La collezione Pallavicini è una collezione d'arte nata a Roma nel Seicento e appartenente ancora oggi alla famiglia, di origini genovesi, dei Pallavicini.

Le opere della raccolta, avviata dal cardinale Lazzaro Pallavicini, sono oggi esposte nel palazzo Pallavicini Rospigliosi, edificio storico monumentale sul colle del Quirinale che sin dal Settecento venne condiviso dalle due famiglie titolari che ne danno il nome, di cui i Pallavicini sono tutt'oggi legittimi proprietari dei locali di loro pertinenza. I due casati in questione stabilirono tra loro legami di parentela e vincoli ereditari terminati solo a metà Ottocento, che ne hanno determinato, a più riprese, intrecci e trasferimenti di proprietà e dei rispettivi titoli, definendo nel tempo il passaggio di un cospicuo blocco di opere della collezione Rospigliosi entro il catalogo Pallavicini..

La raccolta costituisce, assieme alle collezioni possedute dalle famiglie Doria-Pamphilij e Colonna, una delle più grandi raccolte private d'arte a Roma, tra le più notevoli del periodo barocco. Al contrario delle altre due, tuttavia, non è aperta al pubblico.

Storia Premesse familiari

I Pallavicino (o Pallavicini) sono state una delle più antiche e influenti famiglie nobili del Nord Italia, discendenti dalla potente stirpe medievale degli Obertenghi. Il primo rappresentante noto col nome Pallavicino fu Oberto il Pelavicino (†1148), e da un suo nipote, di nome Nicolò, ha origine il ramo genovese, articolatosi nei secoli in numerosi rami, diversi membri dei quali ebbero un ruolo di rilievo nella storia cittadina, in particolare a partire dall'epoca di Andrea Doria, quando nel 1528 i Pallavicino costituirono uno dei 28 "Alberghi" cui era riservato il governo della Repubblica.

Proprio i molti rami determinarono molti casi di omonimia, sicché agli inizi del XVII secolo si trovano due Nicolò: uno, figlio di Agostino e marito di Maria Serra, è celebre perché commissionò a Peter Paul Rubens la pala d'altare con la Circoncisione per la chiesa dei Santi Ambrogio e Andrea di Genova, e perché poi suo figlio Marcello chiese allo stesso artista la grande tela con i Miracoli di sant'Ignazio per una cappella del transetto della stessa chiesa.Piero Boccardo in Superbarocco. Arte a Genova da Rubens a Magnasco, Catalogo della mostra, Roma 2022, a cura di Bober J., Boccardo P. e Boggero F., Milano, Skira, 2022, p. 110.

L'altro Nicolò Pallavicini (1568-1653), era figlio di Stefano, e per quanto fosse di soli pochi anni più giovane, visse assai più a lungo. Dalla moglie Maria Lomellini ebbe ben 22 figli, tra cui Stefano (1608-1686) Lazzaro (1610-1680) e che si insediarono entrambi a Roma, generando il primo la dinastia e il secondo la collezione artistica oggi nel palazzo di famiglia .

Seicento L'evoluzione dei Pallavicini a Roma

Nel 1665 avvennero le immissioni nella collezione di Stefano, che intanto era ancora a Genova, di due blocchi di opere: da un lato vi era la serie del Cristo con i dodici Apostoli di Rubens, dall'altro lato vi era la serie di arazzi francesi eseguiti su cartoni di Raffaello.

I quadri di Rubens, già facenti parte della collezione del padre Nicolò giunsero poi nella collezione di Giovan Battista Pallavicini (altro fratello di Lazzaro e Stefano, che si stabilì ad Anversa e che acquistò le tele per collocarle nella cappella privata del palazzo che possedeva nella città fiamminga), dove rimasero sicuramente fino al 1665, giacché alla sua morte, per volontà dello stesso, vennero trasferite a Genova presso Stefano.

I cartoni da Raffaello, incentranti gli Atti degli apostoli, ebbero medesima sorte della serie di Rubens, ad eccezione della destinazione finale, poiché non furono mai portate nella capitale pontificia, ma bensì destinate alla basilica della Santa Casa di Loreto.

