describuntur et explicantur ("La Torre di Babele, ovvero Archontologia, nella quale con molteplice dottrina si descrivono ed espongono, in primo luogo, la vita, le abitudini e la grandezza delle opere dei primi uomini dopo il diluvio, in secondo luogo, la costruzione della Torre e l'edificazione delle città, la confusione delle lingue, e successivamente la storia della migrazione dei popoli, e delle principali lingue conseguentemente generatesi").

Il libro, che si apre con una dedica a Leopoldo I d'Asburgo (Imperator semper Augustus, definito altresì Justus, Pius, Felix e, nel titolo dell'opera, Mecoenatis) è articolato in tre libri, a loro volta divisi in sezioni (eccetto il primo) e in capitoli. La struttura completa dell'indice, facendo riferimento alla prima edizione del 1679, è la seguente: Imprimatur Dedicatio Index capitum operis Liber primus (IX capitoli) Liber secundus Sectio I (IV capitoli) Sectio II (VII capitoli) Sectio III (XVII capitoli) Liber tertius Praelusio Sectio I (X capitoli) Sectio II (IX capitoli più una prefazione) Sectio III (VIII capitolinell'indice del testo ne sono riportati solo VII, ma di fatto vi sono due diversi cap. II: cap. II pag. 207 e di nuovo cap. II pag. 209; Kircher non sembra essersi accorto della svista) Conclusio Index rerum

Contenuto Liber I Il primo libro è dedicato al resoconto delle gesta dei primi uomini scampati al diluvio, iniziando dalla loro discesa dall'Arca al seguito di Noè e conseguente permanenza nelle "regioni pianeggianti" (in submontanam regionis planitiem) sottostanti al monte Ararat (cap. I-III; nel II vengono descritte le arti che Noè insegnò ai suoi figli e nipoti). Il cap. IV è dedicato alla moltiplicazione del genere umano dopo il diluvio: Kircher calcola come nei 120 anni dall'uscita dall'Arca alla costruzione della Torre si giunga, dalla cifra iniziale di tre (i figli di Noè), a un totale di 23'328'000'000 di persone (è stato tuttavia notato da autori successivi come il calcolo del gesuita sia errato, e seguendo i suoi stessi ragionamenti si giunga in realtà alla cifra di 233'280'000). Segue il resoconto della vita di questi uomini nelle regioni submontane dell'Ararat (cap. V), con particolare enfasi indagatoria sulla lingua da loro parlata, su cui il gesuita tornerà più avanti, e della migrazione dei popoli in terram Sennaar (la Mesopotamia, cap. VI) che viene descritta ampiamente (cap. VII). Si giunge infine al racconto della nascita e vita di Nimrod, "Turris Architectus" (cap. VIII; nel testo originale latino chiamato Nembrod o talvolta Nembrodus). Il cap. IX è dedicato all'analisi dei simbolismi dietro la costruzione della Torre.

Liber II Il secondo libro, diviso in tre sezioni, prosegue la narrazione del precedente con il racconto della costruzione della Torre di Babele.

Sectio I

Dopo un excursus sulla vita degli abitanti di Sennaar nel I capitolo, nel II viene riportato un discorso fatto da Nimrod per esortare i suoi all'impresa (contro i più prudenti consigli di Noè) e si passa nel III ad analizzare le dimensioni che la colossale Torre avrebbe dovuto avere per giungere fino alla Luna: la distanza dalla terra all'astro notturno viene stimata in 178'672 miglia (habebis 178672 milliarium Lunæ ad Terram distantiam inventam) e per elevarsi ad una tale altezza, date le leggi geometriche delle sezioni coniche, Kircher conclude che una torre a base circolare avrebbe richiesto una volume di 2'977'850 miglia cubiche. Da tali calcoli si sviluppa nello stesso capitolo la celebre dimostrazione dell'impossibilità di una simile costruzione (nelle parole di Kircher, Demonstratio de Turris ad Lunæ Cœlum exaltandæ, ἀδυναμία, sive impossibilitate), articolata in quattro punti: 1) impossibilità a completare una simile opera, nemmeno se vi avessero lavorato milioni di uomini per migliaia di anni. 2) impossibilità a reperire i materiali, che avrebbero ecceduto l'intero contenuto in legname, pietra e argilla dell'intera terra. 3) impossibilità nel trasportare tali materiali fino al vertice dell'opera in costruzione, anche mettendo al lavoro dei cavalli da tiro per oltre 800 anni. 4) infine, Kircher argomenta come un edificio di una simile mole avrebbe superato molteplici volte il peso della terra stessa, causandone uno spostamento del centro di gravità, risultante nello spostamento della terra stessa dal suo posto "al centro dell'universo" e causando colossali devastazioni (ergo totus terrenus globus extra centrum universi, cum ruina totius Mundi extitisset). Se ne conclude pertanto che l'intera impresa fosse vana e stolta, giustamente punita da Dio con la sua distruzione e cn la confusione delle lingue. Il capitolo IV infine discute la forma e l'architettura della torre, e se ne conclude che dovesse essere a pianta circolare.

