, è l'espressione usata in Giappone per indicare la pratica di esclusione delle donne da determinati luoghi religiosi (santuari e templi, montagne e altri luoghi sacri), particolari cerimonie, rituali e feste.
Per estensione - kinsei significa genericamente "divieto" di determinati atti - tale espressione in tempi moderni viene usata anche per definire un'ampia gamma di restrizioni che colpivano o colpiscono ancora le donne come genere, ad esempio il divieto di svolgere determinate attività come la pesca, la caccia, i lavori di costruzione, la produzione di sushi, sake o ceramiche, oppure il divieto di accesso a spazi come il ring del sumo maschile.
Etimologia Nella lingua giapponese l'esclusione delle donne è generalmente concettualizzata in due espressioni simili, e , spesso usate in maniera interscambiabile o equivalente; ; Barbara Ambros, Emplacing a pilgrimage: the Ōyama cult and regional religion in early modern Japan, Cambridge, Mass., Harvard University Asia Center, 2008, anche se l'uso della prima è molto più frequente: nyonin 女人, un termine cinese presente nei testi buddisti, significa "donna", kekkai e kinsei si riferiscono a dei tipi di restrizione..
Non c'è accordo fra gli studiosi sulle origini dell'uso di queste espressioni. Ushiyama Yoshiyuki sostiene di non aver trovato tracce dell'uso di nyonin kinsei nelle fonti del periodo Kamakura, e di averne avuto riscontro solo nel periodo Heian, più precisamente nel regolamento del tempio di Koryuji, il più antico di Kyoto, datato 1475; in opere letterarie questi termini comparirebbero ancora più tardi, all'incirca nel XVII secolo, ad esempio nell'Urami no suke 恨之介, e nel Seisuisho 醒睡笑.
Per quanto riguarda il significato di queste due espressioni, vengono attribuite sfumature diverse al tipo di divieto cui farebbero riferimento i termini kinsei e kekkai, più generico il primo, riferito in particolare alle aree sacre il secondo. Se privato di ogni riferimento al genere, come nyonin, il termine kekkai (結界, barriera, confine, area riservata) nel contesto shintoista e buddistaGrapard, Allan, Geotyping Sacred Space: The Case of Mount Hiko in Japan,” in Sacred Space: Land, City, Shrine, (a cura di) Benjamin Z. Kedar and R. J. Zwi Werblowsky, New York, New York University Press, 1998, p. 227 si riferisce all'istituzione di una zona o un'area rituale, come un santuario, un altare, un complesso di templi, lo spazio sacro di una montagna, epurata da ogni contaminazione e generalmente circoscritta da una barriera, un confine che richiede particolari requisiti per poter essere valicato.; .
Secondo Allan Grapard, il termine kekkai, tradotto come "spazio delimitato", "perimetro", sarebbe di derivazione indiana e indicherebbe una serie di pratiche rivolte alla costruzione di un'area in cui venivano invocate le divinità. Per estensione si sarebbe in seguito riferito all'istituzione di una zona consacrata per la costruzione di templi. In Giappone, a partire dal secolo IX, conclude Grapard, il termine avrebbe riguardato delle aree geografiche affidate come proprietà esclusiva a istituzioni scintoiste-buddiste, come nel caso del Monte Hiko nel 1181.
Faure distingue più compiutamente le due espressioni, attribuendo a nyonin kinsei un intento disciplinare, normativo, un divieto imposto per affermare il Vinaya monastico, mentre assegna a nyonin kekkai un significato più ampio, riguardante la purezza dello spazio sacro (kekkai), con implicazioni e aspetti simbolici più complessi.. Nel buddismo esoterico il termine designerebbe l'area rituale in cui i demoni - e per estensione le donne - non possono entrare..
Origini Gli studiosi hanno espresso tesi diverse sulle origini di questo divieto in Giappone; generalmente il suo avvio viene posto nel primo periodo Heian, fra il IX e l'XI secolo,; ; ; Miyake Hitoshi, "Nyonin kinsei", in Kokushi daijiten, vo!. 11, Tokyo, Yoslukawa Kobunkan, 1990, 265a mentre la sua diffusione anche dopo i secoli XIII e XIV.,
Un primo riferimento alle restrizioni di accesso ai luoghi sacri poste alle donne nel Giappone medievale si trova nei "Regolamenti in otto Articoli" (Hachijo shiki 八条式) del monaco Saichō (767-822), fondatore del buddismo tendai. Tali Regolamenti, risalenti all'818, facevano parte del Kansho Tendai-shu nenbun-gakusho-shiki (Regolamenti per incoraggiare gli studenti ordinandi annuali Tendai), a sua volta parte del Sange Gakusho Shiki (山家学生式) che conteneva i piani e regole dettagliate redatte da Saichō per la formazione dei novizi del monte Hiei vicino a Kyoto, sulla base del precetti Mahayana. L'esclusione delle donne faceva parte di un divieto più ampio, che includeva anche i furti e il consumo di sostanze intossicanti (liquori)..
Un'altra traccia documentale che confermerebbe questa prima restrizione di accesso per le donne, sempre risalente al IX secolo, è uno scritto dell'886 riportato nellEigaku yōki 叡岳要記L'Eigaku yōki 叡岳要記 è una raccolta di documenti prodotti all'interno o in relazione al complesso del tempio Enryaku sul monte Hiei, Kyoto, di cui l'autore, probabilmente un monaco, è ancora sconosciuto. che menziona il divieto a loro posto di salire sul Monte Hiei, sede del principale monastero della scuola Tendai, e primo luogo in Giappone di cui si hanno testimonianze dell'avvio di tale pratica..