Lazzaro Pallavicini, nato a Genova nel 1602, giunse nella città papale in giovane età. Divenne cardinale nel 1669 per nomina di papa Clemente IX Rospigliosi e iniziò a raccogliere in questo periodo le prime opere d'arte. Dal lì a breve chiamò con sé a Roma il fratello Stefano e l'unica figlia di questi, Maria Camilla.. Lo scopo di questo invito fu che Lazzaro aveva bisogno di consentire alla famiglia Pallavicini un'ascesa sociale entro le dinamiche aristocratiche romane del tempo, promuovendo il convolo a nozze della nipote Maria Camilla con Giovan Battista Rospigliosi, pronipote dello stesso papa Clemente IX che anni prima aveva elevato il Lazzaro a cardinale.

Tutti e tre i Pallavicini trovarono sistemazione in città nel palazzo già dei Barberini al Monte di Pietà, cosiddetta casa grande Barberini, che poi sarà acquistato nel 1674 per un utilizzo ventennale da Stefano dietro un corrispettivo di 50 mila scudi. In questo frangente le raccolte di Lazzaro e Stefano si raggrupparono per la prima volta, ancorché nel 1679 la serie di Rubens viene quindi trasferita a Roma e messa sotto la custodia del cardinale Lazzaro..

Il matrimonio tra Maria Camilla e Giovan Battista avvenne, pertanto le ricchezze del ramo romano Pallavicini di Lazzaro e Stefano confluirono tutte a Maria Camilla, cui fu intestataria anche di un particolare vincolo fidecommessario che servì a salvaguardare nelle generazioni future tutto il lascito di Lazzaro, nonché il cognome e i titoli della famiglia.

La collezione di Lazzaro si componeva a quel momento di un corposo gruppo di opere facenti parte del barocco romano ed emiliano, queste ultime acquistate direttamente a Bologna nel periodo in cui vi ricoprì l'incarico (tra il 1670 e 1673) di vicelegato pontificio, tra cui autori quali i Carracci (di cui si segnala il Mangiafagioli di Annibile), di Sisto Badalocchio, Guido Reni, Francesco Albani, Guercino e altri.

La nascita del legame Rospigliosi-Pallavicini con il fidecommesso del cardinale Lazzaro (1679)

Non disponendo di eredi maschi negli ambienti romani, Lazzaro istituì nel 1679 un fidecommesso che legava tutte le sue proprietà e ricchezze al figlio secondogenito che la nipote Maria Camilla avrebbe avuto con il marito Rospigliosi.

La disposizione testamentaria prevedeva che la collezione di Lazzaro, ereditata in gran parte dal padre Nicolò, con anche i titoli familiari, fosse assegnata al secondo figlio maschio di Giovan Battista Rospigliosi e Maria Camilla, il quale avrebbe dovuto portare il cognome Pallavicini così da continuare il ramo romano della famiglia genovese (mentre il primogenito avrebbe dato seguito a quello Rospigliosi). Se la coppia avesse invece avuto un solo figlio maschio, questi avrebbe dovuto portare con sé sia i titoli Pallavicini che quelli Rospigliosi, fino alla nascita di un secondo figlio maschio della coppia, che poi avrebbe ricevuto in dote quelli Pallavicini, mentre se fosse rimasto unico maschio, avrebbe custodito entrambi i nomi fino alla determinazione della sua prole, sulla quale sarebbero valse le regole generali del fidecommesso (ossia il primo maschio avrebbe ricevuto l'eredità Rospigliosi del padre mentre il secondo quella Pallavicini della madre). Se invece la coppia avesse avuto solo una femmina, allora questa avrebbe dovuto dare tutta la sua eredità Rospigliosi Pallavicini al marito fino alla determinazione della sua prole, su cui si sarebbero poi applicate le condizioni precedenti del vincolo.

La collezione sotto Maria Camilla Pallavicini

Nel 1680 il cardinale morì e qualche mese dopo venne a mancare anche il fratello Stefano, lasciando alla figlia il principato di Gallicano. Maria Camilla ricevette una ricca collezione d'arte, su cui gravava in un nucleo di opere che tutt'oggi costituisce la parte consistente della Galleria Pallavicini il vincolo testamentario dello zio Lazzaro..

