Il dominio spagnolo nel Regno di Sicilia iniziò il 23 gennaio 1516, con l'ascesa al trono di Spagna di Carlo V d'Asburgo, e si concluse il 10 giugno 1713, con la firma della pace di Utrecht, che sancì il passaggio dell'isola da Filippo V a Vittorio Amedeo II di Savoia.

Storia Il regno del casato di Barcellona (nominalmente aragonese) e della castigliana dinastia Trastámara si concluse (formalmente, perché la Sicilia passò sotto la diretta dominazione castigliana) il 23 gennaio 1516, con la morte del re Ferdinando II di Aragona che aveva in unione personale le corone di Aragona e di Castiglia. Il Regno di Sicilia e il regno di Napoli furono incorporati nella corona di Spagna, ereditata dal giovane nipote Carlo V d'Asburgo che tre anni dopo diverrà anche Imperatore del Sacro Romano Impero.

Dal punto di vista culturale e politico non vi fu una profonda cesura con il precedente periodo del dominio aragonese. Dal punto di vista dinastico, dal 1516 in poi la Sicilia e l'Italia meridionale furono così rette dalla dinastia degli Asburgo. I due regni continuarono ad essere amministrati da distinti viceré con sede a Napoli e Palermo. Tra i viceré di Sicilia durante il XVI ed il XVII secolo troviamo personalità importanti come Marcantonio Colonna, Ferrante I Gonzaga, Juan de Vega, Juan de la Cerda, Emanuele Filiberto di Savoia..

Dall'imperatore Carlo, i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna furono ceduti al figlio Filippo nel 1553, due anni prima della propria abdicazione. Successivamente, la Sicilia appartenne al regno di Filippo III (1598-1621), Filippo IV (1621-1665) e Carlo II (1665-1700).

Caratteri generali

Uno degli elementi costanti durante questo periodo della storia siciliana fu il latente o palese stato di guerra contro i turchi e la necessità di difesa dalle incursioni dei corsari barbareschi con base nei porti del Nord Africa. Il governo spagnolo spese molte energie nel rafforzare le difese dei porti e delle coste, riconoscendo alla Sicilia il ruolo fondamentale di baluardo strategico nel Mediterraneo.

I ceti cittadini avevano avuto un forte progresso tra XV e XVI secolo, rinnovando la struttura sociale urbana anche con una classe di funzionari, commercianti e professionisti (giurisperiti, medici, ingegneri, contabili, artisti, ecc.) che si affiancò alla nobiltà, ampliando le città e costruendo palazzi e cappelle gentilizie. Si assistette ad un processo di formazione di un sottoproletariato urbano che causò la forte crescita della popolazione delle grandi città, mentre quella rurale diminuiva in proporzione.

La struttura sociale rimase feudale, ma i baroni siciliani erano di fatto esautorati dal potere politico (l'ultima importante congiura di cui furono protagonisti fu quella del 1516-1517, nel momento delicato della successione tra il Cattolico e Carlo V). Il sistema feudale nel suo complesso era tra i più fragili d'Europa, essendo già da tempo scomparsa la servitù della gleba, e sino alla fine del XVI secolo erano pochissimi i feudi abitati in cui il signore avesse ottenuto dal re il diritto di esercitare la giustizia finale. Solo nel secolo successivo questo diritto fu esteso per una serie di vendite effettuate dal governo in cambio di denaro.

I feudatari ottennero così nuovi privilegi e titoli e fecero parte di un'internazionale aristocrazia italo-spagnola, essendo imparentati con alcune delle maggiore casate della loro epoca e conducendo uno stile di vita sfarzoso e cortigiano modellato su quello della Corte spagnola e delle principali corti italiane. Inoltre i feudatari non vivevano in un castello in campagna, ma nelle grandi e popolose città, soprattutto a Palermo, erano mecenati e partecipavano con ruoli importanti al governo cittadino (a loro erano riservate le cariche di pretore a Palermo, patrizio a Catania, strategoto a Messina etc.). Infine molti erano titolari, spesso in associazione con altri nobili, mercanti, finanzieri e imprenditori, sia siciliani sia stranieri, di importanti imprese di produzione manifatturiera che lavoravano per il mercato estero: coltivazione e industria della canna da zucchero, allevamento del baco, trattura, filatura e industria della seta grezza, tonnare, saline, miniere, viticoltura e altro, che nel corso dei secoli ebbero alterne vicende, ma che nel Settecento furono incrementate o sostituite da altri comparti, come l'agrumario e lo zolfifero.

