Il Saggio sopra i principali metodi d'istruire i fanciulli è un saggio pedagogico di Luca de Samuele Cagnazzi (1764-1852) scritto nel 1818 e pubblicato nel 1819. Lo scopo principale di tale scritto era informare e sgombrare il campo da pregiudizi relativamente al nuovo "metodo inglese" di insegnamento di cui si parlava in quel periodo.

Idea e scopi Nel 1818 si discuteva del nuovo metodo d'insegnamento inglese e Cagnazzi, al fine di spiegare che cosa si intendeva con tale metodo e stroncare i pregiudizi infondati di alcuni, scrisse l'opera in questione nella forma di un saggio critico.. L'opera fu completata nel gennaio del 1819 e pubblicata con una dedica a Ludovico Loffredo, principe di Cardito e presidente della Commissione di Pubblica Istruzione del Regno delle Due Sicilie dal 1815 al 1820,. il quale promuoveva il metodo inglese.

Il contesto Come notato da Francesco Zerella (1936), il saggio di Cagnazzi si inserisce in un contesto, quello dell'istruzione nel Regno delle Due Sicilie, che aveva notevoli azioni riformatrici su più fronti. In particolare, a partire dal 20 novembre 1767, con l'espulsione dei gesuiti "l'ordinamento scolastico assume un carattere più deciso ed un valore più concreto, perché lo Stato, dichiarandosi fattore esclusivo della educazione dei giovani, ne assume le cure e le responsabilità [...]"..

A re Ferdinando IV di Napoli viene riconosciuto il ruolo di aver riformato, seppur in modo frammentario, l'istruzione nel regno negli ultimi anni del XVIII secolo, nonché "di avere iniziato un movimento educativo più completo ed universale" coinvolgendo le classi meno abbienti, e il metodo privilegiato a tale scopo era il cosiddetto "metodo normale", di derivazione tedesca. Successivamente, a partire dalla Rivoluzione francese (1789), i provvedimenti in materia di istruzione assunsero un carattere più reazionario e conservatore, i quali vedevano nell'istruzione il veicolo di ideali sovversivi e sfociarono nell'istituzione nel 1794 della Giunta di Stato, con compiti di investigazione e repressione..

Durante la breve vita della Repubblica Napoletana del 1799, l'istruzione ebbe, perlomeno nelle intenzioni, un nuovo impulso anche se la breve durata di tale esperienze riformatrice non consentì di tradurre in realtà i programmi e le intenzioni. Con il ritorno dei Borboni si assisté a un atteggiamento sostanzialmente conservatore nei confronti dell'alfabetizzazione, anche se le intenzioni in tal senso non furono univoche; infatti, i provvedimenti ostili all'alfabetizzazione furono alternati ad altri di promozione. Coi re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, la diffusione dell'istruzione ebbe una decisa spinta propulsiva, e il metodo normale fu preferito per l'istruzione delle masse; fu promossa anche l'educazione femminile e furono istituite commissioni di vigilanza col compito di vigilare e promuovere un'adeguata formazione degli insegnanti; furono concessi aiuti e sussidi ai fanciulli poveri..

Con la Restaurazione ritornò l'atteggiamento ambivalente del governo borbonico nei confronti dell'istruzione; si può ben affermare che l'alfabetizzazione nel Regno delle Due Sicilie, seppur a cicli alterni, fu "tutto un procedere";. cionondimeno, subito dopo i fatti del 1820, prevalse un atteggiamento teso alla mortificazione dell'istruzione, con la destituzione dei maestri e i decreti di chiusura delle scuole..

