Tra la fine del 1796 e l'inizio del 1797 si sviluppò in parte della Garfagnana una insurrezione antifrancese, originata dall'insofferenza verso il pagamento dei pesanti indennizzi economici imposti dalle truppe di Bonaparte per sostenere le spese della Campagna d'Italia. Queste motivazioni economiche si sommarono alla contrarietà di gran parte di quella popolazione, fedele al regime estense, all'ideologia dalla Rivoluzione e del giacobinismo. Per oltre un mese i ribelli furono padroni della zona, ma quando le truppe francesi ne ripresero il controllo non opposero resistenza. Tuttavia la repressione che ne seguì, su sollecitazione dello stesso Bonaparte, fu particolarmente dura.

Contesto storico Sin dal XV secolo la Garfagnana, al fine di sottrarsi alla ricorrenti guerre tra Lucca e Firenze, decise di investire gli Este, quali Duchi di Modena e Reggio, del possesso di quel territorio ed alla fine del 1451 si concluse un processo durante il quale, a varie riprese, le località si erano spontaneamente consegnate agli Este, anche se costoro solo nel 1598 trasferiranno la propria capitale a Modena. Queste scelte erano state in qualche modo ricompensate, da parte dei nuovi governanti, con la definizione di una certa autonomia dell'area estesa per circa 450 Km quadrati ed eretta in una "Provincia"Boni De Nobili, cit. pp.12-13.

Dotata anche di un proprio Parlamento competente per taluni affari locali, di una pressione fiscale non eccessiva, e tenuta esente da una presenza locale della Inquisizione, la vallata, nella quale vivevano a quel tempo circa abitanti, aveva fruito di un relativo benessere ed era caratterizzata da un esteso consenso al governo ducale, tanto che quando nel luglio 1796 Giovanni Fantoni vi si era recato per cercare adesioni al nuovo corso rivoluzionario aveva trovato ben pochi consensiNino Cortese, La Garfagnana Estense durante la dominazione francese 1796-1799, in Il Risorgimento Italiano, vol. XV, 1922, pp.248-255..

Le imposizioni francesi Dopo oltre tre secoli di scarsi mutamenti, la situazione cambiò repentinamente quando, di fronte all'avvicinarsi delle truppe napoleoniche vittoriose, il 7 maggio 1796 il duca di Modena Ercole III, temendo per i suoi averi, scappò con essi a Venezia, nominando una reggenza alla quale spettò il compito di far fronte alle esose richieste francesi di pagamento.

A tale fine tra il 26 ed il 28 giugno 1796 vi fu uno scambio di corrispondenza tra i reggenti di Modena ed il Governatore della "Provincia", Giampietro Mulazzani, con la quale i primi chiedevano di fornire grano ed il secondo affermava che la vallata non era in grado di inviarne, neppure ricorrendo alla disponibilità delle famiglie più riccheBoni De Nobili, cit. p.37.

L'atteggiamento diffidente della Garfagnana era già emerso in precedenza, quando il 17 maggio era arrivata la richiesta di sottoscrivere una quota del prestito al 6%, necessario per far fronte al pagamento dell'indennità di 7 milioni e mezzo di lire modenesi imposto dai Francesi all'intero Ducato e che avrebbe dovuto essere garantito da una "equa imposta"; la richiesta trovò un così scarso riscontro che il 24 maggio fu necessario trasformarla in un prestito forzoso per il quale Mulazzani emanò un bando con cui .Alla fine si riuscì a raccogliere nella zona, tra denaro, oro ed argento, poco più di lire modenesi, che il 15 giugno presero la via di Modena Ma intanto le disposizioni continuavano: il 10 giugno ne era arrivata un'altra con la quale si ordinava di condurre a Modena tutti i cavalli disponibili per farli valutare dai commissari degli approvvigionamenti francesi e si faceva divieto, in vista di possibili requisizioni, di esportare i bovini, una delle attività su cui si basava l'economia della vallata . Ad entrambe le richieste i Garfagnini avevano risposto con ben poco entusiasmo e, in qualche caso (come a Camporgiano) con palese ostilità. Poi il 17 settembre venne emanato un ulteriore bando con cui. lodando la lealtà della valle, si chiedeva che venisse costituito un "corpo" di 150 volontari; ma nonostante che si annunciasse non fu senza difficoltà che si riuscì ad arruolare il contingente, che, mentre il 7 ottobre stava per partire per Modena, ricevette l'ordine di sciogliersi, conseguenza del fatto che il 4 Bonaparte aveva dichiarato decaduto il DucaBoni De Nobili, cit. p.41. Su tutto incombeva il timore che la vallata, lontana dai centri del governo anche a causa di secolari difficoltà delle vie di comunicazione, impoverita dalle pretese francesi ed abbandonata a se stessa, potesse andare incontro ad una grave penuria invernale di cibo, quasi una carestiaCortese cit.p.55.

