Il Ghetto era una zona del centro storico di Firenze, situato in un grande isolato tra la piazza del Mercato Vecchio (oggi piazza della Repubblica), le vie dei Rigattieri e dei Naccaioli (oggi via dei Brunelleschi), la via della Vacca (oggi via dei Pecori) e la via della Macciana/via dei Succhiellinai (oggi via Roma). Destinato alla "nazione ebrea" dal 1571, dopo l'emancipazione fu rioccupato da povera gente, diventando una delle zone più degradate dell'intera città, tanto che fu deciso di raderlo al suolo durante il periodo del "Risanamento". Fu sgomberato definitivamente nel 1885 e demolito dal 1888. Al suo posto sorsero due grandi complessi residenziali: il palazzo Levi e il palazzo Ceci e Rossi, separati da un tratto nuovo di zecca di via dei TosinghiPaolini, cit..
Una ricostruzione in plastico dell'aspetto dell'antico ghetto si trova al museo ebraico del tempio maggiore israelitico di Firenze.
Storia Preesistenze
L'isolato del Ghetto si trovava dentro l'originario quadrilatero della Firenze romana e non è da escludere che la disposizione degli edifici e delle sue strade e piazzette ricalcasse in antico il reticolo originario romano. Gli scavi ottocenteschi rinvennero nella parte settentrionale di quello che fu poi il Ghetto un pozzo di un impluvium di un edificio di età repubblicana romana, e i resti di un'esedra con due absidi più piccole laterali in posizione perpendicolare, di epoca imperialeTavola di Corinto Corinti.
Nel corso del Medioevo si erano qui stanziate, con le loro case, casetorri e palagi, famiglie tra cui spiccavano i Della Tosa/Tosinghi, i Medici, i Pecori e i Brunelleschi. Con la cacciata dei guelfi dopo il 1260, la zona fu particolarmente danneggiata da crolli e incendi. Già dal 1248 era andato distrutto il grande palazzo dei della Tosa, citato dal Villani e dal Malispini. Ne restava una loggia su via dei Rigattieri che, coi suoi pilastri ottagonali dai capitelli corinzi e stemmi della famiglia, fu poi murata nel recinto perimetrale del Ghetto. Anche i Brunelleschi avevano qui un palazzo dotato di loggia, antistante la loro piazza ma dal lato che fu incluso poi nel Ghetto, e quindi murato nel suo recinto.
Nel Trecento la zona iniziò a subire un graduale peggioramento: se alcune famiglie patrizie come i Medici continuarono ad acquistare edifici in questo isolato, si trattò di eccezioni, e la maggior parte degli edifici veniva per lo più affittata a commercianti, bottegai e case di malaffare. Nel 1328 una zona murata nei pressi dell'attuale via dei Brunelleschi venne destinato a "Gran Postribolo". Si trattava di un edificio con alte mura merlate, su cui avvenne più di una volta di dipingere le immagini dei capitani di ventura disonesti appesi per un piede, come forma di condanna e disprezzo in contumacia. Anche nel catasto del 1427 e nei successivi si può constatare la mutata condizione di questa zona, dove le proprietà continuavano ad essere in mano delle stesse famiglie, che però non vi riedevano. Ad esempio nella portata al catasto di Jacopo di Bernardo di Alamanno de' Medici del 1498 si ricordano «un albergho a uso di meretrice, luogo detto il Fraschato» e «tre botteghe a uso di meretrice in chiasso Malacucina», e vi si legge come non si trovassero pigionali «ladri o ribaldi». Sulle mura merlate del Postribolo venivano dipinti in traditori della patria impiccati per i piediBargellini-Guarnieri, cit..
La zona era comunque conosciuta per alcune notissime osterie, come quella del Frascato, quella di Chiasso e quella del Piovano.