ll fenomeno dell'abbandono delle campagne fu combattuto con la concessione ai nobili di licentia populandi per la fondazione di nuovi insediamenti nei feudi spopolati al fine di mettere a coltura quanta più possibile terra per aumentare la produzione cerealicola, la cui domanda era in grande aumento dal XV secolo per l'incremento demografico interno e per la richiesta di grano dagli altri paesi italiani (Genova) e stranieri, ma anche per incrementare la produzione della seta (i nuovi paesi nel Val Demone che non ha terreni cerealicoli) o del vino (per esempio, Vittoria). Molte decine di insediamenti sorsero dunque in Sicilia nel XVI secolo, ma soprattutto nel XVII secolo, tra cui Vittoria, Piedimonte Etneo, Cinisi, Palma di Montechiaro, Paceco, Mazzarino, Barrafranca, Cattolica, Casteltermini, Aliminusa, Leonforte, Francavilla, Riesi, Delia, Niscemi, Valguarnera Caropepe.

La struttura territoriale Il territorio dopo i Valli fu suddiviso in 42 Comarche. Furono istituite nel 1583 sotto il regno di Filippo II dal viceré Marcantonio ColonnaCalogero Ferlisi, Il breviario miniato dei Carmelitani di Sutera, Volume 9, Collana "Machina philosophorum", Palermo, Officina di Studi Medievali, 2004, pagina 115, ISBN 88-8861-550-4. Furono in totale 42. La funzione primaria delle comarche era connessa all'amministrazione fiscale: la città demaniale, capoluogo di ciascuna di esse, infatti, era la sede del "secreto", ovvero del funzionario regio che sovraintendeva alla riscossione dei tributi. Tra le funzioni dell'ufficio di tale figura vi era anche il censimento della popolazione della comarca: in base ai censimenti, infatti, avveniva la distribuzione del carico fiscale sugli abitanti della circoscrizione stessaPaolo Militello, Ritratti di città in Sicilia e a Malta: XVI-XVII secolo, Palermo, Officina di Studi Medievali, 2008.

La struttura territoriale fu come sempre policentrica con Palermo e Messina, le principali delle 42 città demaniali, che attraversano una fase di crescita demografica ed economica grazie alla presenza del porto e di numerose comunità di mercanti pisani, veneziani, lombardi, genovesi e che si trovano in forte rivalità. Dal punto di vista economico prevalse per un lungo periodo Messina, fino alla rivolta del 1674, favorita dal suo ruolo di centro commerciale e di porto militare d'importanza strategica.

Il Parlamento Il Parlamento del Regno, articolato in tre bracci (baronale, cittadino ed ecclesiastico) ottenne alla fine del periodo ferdinandino il diritto di convocazione ordinaria triennale e conservava importanti diritti nella concessione dei nuovi donativi, nel controllo della spesa (Deputazione del Regno di Sicilia, composta da membri del Parlamento eletti che stavano in carica nel periodi di vacanza dello stesso e che gestivano in proprio o insieme al viceré alcuni donativi) e nella modifica di leggi particolarmente importanti (per esempio durante il Regno di Filippo II il Parlamento fu impegnato in diverse sessioni e per più di dieci anni nella discussione della riforma dei Tribunali, che fu varata del re solo dopo averne ottenuto il consenso).