La nobildonna fu comunque particolarmente proattiva anche nell'implementazione della collezione: a lei si devono infatti gli acquisti avvenuti tra il 1694 e il 1699 del Peccato originale del Domenichino, delle due tele di Luca Giordano, la Conversione di Saulo e Giuliano l'Apostata, della serie di nature morte di Tamm e del Bogelaer, della serie di battaglie di Christian Reder nonché di quella di paesaggi del van Bloemen. Tra le opere che invece uscirono dalla collezione, la più notevole dell'epoca fu il Mangiafagioli di Annibale Carracci, che confluì dapprima nella collezione privata di Niccolò Maria Pallavicini (cugino genovese di Maria Camilla, omonimo del figlio secondogenito della coppia, anch'egli titolare di una ricca collezione artistica che però alla sua morte non seguì le logiche familiari, ma bensì fu smembrata e alienata sul mercato europeo), e poi nella collezione Colonna, dove tuttora è, entro il palazzo nobiliare di piazza Santi Apostoli a Roma.

Nel 1694 la casa grande Barberini venne riscattata dai suoi precedenti proprietari in ordine a una clausola dell'accordo stipulato.

Settecento Il palazzo nobiliare sul Quirinale La famiglia, grazie a Maria Camilla, acquistò da Gianni Ippolito Mancini tra il 1704 e il 1708 il palazzo che era già di proprietà della famiglia Borghese, sito nei pressi del Quirinale.

L'edificio fu da quel momento condiviso dalle rispettive casate dei due coniugi che lo abitarono, i Pallavicini, che ebbero il piano nobile e due terrazze del giardino, con anche il casino dell'Aurora e la loggia delle Muse, e i Rospigliosi, cui fu assegnato il pian terreno e il terzo livello dello stabile. La Galleria Pallavicini venne collocata sin dal principio nel piano nobile del palazzo, mentre le opere della collezione Rospigliosi fu sistemata nel terzo piano dello stesso (oggi corrispondente al quarto piano).

La collezione sotto gli eredi Pallavicini-Rospigliosi Morta Maria Camilla nel 1710, questa espresse nel testamento la volontà che il padre e lo zio fossero tumulati nella cappella gentilizia della chiesa di San Francesco a Ripa di Roma, in un unico grande monumento. Il marito, rispettando la richiesta della moglie, incaricò quindi (tra il 1713 e il 1719) lo sculture Giuseppe Mazzuoli di compiere l'opera su una parete della cappella, mentre dirimpetto chiese l'innalzamento di un altro monumento funebre dedicato a Maria Camilla e se stesso. Nel 1722 morì anche Giovan Battista Rospigliosi, quindi il secondogenito della coppia, Niccolò Maria, divenne erede del lascito di Lazzaro prendendo a sé sia il cognome che i titoli Pallavicini.. La collezione d'arte, che comunque si era intanto arricchita rispetto a quella originaria, fu divisa tra Niccolò e il fratello primogenito, Clemente Domenico, che invece seguì i titoli Rospigliosi. Entrambi si spartirono in egual misura tutta la collezione Rospigliosi-Pallavicini accumulata fino a quel momento, mentre i dipinti legati al lascito di Lazzaro furono interamente immessi nelle disponibilità esclusive di Niccolò Maria, in ordine agli accordi fidecommissari.

Niccolò Maria, sposato con Vittoria Altieri, morì nel 1759 senza eredi, la collezione fu pertanto unita a quella Rospigliosi e affidata a Giovan Battista Rospigliosi, il figlio secondogenito del fratello più grande di Niccolò (Clemente Domenico Rospigliosi). Giovan Battista morì nel 1784 lasciando nella collezione alcune importanti immissioni artistiche, come i ritratti di famiglia, un gruppo di tele di David Loreti e altre sporadiche opere di autori del seicento romano-emiliano..

Questi ebbe due figli avuti in matrimonio con Eleonora Caffarelli: il primogenito Giuseppe (che diede seguito alla linea Rospigliosi) e il secondogenito Luigi, quest'ultimo cui fu affidata l'eredità Pallavicini.

Entrambi i fratelli Giuseppe e Luigi avvieranno alcune dismissioni delle rispettive collezioni ereditate dal padre, in quanto sul finire del secolo e agli inizi di quello successivo, con l'avvento della Repubblica romana e delle insurrezioni francesi, le famiglie patrizie romane accusarono il duro colpo di alcune tassazioni che determinarono la vendita più o meno coercitiva di interi blocchi delle loro proprietà (la medesima sorte la ebbero infatti i Borghese, i Giustiniani, i Pamphilj, etc).

Ottocento