Quartiere ebraico
In questo quadro in parte desolante, Cosimo I e il figlio Francesco, dopo aver accolto numerosi ebrei sefarditi dalla Spagna e dal Portogallo, obbligarono gli ebrei italiani (non iberici) a risiedere coattamente in un nuovo ghetto, come richiesto da papa Pio V. Il ghetto fu disegnato da Bernardo Buontalenti, che lo murò lasciando solo due aperture. Qui dovettero confluire anche gli ebrei che risiedevano nei centri minori attorno a Firenze. Solo ad alcune famiglie di prestatori fu concesso il privilegio di continuare ad abitare fuori del ghetto, vicino alla residenza dei Medici di palazzo Pitti, in via dei Giudei (ora via dei Ramaglianti) dove esisteva anche una piccola sinagoga almeno dal Quattrocento.
La comunità ebraica, fin dall'istituzione del Ghetto, si era preoccupata di tutelare l'ordine, il decoro, la pulizia e l'igiene di questa zona, con disposizioni che vennero ampliate nel 1572 e nel 1608, quali il divieto di gettare sporcizia dalle finestre, di fare giochi rumorosi nelle strade e nelle piazze, di salire sui tetti a stendere i panni, di mettere cocomeri o meloni in fresco nei pozzi, ecc. Disposizioni che probabilmente venivano spesso trasgredite, come fa supporre la frequenza con cui dovettero essere ribadite.
Al tempo di Cosimo III, nel 1706, il recinto venne ampliato, includendo gli edifici fino a piazza dell'Olio, con lavori progettati dall'architetto Pier Antonio Tosi. Il "Ghetto Nuovo" ebbe un ulteriore accesso sulla piazza dell'Olio.
Nel 1750 agli ebrei fu concessa la proprietà degli edifici del ghetto, che rimase in vigore fino all'epoca napoleonica.
Dall'emancipazione alla demolizione
Nel 1848, con l'emancipazione, la residenza coatta venne abolita, e la maggior parte delle famiglie ebree di miglior condizione si trasferì altrove, specialmente nel nuovo quartiere della Mattonaia, dove venne costruito il nuove Tempio israelitico.
Le case del ghetto, vecchie e malandate, ma anche celate al resto della popolazione dalle mura, iniziarono così ad essere affittate alla popolazione meno abbiente della città, trasformandosi presto nel ricettacolo malsano e incontrollabile, ideale per molte forme di delinquenza e di prostituzione. Si trovano ampie e fosche descrizioni delle condizioni di vita nel ghetto con le sue disastrose condizioni igienico-sanitarie, il sovraffollamento e la diffusa criminalità, in autori come Jarro, Giuseppe Conti, e nel romanzo L'orfana del ghetto di Carolina InvernizioSframeli, cit..
Esiste anche una dettagliata relazione di un'indagine compiuta da parte della Commissione Storico Artistica Comunale nel 1881, in cui si riscontrò comunque una migliore condizione della zona del Ghetto Nuovo, con appartamenti ariosi ed eleganti, spesso decorati anche da affreschi, come una sala da orchestra con scene del Vecchio Testamento, probabilmente quella raffigurata in un acquarello di Riccardo Meacci. Più degradata era la zona del Ghetto Vecchio, soprattutto nella parte ovest, dove a stento arrivava l'aria nelle piccole e labirintiche corti. La Commissione, a cui partecipava anche Guido Carocci e che si dimostrò quasi sempre contraria alle demolizioni, ammetteva che almeno per questa zono fosse necessario un risanamento.
Tutte quello che venne pubblicato sul ghetto prima delle demolizioni sottolineava sempre e soltanto gli aspetti deteriori, e si fece largo come opinione comune che il Ghetto "doveva" essere distrutto. Lo sgombero coatto risale al 1885. Negli anni successivi tuttavia ci si accorse del fascino particolare di questo quartiere, ormai svuotato dai suoi "pericolosi abitanti", quando fu oggetto della campagna fotografica e iconografica da parte di bozzettisti e acquarellisti; dal 1886 vennero organizzate visite guidate dentro di esso, devolvendo in beneficenza il ricavato dei biglietti. Inoltre per il carnevale di quell'anno, grazie alla libera disponibilità degli ambienti e all'accesso controllato garantito dalle poche entrate, il ghetto rappresentò il palco ideale per la rappresentazione fantasmagorica di una Baghdad delle Mille e una notte. Il successo fu tale che due anni dopo si replicò con l'allestimento della "città cinese". Sulle case si vedevano ancora le decorazioni di quell'evento, quando si procedette con le demolizioni.