La demografia La popolazione del Regno di Sicilia è nota grazie ai censimenti 'generali' di beni e di anime (riveli). Grazie ad essi sappiamo che la popolazione dell'isola ebbe un forte incremento nel Cinquecento (circa 580.000 abitanti nel 1505, divenuti 989.401 nel 1583 e 1.094.671 nel 1606), una fase di lieve crescita nel Seicento, su cui incisero negativamente i circa 60.000 morti del terremoto del 1693 in Val di Noto e i circa 30.000 messinesi fuggiti dopo la rivolta (da 1.130.321 nel 1616 a 1.142.163 nel 1714). La maggior parte degli abitanti risiedeva in grandi o medi centri urbani (Palermo e Messina passarono da 46.000 abitanti nel 1505 a 205.000 nel 1651), mentre la fascia di popolazioni che viveva in centri con meno di 2.000 abitanti si aggirava nei vari periodi attorno al 10%. Nell'ultimo periodo ci fu un forte decremento del tasso di urbanizzazione, in grandissima parte dovuto al crollo di Messina, duramente punita e privata di tutti i privilegi dopo la sconfitta della rivoluzione, ma ancora nel 1714 il tasso di urbanizzazione sopra i 10.000 abitanti (da considerarsi una media città a livello europeo) era superiore al 60% e la popolazione in centri con meno di 2.000 abitanti era dell'11%)..

I re Carlo V

Nel 1530 Carlo V assegnò in feudo l'isola di Malta ai Cavalieri Ospitalieri, separandola per sempre dalla storia siciliana.Domenico Ligresti op. cit., Palermo, 2006, ISBN 88-902393-2-8, pag. 69

Carlo V arrivò in Sicilia nel 1535, proveniente dalla spedizione di Tunisi contro i corsari barbareschi.Domenico Ligresti op. cit., Palermo, 2006, ISBN 88-902393-2-8, pagg. 25-26 Sbarcò a Trapani e fu accolto nelle varie città con fastosi e trionfali allestimenti, prima di continuare il suo viaggio in Italia. Presenziò alla seduta del Parlamento tenutosi a Palermo il 22 settembre. In quell'occasione fece leggere al Protonotaro del regno Ludovico Sances un suo intervento nel quale sintetizzava il ruolo cruciale della Sicilia nella guerra contro gli Ottomani.Valentina Favarò, La modernizzazione militare nella Sicilia di Filippo II, 2009, pagg. 25-26 ISBN 978-88-902393-9-7 L'imperatore considerava la Sicilia un baluardo contro l'espansionismo ottomano ed il pericolo dei corsari barbareschi e ordinò imponenti opere di fortificazione nei maggiori centri, incaricando il viceré Ferrante Gonzaga e poi i suoi successori, di portarle a termine. Portò anche la guerra nel nord Africa, con varie spedizioni ma con scarso successo.

Durante il suo regno, nel 1548, Ignazio de Loyola fondò a Messina il primo collegio dei Gesuiti al mondo, il famoso Primum ac Prototypum Collegium ovvero Messanense Collegium Prototypum Societatis Iesu, primo e quindi prototipo di tutti gli altri collegi di insegnamento che i Gesuiti fonderanno con successo nel mondo facendo dell'insegnamento la marca distintiva dell'Ordine. Il Collegium in seguito si trasformerà nel Messanense Studium Generale ossia l'Università di Messina.

Filippo II

Il lungo regno di Filippo II fu caratterizzato, in Sicilia, dalla continuazione della politica di conflitto con i turchi ed i corsari musulmani. Il pericolo di incursioni fu per tutto il periodo il motivo principale della politica nell'isola, influenzando ogni aspetto dell'amministrazione e giustificando l'alta imposizione fiscaleValentina Favarò, op. cit., 2009, pagg. 26-29 e costose guarnigioni di terra e imbarcazioni da guerra.

Si trattò di una "militarizzazione" dell'isola protratta per l'intero secolo e portata avanti da viceré dalle spiccate attitudini militari: Juan de Vega, Garcia de Toledo, Francesco Ferdinando d'Avalos e Marco Antonio Colonna che costruirono torri d'avvistamento, mura intorno alle città progettate secondo i principi della fortificazione alla moderna, cittadelle a difesa di porti e punti nevralgici.

L'imposizione fiscale fu molto elevata, soprattutto nel ventennio 1560-1580 anche a causa di donativi straordinari imposti dalla Corona al Parlamento e quindi all'intera popolazione.