La zecca di Pavia ha una storia millenaria e prestigiosa, legata al ruolo di capitale ricoperto dalla città dall’età gota, passando attraverso il regno longobardo e quello d’Italia, al 1024 (quando fu distrutto il palazzo reale). La zecca di Pavia trae origine dalla zecca romana di Ticinum, aperta intorno al 275 d.C. e rimasta attiva per circa cinquant’anni, per poi essere riattivata da re Totila (541- 552 d.C.). Tra il X e i primi decenni del XII secolo la moneta pavese rappresentò il circolante più diffuso nell’Italia settentrionale, utilizzato negli scambi commerciali anche a Roma, nell’Italia meridionale e conosciuto anche in Francia e nell’Europa centrale.. Successivamente la zecca conobbe grande sviluppo tra XIV e XV secolo, quando Pavia divenne sede della corte di Galeazzo II, Gian Galeazzo e, fino ai primi decenni del Quattrocento, di Filippo Maria Visconti. La zecca rimase operativa fino al 1465 circa, quando venne chiusa da Francesco Sforza. Dopo di allora, durante l’assedio del 1524- 25, vennero coniate in città monete ossidionali in oro, argento, tali nominali furono gli ultimi prodotti a Pavia.

La monetazione ostrogota

Durante la guerra Greco-Gotica, con la caduta in mano bizantina di Roma (536) e di Ravenna e Milano (539- 540), la zecca del regno fu portata a Pavia: la prima emissione certa coniata in città è infatti una siliqua con il monogramma del re Ildibald (540- 541). Probabilmente sono riconducibili alla zecca pavese i tremissi emessi da Totila con l’effigie dell’imperatore Giustiniano, mentre, con la temporanea riconquista di Roma da parte degli Ostrogoti (549- 552), ripresero le coniazioni in oro nella zecca di Roma, anche se risulta difficile distinguere i solidi e i tremissi (questa volta con il busto dell’imperatore Anastasio) prodotti a Roma da quelli coniati a Pavia.

Accanto alla monetazione aurea, la zecca pavese produsse anche silique e mezze silique in argento, che riportano al rovescio il nome (o il monogramma) di Totila, in genere incorniciato da una ghirlanda, e monete in bronzo. La monetazione bronzea emessa a Pavia si caratterizza per l’appellativo FELIX abbinato all’immagine della città, a indicare che Pavia era residenza del re e sede delle strutture centrali amministrative e militari del regno, a differenza di quelle coniate a Roma, dove il titolo riferito alla città è INVICTA.

Dopo la caduta di Roma in mano bizantina, Pavia rimase l’unica zecca sotto il controllo degli Ostrogoti, risalgono a questo periodo alcune parti di siliqua in argento emesse nella zecca dall’ultimo sovrano ostrogoto, Teia.

La monetazione longobarda

In età longobarda, soprattutto nei primi decenni successivi al loro arrivo in Italia, non vi fu un monopolio regale nella coniazione monetaria e quindi, accanto alla zecca di Pavia, furono operative anche altre, riconoscibili grazie segni alfabetici presenti sulle monete. Un certo controllo regio sull’emissione monetaria si ebbe solo a partire dalla seconda metà del VII secolo. A partire da Cuniperto prese avvio la monetazione regia e cessò quella pseudo imperiale (che imitava i modelli bizantini). Cuniperto emise due serie di tremissi: la prima riprendeva il tipo con al rovescio la Vittoria con ghirlanda e globo, mentre successivamente il sovrano promosse una riforma monetaria che impose un nuovo tipo di emissioni, con al rovescio la figura di San Michele, modello che rimase in uso fino alla prima metà dell’VIII secolo. Alcuni tremissi coniati durante il regno di Liutprando riportano alcune lettere, probabilmente utilizzate come segni identificativi della zecca e quella pavese (come già in precedenza) era identificata dalla lettere T (Ticinum).

Sotto il regno di Desiderio, accanto alle monete con sul rovescio la figura di San Michele, furono prodotti anche tremissi, definiti “stellati”, con al dritto la raffigurazione di un fiore a sei punte. Tali monete vennero coniate non solo a Pavia (alcuni esemplari riportano infatti la legenda Flavia Ticinum), ma anche in altri centri dell’Italia settentrionale e della Toscana.