Come in Mercato Vecchio, si approfittò per scavare archeologicamente la zona, con alcuni rinvenimenti di cui si è già accennato. Tra il 1890 e il 1893 si procedette a costruire i nuovi palazzi: sorsero nell'isolato sud il palazzo della Fondiaria Assicurazioni e nell'isolato nord il complesso del palazzo Ceci e Rossi, separati da via Tosinghi che si stendeva rettilinea su quella che era stata via della Nave, e che omaggiava i Della Tosa, la famiglia che nel Duecento aveva dato lustro a questa zona. Del Ghetto non restò alcuna traccia, né negli edifici, né nella toponomastica.
Descrizione
Il primo nucleo del Ghetto, detto Ghetto Vecchio, era quello più vicino alla piazza del Mercato, attorno all'ex-piazza della Tosa (poi detta piazza del Ghetto o della Fonte), ed è quello che si vede recintato nella pianta del Buonsignori. Le case esterne del blocco, dotate di finestre che davano sulle piazze e le strade e di esercizi commerciali al piano terra, erano comunque riservate ai cristiani, e non erano comunicanti con quelle interne, dove effettivamente abitavano gli ebrei. Dalla piazzetta della Fonte si dipanavano tre vicoli: uno breve, verso sud, portava in piazza del Mercato; uno verso est, detto via Buia o via della Nave verso il chiasso degli Agolanti (oggi via Roma); un terzo, detto chiasso Grande o via del Ghetto, attraversava l'isolato verso nord, attraversando la piccola corte del Frascato (o del Torso di Mezzo), incrociandosi col chiasso di Malacucina, fino a sbucare nella corte dei Pecori, confine del Ghetto Vecchio. La piazza del Ghetto Vecchio aveva un pozzo, spesso raffigurato iconograficamente.
Nella parte ovest si dinoccolava poi una serie di piccole corti (le "cortacce"), vicoli e volte, che in due punti si reimmettevano sul chiasso Grande: qui era stato il "Grande Postribolo". Questi passaggi di brevi tratti confluivano l'uno nell'altro in maniera pressoché perpendicolare, a ricalcare probabilmente il tracciato romano, ma si trattava di ambienti dalle estremità cieche, per via della recinzione e dell'affollamento degli edifici che avevano finito per saturare i vicoli. Tra questi, il più vicino alla piazza della Fonte era il cortile del Macello (o Cortaccia), accessibile tramite una volta, a cui seguivano la corte dietro ai Forni, il chiasso dei Buoi (nomi che ricordavano come lì si producessero gli alimenti secondo le leggi ebraiche), la corte del Feroci (o dei Bagni), ecc. Si trattava di un vero e proprio labirinto, dove solo chi vi abitava sapeva districarsi. Sia Jarro che Conti raccontano di come fosse facile, per qualsiasi delinquente inseguito dai birri dileguarsi nel ghetto, entrando magari in una scala, che portava ad ambienti collegati internamente (grazie alle volte che attraversavano ogni vicolo), fino ai passaggi più imprevedibili tramite terrazze e perfino sui tetti. La corte del Macello, con due grandi pilastri che sorreggevano l'ampliamento seicentesco della sinagoga di rito italiano, un tempo era stata cortile del palazzo dei Brunelleschi; nella corte dietro i Forni, angolo chiasso dei Buoi, si apriva un arioso doppio loggiato a tutto sesto, pure frutto di qualche preesistenza quattrocentesca.
L'addizione del Ghetto Nuovo aveva il suo fulcro nella piazzetta della corte dei Pecori, che doveva il suo nome alle molte case qui espropriate alla famiglia Pecori nel 1711. La piazzetta si chiamò del Ghetto Nuovo, o Cortile Grande, o più tardi piazza della Fraternità, per la presenza di un istituto di beneficenza della Fraternità Israelitica. Da qui si poteva raggiungere la corte dei Feroci, a ovest.