L'attribuzione a Saiko dell'avvio della pratica di esclusione delle donne sarebbe confermata anche da fonti successive: ne avrebbe fatto menzione il monaco Hōnen, fondatore della scuola buddista giapponese Jōdo Shu, appartenente al ramo del buddismo della Terra Pura. Sempre dalle testimonianze di Hōnen si apprende che nel XII secolo erano preclusi alle donne anche il monte Kinpu, nel distretto di Yoshino, uno dei principali centri dell'ascetismo di montagna, il monte Kōya e i santuari interni di famosi templi di Nara e Daigo-ji, nella periferia sud-orientale di Kyoto.
Lo studioso Ushiyama Yoshiyuki individua come fonti scritte del fenomeno storico dell'esclusione delle donne dai templi gli articoli 11 e 12 del "Regolamento per monaci e monache" (Sōni-ryō 僧尼令), contenuti nel Codice Yōrō (Yōrō-ritsuryō 養老律令), in vigore in Giappone dal 757 all'inizio del X secolo. Tali articoli, basati sulle regole Vinaya legate alla cattiva condotta sessuale, vietavano alle monache di visitare i monasteri e ai monaci i conventi., salvo circostanze particolari (come malattia o istruzione). Il divieto, secondo Ushiyama, inizialmente sarebbe quindi esistito per entrambi i sessi; il divieto per gli uomini viene da lui denominato nanshi kinzei..
La pratica di esclusione delle donne, tuttavia, sembra che fino al X-XI secolo non fosse molto conosciuta in Giappone. e che inizialmente venisse applicata in centri monastici o specifiche aree posti sulla sommità delle montagne..
Durata dei divieti Il divieto di accesso delle donne può essere transitorio, spesso ricondotto al concetto shintoista e buddista di e connesso a particolari cicli o periodi legati alla fisiologia femminile (mestruazioni, gravidanza, periodo del parto), oppure permanente, associato al genere femminile in quanto tale.. In questo caso l'accesso allo spazio cerimoniale, ai santuari, ai templi e alle montagne sacre è riservato sempre e solo agli individui di sesso maschile.. Ne sono ancora esempi l'isola Okinoshima (沖ノ島), al largo della costa di Munakata e l'area tempio sulla cima del monte Ōmine (大峰山).Fra gli esempi di inquinamento permanente, Suzuki cita alcune zone del nord-est del Giappone in cui i cacciatori vietano l'accesso alle donne sostenendo che la dea femminile della montagna odia il sangue mestruale e si ingelosisce se le donne entrano nel suo dominio. Cfr.: Suzuki, pp. 6-7,13.
Le fonti risalenti al periodo Heian descrivono prevalentemente divieti temporanei, comprensivi di un'ampia casistica di azioni, comportamenti o stati passibili di divieto non limitati solo alle donneAd esempio nel Regolamento per i giovani monaci asceti, Sange-gakushoshiki, scritto da Saicho nel 819, i divieti includono i ladri e chi fa uso d'alcol. Cfr. , e non prevedono restrizioni spaziali permanenti, quali quelle maggiormente applicate durante il periodo Kamakura (1185-1333) e ritenute la base dell'esclusione femminile.
Non è ancora chiaro, tuttavia, quale sia il percorso attraverso cui i divieti temporanei diventarono permanenti.
Motivazioni dei divieti Le ipotesi formulate dagli studiosi sulle ragioni che starebbero alla base dell'istituzione del nyonin kinsei possono essere raggruppate in alcuni filoni: influenza delle leggende e credenze popolari; applicazione degli antichi regolamenti monastici che proibivano il contatto fra monaci e monache; influenza dei precetti shintoisti basati sul concetto di purezza e di impurità femminileNishiguchi Junko, Onna no chikara.Kodai No Josei To Bukkyo [The power of women: Women of ancient times and Buddhism], Tokyo, Heibonsha,1987; ; misoginia, visione androcentrica e atteggiamento denigratorio nei confronti delle donne presenti in molti testi buddisti (ad esempio il Mahāparinirvāṇa Sūtra, Ta-pan nieh-pan ching TPNPC).; adesione ai precetti buddisti come i Cinque ostacoli (goshō 五障) che diverse interpretazioni hanno indicato come testo base della convinzione dell'impossibilità delle donne di raggiungere la buddità.
Alcuni studi hanno associato la diffusione dei divieti alla progressiva affermazione della gerarchia di genere in ambito religioso, di cui sarebbero stati esempio l'esclusione delle donne dalle cerimonie buddiste ufficiali (hōe) tenute a corte (VIII secolo)., la cessazione delle ordinazioni ufficiali per le monache, l'occupazione da parte degli uomini dell'intera élite monastica nei primi anni del periodo Heian: a partire dal X secolo circa, la maggior parte dei principali templi buddisti venne gestita e abitata esclusivamente da monaci maschi...
Secondo Moerman il nyonin kekkai con il confine posto tra la purezza della montagna custodita dai monaci e l'inquinamento del mondo sottostante, rappresentato in primis dall'impurità legata al corpo femminile, avrebbe imposto una divisione del sacro dal profano in termini esplicitamente di genere..