Oltre alla produzione aurea, la zecca di Pavia coniò anche mezze silique d’argento, di cui si conservano esemplari emessi da Agilulfo, Adaloaldo, Ariperto I, Grimoaldo e Pertarito, quasi tutti caratterizzati al dritto dal monogramma del nome del re, racchiuso entro una ghirlanda. Non si ha invece notizia di coniazione a Pavia di monete bronzee.

La monetazione carolingia

Con la conquista del regno Longobardo, Carlo Magno inizialmente, tra il 774 e il 781, fece coniare tremissi del tutto simili a quelli di re Desiderio. Alcuni di essi riportano al diritto la legenda DOMINS o DOMINVS CAROLVS, e al rovescio la dicitura FLAVIA TICINO, mentre in altri, verosimilmente più tardi, il nome del sovrano compare ormai associato al titolo regale e prudentemente. Dal 781 Carlo Magno rivoluzionò completamente il sistema monetario del regno: le coniazioni furono imperniate su un solo nominale, il denaro d’argento, cessarono le coniazioni di monete auree o in bronzo e molte zecche attive in età longobarda furono chiuse. Il nuovo sistema monetario era basato sulla libbra d’argento (circa 327 grammi): ogni libbra (lira) era formata da venti soldi e ogni soldo da dodici denari e quindi una libbra (lira) equivaleva a 240 denari d’argento. Libbra e soldo erano multipli ideali e, diversamente dai denari, non venivano coniati, venne così prodotto un'unica moneta, il denaro d’argento, uniforme in tutto l’impero Carolingio.

La zecca di Pavia coniò denari con la dritto una croce e la legenda CARLVSREXFRANCORUM, mentre al rovescio compare il monogramma del sovrano e la dicitura PAPIA. I denari del successore di Carlo, Ludovico il Pio, si caratterizzano invece per la legenda HLVDOVVICUVSIMP al dritto, mentre al rovescio, quasi a evidenziare il ruolo di Pavia come capitale del regno, raffigurano un edificio stilizzato dotato di due torri (forse il palazzo Reale) con attorno la scritta PAPIA. Vi sono alcuni denari, sempre coniati a Pavia al tempo di Ludovico il Pio, che raffigurano al dritto il busto dell’imperatore e al rovescio sempre un edificio stilizzato provvisto di due torri. Intorno all’822 il sovrano introdusse nuovi denari, caratterizzati dalla scritta CHRISTIANA RELIGIO al rovescio e un tempio (senza alcuna indicazione della zecca di coniazione) al dritto, anch’essi potrebbero essere stati coniati anche dalla zecca di Pavia.

Lotario I fece coniare denari (con al rovescio la legenda PAPIA) molto simili a quelli di Ludovico il Pio, mentre in quelli di Ludovico II e Carlo il Calvo la produzione pavese si caratterizza, oltre che dalla corretta grafia di RELIGIO (che nelle monete milanesi è invece riprodotta come REIICIO), per la lettera A non barrata e la B del tutto simile a una D.

La monetazione dei re nazionali Il periodo (888- 963) che corre tra la fine della dinastia carolingia e l’avvento di quella ottoniana vide un susseguirsi di sovrani che regnarono per poco tempo. Pavia mantenne il ruolo di capitale del regno d’Italia e la sua zecca coniò denari per: Berengario I, Guido da Spoleto, Arnolfo di Carinzia, Lamberto da Spoleto, Ludovico III, Rodolfo II di Borgogna, Ugo di Provenza, Lotario II e Berengario II (associato al figlio Adalberto).