Il contenuto Considerazioni generali Nel primo capitolo, Cagnazzi fa alcune considerazioni sull'istruzione in generale (che oggi suonano estremamente moderne), e analizza i vantaggi che deriverebbero dall'alfabetizzazione dei popoli. Analizza anche il "sistema ordinario" di istruzione del Regno delle Due Sicilie, da Cagnazzi considerato "vituperevole", il metodo insegnato da Quintiliano e il "metodo normale", introdotto in Germania. Cagnazzi analizza anche il metodo di Johann Heinrich Pestalozzi aggiungendo alcune osservazioni critiche e, infine, introduce il metodo inglese e mostra i vantaggi che si otterrebbero dal suo utilizzo. Cagnazzi mostra i punti di forza e di debolezza di tutti i metodi esposti e, secondo quanto scritto da Cagnazzi nella sua autobiografia, l'opera ebbe un enorme successo e "fu molto applaudita fuori". L'opera metteva a confronto i vari metodi d'insegnamento, cosa che, afferma il suo autore, non era stata ancora fatta da nessuno..

Nelle prime pagine, Cagnazzi espone alcune considerazioni dal contenuto assai innovativo e moderno; in particolare:

Tali considerazioni sono probabilmente ispirate dalle sue stesse esperienze; infatti nelle prime pagine della sua autobiografia, Cagnazzi racconta come fu costretto a studiare discipline a lui non congeniali come ad esempio il diritto o le lettere, dal momento che preferiva nettamente le discipline scientifiche e naturalistiche. In proposito, un suo professore gli disse di aver avuto una strana "malattia" a causa dello studio di discipline non congeniali e mise in guardia Cagnazzi dall'avere una malattia simile.. Inoltre, in uno scritto conservato presso l'Archivio Biblioteca Museo Civico, Cagnazzi racconta di Paolo Ruggeri, un ragazzo con una spiccata vocazione per la matematica e la cui carriera fu osteggiata dal "barbaro padre", il quale voleva che il figlio studiasse teologia a tutti i costi; nonostante gli impedimenti, Ruggeri riuscì a diventerà professore di matematica presso l'Università degli Studi di Altamura, anche se morì giovanissimo di tisi polmonare.

In generale, i contenuti del saggio colpiscono per l'estrema modernità dei suoi contenuti in campo pedagogico, anche se non è chiaro se tali considerazioni siano state elaborate indipendentemente dall'autore oppure provengano da altri pedagogisti del periodo. Ai tempi di Cagnazzi, la pedagogia era ancora una disciplina prettamente filosofica e Cagnazzi, con la sua analisi critica e il confronto per così dire "scientifico" dei metodi d'insegnamento dimostra di essere una delle poche eccezioni. Degne di nota sono le sue considerazioni sull'importanza del movimento nelle istituzioni scolastiche, che all'epoca smorzavano e punivano qualsiasi impulso in tal senso e Cagnazzi fornisce anche alcune importanti informazioni sul modo in cui vivevano e apprendevano i ragazzi negli istituti (prettamente religiosi) dell'epoca.

Cagnazzi aveva già avuto modo di fare da insegnante ad alcuni fanciulli tra i quali i figli di suo fratello Giuseppe e un'altra sua opera scritta successivamente, gli Elementi di cronologia matematica e storica per gli giovanetti (1838), suggerisce che Cagnazzi fosse impegnato anche nell'istruzione dei ragazzi.

Cagnazzi afferma che "il principale scopo dell'educazione esser deve il benessere della persona che si educa; non già che al benessere di questa sagrifigar si debba quello degli altri, ma fare in modo che vadano d'accordo". Inoltre, concepisce l'istruzione come "l'arte, che sviluppar deve nell'uomo le sue naturali facoltà intellettuali, morali e meccaniche, ad oggetto di renderle utili al proprio individuo, ed agli altri".. Gli istituti di quel periodo, e in particolare quelli ecclesiastici, secondo la testimonianza dello stesso Cagnazzi erano concentrati unicamente sullo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali, mentre quelle fisiche erano del tutto trascurate e persino mortificate:

Oltre all'assenza di movimento, Cagnazzi stigmatizza anche un'istruzione scientifica basata unicamente sull'esercizio mnemonico. Un tale tipo di istruzione li rende privi di capacità di riflettere e analizzare, rendendoli "de'saccentuzzi incapaci a ragionare". L'autore porta avanti queste considerazioni, arrivando ad affermare (probabilmente sbagliando) che, al contrario, se i fanciulli vengono introdotti troppo presto alle scienze esatte, "la memoria delle parole si debilita, onde si rendono astratti e smemorati"..