Sectio II La seconda sezione del libro II illustra i favolosi edifici costruiti, secondo la tradizione giudeo-cristiana, dal re Assiro Nino, da sua moglie Semiramide e dai loro discendenti. Dopo il resoconto della vita dello stesso Nino nel cap. I si passa a descrivere la costruzione della città di Ninive ad opera di questi (cap. II). Segue una descrizione di Babilonia: da una torre costruita da Nino e Semiramide al centro della città stessa, "circa cento anni dopo la distruzione della torre di Nimrod" (cap. III) alle altre meraviglie della città edificate da Semiramide (cap. IV): in particolare il ponte sull'Eufrate e i due palazzi regi (cap. V) e i celeberrimi giardini pensili (cap. VI). Il cap. VII sposta il focus in Egitto, i cui prodigi architettonici saranno descritti nella sezione successiva.

Sectio III La prima parte terza sezione è dedicata all'Egitto e alle sue meraviglie, attribuite da Kircher alla progenie di Chus (un discendente di Noè di cui parla principalmente Flavio Giuseppe). Vengono quindi descritti gli obelischi e le piramidi (cap. I), il tempio monolitico (cap. II; chiamato da Kircher Delubrum ex unico lapide constructum e descritto già da Erodoto nel II delle Storie), i favolosi labirinti (cap. III-IV; anch'essi già descritti da Erodoto e da altri geografi greci, i più citati dei quali in questa sezione sono Diodoro Siculo e Strabone). Nel cap. V si discute l'epoca in cui tali meraviglie furono edificate, e si conclude che dovesse essere il tempo in cui visse Ermete TrismegistoVivebat tunc temporis in Ægypto vir magni ingenii ex Chananæa stirpe prognatus, et admirandus tum naturalium, tum humanarum divinarumque rerum investigator, quem Ægyptii ϑωύθ, Arabes Adris, Græci ἐρμῆς τρισμέγιστον dixere; . I cap. VI, VII e VIII prosegue la descrizione dei labirinti, includendo anche quello di Creta ed altri costruiti in altri luoghi del mondo.

Il cap. IX allarga il discorso ai colossali monumenti della Grecia Antica, secondo Kircher "edificati ad imitazione di quelli egiziani" (ad imitationem Ægyptiorum (...) moliti): il Tempio di Diana ad Efeso, il Mausoleo di Artemisia Caria, ed il Colosso di Rodi.

I due capitoli successivi illustrano invece i ruderi e le rovine rimaste della Torre (cap. X) e in generali delle antiche città bibliche (cap. XI), secondo i resoconti dei geografi contemporanei di Kircher (in entrambi viene ampiamente citato Pietro della ValleSi veda ad es. , Liber II, sect. III, cap. XI, pag. 97).

Il capitolo XII illustra la genealogia di Noè e dei suoi figli Cam, Sem e Japhet, e riprende infine il filo del racconto proseguendo con la divisione delle lingue a seguito del crollo della Torre, e la dispersione dei popoli dalla Mesopotamia nel resto del mondo. Riguardo alla nascita delle lingue dopo il disastro, dopo un'ampia discussione e l'avvertenza che sia difficile stimarne esattamente il numero, questo seguendo varie autorità viene posto a 72 (una delle quali è la lingua ebraica originaria, che secondo Kircher sopravvisse presso la discendenza di Eber). Il racconto prosegue con le gesta di Nimrod successive alla distruzione della Torre (cap. XIII; Nimrod viene designato come il "primo dei tiranni", ovvero il primo ad arrogarsi il potere assoluto sui suoi sudditi).

Il cap. XIV è invece dedicato a Chus (o Kus/Kush), progenitore degli Etiopi. Dato l'argomento, si indaga inoltre il motivo per cui tali popoli (ovvero gli abitanti dell'Africa subsahariana) abbiano la pelle di colore scuro: vengono presentate diverse ipotesi che Kircher giudica credibili, sebbene non l'autore non giunga ad una vera e definitiva conclusione. Fra tali ipotesi vi è quella che la nigredo della pelle sia dovuta al clima caldo e secco delle regioni tropicali (sebbene Kircher noti come non tutti gli abitanti di tali zone siano scuri allo stesso modo, ad es. Abissini e Congolesi, e come gli abitanti di luoghi caldi come la Spagna, Creta o la Sicilia abbiano la pelle bianca). Altre ipotesi sono che fosse Chus stesso ad essere di pelle nera, per sua caratteristica naturale o a causa di accidenti: a tal proposito si riferisce una storia tratta da Conrad Lycosthenes, secondo il quale una donna incinta, che durante la gravidanza era solita pensare intensamente al Magio Gaspare (tradizionalmente ritratto con la pelle nera) diede alla luce un figlio "somigliantissimo ad un Etiope", risultando quindi la pelle nera da una perturbazione dell'animo simile a quella che causa "quella macchia che gli Italiani chiamano 'la voglia'". L'ultima teoria proposta è che gli eredi di Chus, già caratterizzati da una pelle più o meno scura, abbiano deciso di vivere nelle regioni calde trovandole più congeniali proprio per via di questa loro caratteristica fisica. Chiude il capitolo una breve descrizione delle gesta dei figli di Chus

Il cap. XV prosegue a narrare le gesta e le atrocità di Nimrod, che Kircher peraltro ritiene da indentificarsi con la figura di Bel. Seguono poi le gesta degli altri discendenti di Noè, i figli di Sem Elam, progenitore degli Elamiti, ed Assur, progenitore degli Assiri (cap. XVI) ed infine Eber (cap. XVII), presso i cui discendenti, gli Ebrei, sopravvisse la lingua originaria precedente alla confusione.

Liber III