Berengario I fece coniare denari con il titolo di re tra l’888 e il 915 e successivamente, tra il 915 e il 924 con quello di imperatore. Le monete emesse a Pavia al tempo di Berengario I sono leggermente scodellate e sono di due tipologie diverse: la prima riporta al dritto la croce patente circondata da globetti e al rovescio è raffigurato un tempio tetrastilo con sul frontone la dicitura INPAPIACIVITAS, mentre la seconda (forse coniata tra il 902 e il 924) riporta un monogramma di Cristo al dritto e la scritta, posta su tre righe, PAPIA CI(vitas). Tuttavia il potere di Berengario I non fu saldo, dovette lottare contro Guido da Spoleto e Arnolfo di Carinzia e, tra 894 e l’896, per fronteggiare nuovamente Guido da Spoleto, dovette accordarsi con Arnolfo di Carinzia, che fu incoronato re d’Italia lasciando a Berengario I il governo del regno. Risalgono a questo periodo i denari coniati (che mantengono le immagini della croce con globetti e del tempio tetrastilo, ma che recano al dritto la scritta: ARNVULFVSPIVSREX, mentre al rovescio, intorno al nome della zecca, PAPI(a), la dicitura: BERENGARIVSRE.

Negli anni turbolenti che seguirono, si succedettero sul trono vari re (Lamberto da Spoleto, Ludovico III, Rodolfo II di Borgogna, Ugo di Provenza e Lotario II) ognuno di essi fece coniare nella zecca pavese denari d’argento dalle caratteristiche molto simili, cambiando principalmente la legenda con il nome del sovrano, fino a Berengario II, che venne incoronato re d’Italia nella basilica di San Michele Maggiore insieme al figlio Adalberto nel 950. I denari di Berengario II si caratterizzano per la scritta al dritto: BERENGARIVS, abbinata, al centro, dal termine REX, e al rovescio dal nome del figlio (ADALBERTVS) con al centro PAPIA.

La monetazione ottoniana

Ottone I, che fu incoronato imperatore nel 962, intervenne per ripristinare l’autorità dell’impero in molti campi, tra cui anche quello monetario. Durante il X secolo il denaro argenteo si era svalutato, tanto che già Berengario II, intorno al 947, aveva indebolito la moneta aggiungendo rame nella lega. Ottone I impose un rigido controllo regio sulla qualità e sul peso dei denari coniati a Pavia, dato che i maestri monetari dovevano rispondere a un camerario regio, tale supervisione impedì il fenomeno di svalutazione delle monete coniate a Pavia, diversamente dalle altre zecche, come Milano, dove il processo continuò a lungo. Tale supervisione fu favorita anche dal fatto che molto spesso, tra i 965 e il 1002, gli stessi imperatori soggiornarono a lungo a Pavia. Il denaro pavese divenne così una moneta stabile e forte, richiesta per ogni transazione in tutta l’Italia settentrionale e diffusa anche a Roma e nelle regioni del sud Italia. Grazie alla sua qualità, la moneta pavese continuò a essere reputata la migliore dell'Italia padana fino alla seconda metà del XII secolo, quando la sua area monetale si ridusse all’Italia nord- occidentale. Le cause della perdita d’importanza della moneta pavese ebbero origine con i cambianti politici e sociali che avvennero a Pavia (e anche in altre parti dell’Italia centro-settentrionale) nel corso dell’XI secolo, e in particolare con la distruzione, nel 1024, del palazzo Reale, che causò la scomparsa del vasto apparato burocratico che per decenni aveva sorvegliato e garantito la qualità della moneta pavese, tanto che essa, cessando il controllo imperiale, progressivamente si adeguò alle altre coniate nell’area.

I denari coniati da Ottone I presentano al dritto la scritta IMPERATOR, con al centro il nome del sovrano, OTTO, e al rovescio il nome della città, PAPIA. Non molto diversi furono quelli coniati sotto Ottone II e Ottone III, caratterizzati al rovescio dalla dicitura, riferita a Pavia, INCLITA CIVITAS o CIVITAS GLORIOSA. Con la morte di Ottone III, Arduino d’Ivrea riuscì a farsi incornare re d’Italia nella basilica di San Michele Maggiore a Pavia nel 1002. Arduino fece coniare denari con la scritta, al dritto, INVSGRACIADIREX (gracia dei rex) e, la centro, il suo nome, ARDO. Ma la discesa dell’imperatore Enrico II pose fine al suo regno. Il nuovo sovrano impose una rivoluzione nel disegno del denaro: richiamandosi in parte ai denari emessi da Lotario I, al dritto fu raffigurata una croce nel campo, con quattro globetti su ogni lato, mentre al rovescio una grande asta, terminate con una croce, e la scritta PAPIA.

Da Corrado II il Salico a Enrico V di Franconia