I pregiudizi sull'istruzione Cagnazzi smonta anche un pregiudizio, diffuso ai suoi tempi "tra la gente dabbene", secondo cui "lo sviluppo inoltrato delle facoltà intellettuali, ossia lo studio profondo delle scienze, offenda le facoltà morali"..

Il capitolo II del saggio è interamente dedicato alla confutazione di siffatti pregiudizi che tendevano a vedere la conoscenza e l'istruzione come foriere di malvagità e astuzia oppure di inabilità ai lavori manuali. Cagnazzi fa notare come in paesi istruiti, come ad esempio il Granducato di Toscana, la Francia o l'Inghilterra, non si verifichino siffatti comportamenti e, pertanto, gli inconvenienti di cui sopra sarebbero del tutto fittizi..

In particolare Anche l'istruzione delle donne era oggetto di tali pregiudizi, dal momento che si riteneva che ciò avrebbe dato alle donne una "maggiore libertà di ciò che loro conviensi". Riprendendo quanto scritto da Antonio Genovesi nella sua opera Lezioni di economia civile (1765), Cagnazzi fa notare come di "donne scostumate" ve n'erano all'epoca sia analfabete che istruite. Inoltre l'istruzione delle donne avrebbe avuto il vantaggio di migliorare l'economia interna della casa, dal momento che sarebbero state in grado di tenere il libro dei conti.

Cagnazzi si sofferma anche sul fatto che l'istruzione era divenuta ormai indispensabile per la vita civile di un cittadino:

Altrettanto indispensabili sono, agli occhi di Cagnazzi, la conoscenza delle leggi e "la lettura di alcuni libri e de' giornali politici", così come indispensabile è per un soldato essere persuaso alla bontà dell'ordine che si protegge e le arringhe fatte sul momento a nulla servono se non sono convinti di ciò. In tale contesto, "non si può essere buon soldato, come ogni cittadino è obbligato, senza saper leggere e scrivere..

Il metodo in uso nel Regno delle Due Sicilie Nel capitolo III, Cagnazzi descrive il sistema d'istruzione in uso nel Regno delle Due Sicilie e nello stesso ne evidenzia i vistosi limiti e persino il danno (anche fisico) che cagionava agli studenti di quel periodo.

Cagnazzi riprende quanto scritto da Giuseppe Maria GalantiDescriz. delle Sicilie, lib. I Cap. 8 §.1. il quale rammentava quanto il mestiere di maestro fosse assunto da persone inette, dal momento che coloro che studiavano lettere preferivano impieghi nel campo del diritto piuttosto che insegnare..

Nel capitolo sono fornite preziose informazioni sul sistema del periodo: "nelle nostre scuole il Maestro non è che un despota, che pone tutta la sua potenza nella ferula, e con questa crede egli poter sostenere l'ordine". Lo stesso maestro chiama gli studenti ad uno ad uno a leggere o recitare, mentre gli altri studenti sono seduti senza far nulla, "talche non di rado si produce loro una corruzione di spirito, a cui non è comparabile il profitto, a cui non è comparabile il profitto che si trae da quella breve istruzione"..

Inoltre, il maestro interveniva per il solo rumore o i lamenti di uno studente molestato dal suo compagno, e castigava colpevoli e innocenti "senza conoscenza dell'affare e senza discrezione"; spesso venivano castigati anche i compagni che si trovavano nelle vicinanze per non aver segnalato tempestivamente i fatti (come in uso in Giappone) e questo, secondo Cagnazzi, rendeva gli studenti "delatori, e nemici tra loro".