Prime avvisaglie del malcontento Gli avvenimenti si susseguivano rapidamente perché ad agosto sia a Reggio che a Modena erano decadute le reggenze provvisorie ancora legate al ducato ed i governi che le avevano sostituite stavano avviando l'iter di formazione della Repubblica CispadanaSilvio Pivano, Albori costituzionali d'Italia: 1796, Torino, Fratelli Bocca, 1913, p.297 e p.316.

Quando il 9 ottobre la notizia della decadenza del Duca arrivò a Castelnuovo, fu da molti interpretata come una possibilità di riacquistare una forte autonomia - se non una indipendenza - della quale si fece interprete il locale Parlamento, riunito il 13 allo scopo di eleggere i rappresentanti della Garfagnana da inviare al 1º Congresso Cispadano di Modena (Paolo Pieroni, Bartolomeo Aloisi e Nicolò Ferrari)Boni De Nobili, cit. p.60.

Costoro, consapevoli del malcontento che stava montando nella zona, e male interpretando il significato della "libertà" che si stava proclamando, indirizzarono a Bonaparte una richiesta affinché venisse riconosciuta alla vallata «una specie di libertà che essa godeva prima del 1430 quando si fé suddita volontaria della casa d'Este», richiesta di sapore municipalista che il 17 ottobre venne respinta essendo ben altri i progetti in corso, dato che in quelle stesse settimane stava prendendo forma la tesi della repubblica "una ed indivisibile"Cortese, cit. XV, p.265-266. Per tentare di affermare appieno il nuovo regime, nei primi giorni di novembre 1796 veniva eretto a Castelnuovo un simbolico "albero della libertà".

Ma intanto i rapporti con la capitale, impegnata nella preparazione del 2º Congresso cispadano, procedevano confusamente sino a che a metà novembre arrivò da Modena la comunicazione che, per disposizione francese, il governatore Mulazzani, era destituito e le truppe di guarnigione licenziate, anche a causa della mancanza di fondi; questo diede luogo ad un periodo di grande disordine cui invano cercò di far fronte il podestà di Castelnuovo Ippolito Zuccoli che segnalò lo stato di crescente anarchia in cui stava precipitando l'area, con la richiesta di un intervento delle autorità stataliGiovanni Sforza, Contributo alla vita di Giovanni Fantoni, pubblicato nel Giornale storico letterario della Liguria, anno VIIIº, aprile - giugno 1907, n.4-55-6, pp.7-8.

Esplode la ribellione Le poco convinte manifestazioni a favore del nuovo corso non furono in grado di bloccare la rivolta che iniziò la sera del 25 novembre 1796, quando giunsero notizie contraddittorie sulla battaglia di Arcole, con errate informazioni su un successo austriacoBoni De Nobili, cit. pp.69-72. La mattina successiva la sommossa riprese, animata dal frate Pier Paolo Maggesi, che già era stato confessore del Duca di Modena e che in seguito verrà descritto (anche se va precisato che si tratta della versione "giacobina") come «un frate scandaloso e senza virtù né religione, scacciato da Modena, [che] si portò a Castelnuovo ed ivi, unitosi ai suoi cattivi parenti e ad altri uomini perfidi, eccitò quel popolo alla rivoluzioneGiornale repubblicano, Modena, 7 dicembre 1796».

La folla costrinse alla fuga il delegato del governo Nicolò Franceschetti, distrusse l'albero della libertà ed ingiunse ad un ufficiale noto per le simpatie verso i francesi, di donare tutto il grano che possedeva per evitare d'essere passato per le armi. Di fronte alla sollevazione ogni residuo di autorità si disintegrò ed il 27 novembre gli insorti, senza incontrare alcuna resistenza, si impadronirono della Fortezza di Mont'Alfonso che, assieme a quella delle Verrucole, costituiva il perno del sistema militare della vallata: dalle fortezze vennero portati via armi e 4 cannoni per sistemarli nella piazza principale del capoluogo, mentre sui torrioni venivano rialzate le aquile estensiIl Panaro - Gazzetta di Modena, n.347 del 19 dicembre 1886. Il raggrupparsi di tanta folla era stato facilitato dal fatto che quello fosse un giorno di mercato, al quale erano affluiti, in particolare 800 abitanti provenienti da VagliNotini, Raggi, Rossi, cit. pp.17-19.

Pochi giorni dopo gli insorti, avuta notizia che stavano arrivando due rappresentanti del governo, Luigi Valdrighi (appartenente ad una delle più note famiglie di Castelnuovo) e Piero Notari, che, accompagnati dal Fantoni, erano stati inviati da Reggio a seguito delle richieste pervenute in precedenza dalle locali autorità, li attesero con intenzioni ostili a Pieve Fosciana. Preavvisati dell'agguato i tre delegati riuscirono a mettersi in salvo solo percorrendo sentieri di montagna nei pressi di Sillicagnana, ma nell'urgenza di fuggire dovettero abbandonare i bagagli, dentro i quali i rivoltosi trovarono dei documenti che permisero loro di individuare i nomi dei simpatizzanti filofrancesi: ad uno di essi, Rinaldo Peracchi, bruciarono la casa, mentre altri dovettero scappare. All'inizio di dicembre gli insorti erano padroni di tutti gli impianti militari ed anche della parte centrale della Garfagnana.

Bonaparte ordina la repressione Ben presto, tuttavia, il moto cadde nel disordine in cui finì per prevalere una plebe minacciosa che obbligava le famiglie più ricche a versare contribuzioni per la difesa, imponeva con la violenza un arruolamento forzato in una sorta di "Guardia civica", e non esitava a minacciare lo stesso Parlamento locale, quando il 2 dicembre vennero puntati dei cannoni contro la rocca di Mont'Alfonso in cui esso si era riunito; tuttavia, al termine dell'assemblea, prevalse una linea conciliante da cui scaturì una "lettera di pentimento".

Il problema degli insorgenti, infatti, era che una buona parte della Garfagnana, soprattutto quella più popolosa della zona di Camporgiano, era rimasta indifferente al moto e pertanto essi non avevano ricevuto rinforzi, per cui la sommossa appariva ormai perdente. Ciononostante si tentò di costituire un governo, presieduto da un avvocato, Martino Maria Fieri, e di organizzarsi militarmente nominando alcuni ufficiali per disciplinare i rivoltosi; non riuscì però alcun collegamento con altri possibili focolai di rivolta nel Frignano ed a CarpiNotini, Raggi, Rossi, cit. p.22.

Con il passare dei giorni, e ben conoscendo il trattamento riservato nell'estate precedente a Lugo di Romagna ed alle altre località che si erano rivoltate, iniziò a serpeggiare nella popolazione la paura della reazione franceseCortese, cit, XVI, 58-60. Timore ben fondato in quanto Bonaparte, avvisato dell'insurrezione, si preoccupò per il mancato controllo di un'area che strategicamente poteva diventare una via per attaccarlo alle spalle mentre si trovava impegnato nel contrasto alle continue offensive austriache e nell'assedio di Mantova; egli scrisse quindi il 3 dicembre 1796 al generale Rusca, comandante del presidio francese di Modena e Reggio, incaricandolo di effettuare un intervento repressivo:

L'inquietudine di Bonaparte per la situazione strategica lo indusse ad inviare a Rusca il 10 dicembre un secondo ordine, ancora più duro:

La reazione francese Motivato da così rigidi ordini, Rusca si mosse con rapidità. L'8 dicembre spedì un corriere in Garfagnana con proclami nei quali ordinava ai ribelli di rialzare l'albero della libertà, abbattere gli stemmi estensi, restituire Montealfonso e rinnovare un giuramento di fedeltà alla Repubblica