Leditoria femminista italiana comprende l’insieme delle pratiche di produzione e circolazione di pubblicazioni dedicate alla riflessione critica sulla condizione delle donne e sulle relazioni di genere, sviluppatesi in diversi contesti storici.

Le sue origini vengono generalmente collocate nella stampa emancipazionista della seconda metà dell’Ottocento, mentre una configurazione autonoma e riconoscibile si afferma a partire dagli anni Settanta, in relazione all'emergere del movimento delle donne e alle trasformazioni del panorama culturale ed editoriale italiano.

Oggetto e ambito Lo studio dell’editoria femminista italiana pone questioni definitorie analoghe a quelle che attraversano la storiografia del femminismo e degli studi di genere. Sia il concetto di editoria sia quello di femminismo rinviano infatti a campi storicamente situati, caratterizzati da pratiche, soggetti e forme organizzative mutevoli, non riconducibili a un'unica definizione stabile.

In ambito storiografico, l’analisi delle pratiche editoriali si colloca all’incrocio tra storia economica, storia delle idee, storia culturale e storia sociale, richiedendo attenzione ai contesti politici, ai pubblici di riferimento e alle reti di produzione e circolazione del sapere.

Analogamente, il femminismo non costituisce un fenomeno unitario né omogeneo, ma un insieme di movimenti, pratiche discorsive, elaborazioni teoriche e forme di azione collettiva che si sviluppano in fasi storiche diverse, con orientamenti plurali e talvolta divergenti.

In questo senso, la categoria di “editoria femminista” è adottata per ricomprendere pratiche editoriali differenti per forme, soggetti e finalità, considerate nel loro sviluppo storico e nel rapporto con i contesti politici e culturali di riferimento, includendo anche realtà non riconducibili all’editoria in senso stretto – come le librerie delle donne, i centri di documentazione e gli archivi – che, a partire dagli anni Settanta, hanno svolto una funzione rilevante nella produzione, diffusione e conservazione del pensiero femminista in Italia.

Storia

Nel contesto italiano le pratiche editoriali riconducibili al femminismo si sviluppano lungo un arco temporale ampio e non lineare. Le loro origini vengono generalmente collocate nella seconda metà del secolo XIX, quando periodici, opuscoli e iniziative editoriali promosse da singole autrici o da associazioni emancipazioniste accompagnano il dibattito sull’istruzione, sul lavoro e sui diritti civili delle donne, senza tuttavia costituire ancora un ambito editoriale distinto.

Nel corso del Novecento la stampa delle donne assume forme differenti in relazione ai contesti politici e sociali: inserita nei circuiti associativi e partitici nei primi decenni del secolo, silenziata e riorientata durante il fascismo, riemerge nel periodo resistenziale e nel dopoguerra, per poi anticipare, nella seconda metà degli anni sessanta, alcune istanze del neofemminismo attraverso giornali e manifesti a diffusione militante.

Negli anni settanta si afferma un’editoria femminista strutturata e riconoscibile, strettamente intrecciata al movimento delle donne e alla fase militante, con la nascita di case editrici, periodici, librerie autonome.

A partire dagli anni ottanta il settore conosce una fase di riorganizzazione e specializzazione: si consolidano progetti editoriali con profili teorici più definiti, si rafforzano i centri di documentazione e si sviluppano riviste legate alla differenza sessuale e alla riflessione filosofica. Negli anni novanta si avviano processi di ridefinizione che investono modelli organizzativi, reti di produzione e forme di diffusione: alcune realtà storiche si trasformano o cessano, mentre altre si orientano verso la ricerca, la saggistica specialistica e il dialogo con l’accademia, in un contesto in cui temi e autrici femministe entrano più stabilmente nell’editoria generalista.

Con l’inizio del XXI secolo l’editoria femminista assume forme più policentriche e si intreccia con la diffusione del digitale e della multimedialità, con l’emergere di nuovi filoni teorici – tra cui femminismo intersezionale, queer e postcoloniale – e con iniziative promosse da associazioni culturali, gruppi di ricerca e piattaforme online. Il panorama contemporaneo è caratterizzato da una pluralità di soggetti, linguaggi e strumenti, che riflettono la diversificazione delle pratiche editoriali e dei luoghi di produzione e conservazione dei saperi femministi. La stampa dell'emancipazionismo Diversi studi hanno collocato le origini della stampa "femminista" in senso storico nella seconda metà del XIX secolo - una stampa “scritta da donne per difendere i diritti delle donne” - legata al fiorire di scritti e periodici nati in contesti diversi (patriottico, associativo, politico), ma accomunati dall’uso del giornale come strumento di presa di parola autonoma e di rivendicazione di diritti civili, educativi e politici per le donne.

Già nel 1848, nel pieno dei moti risorgimentali, compaiono i primi giornali esplicitamente rivolti alle donne e fondati da donne. A Roma esce La donna italiana, cui collabora Amelia Calami, a Venezia viene pubblicato Il circolo delle donne italiane, mentre a Palermo, testate come La tribuna delle donne chiedono l’organizzazione di club femminili, la creazione di giornali propri e rivendicano la creazione di una “terza Camera”, affermando il diritto delle donne a partecipare alla vita politica e a giudicare le scelte istituzionali.

Dopo l'Unità d'Italia un ruolo centrale è svolto dal periodico La Donna, fondato a Padova nel 1868 da Gualberta Alaide Beccari e pubblicato fino ai primi anni novanta dell’Ottocento, considerato dalla storiografia il principale organo dell’emancipazionismo italiano per continuità, diffusione e capacità di creare una rete nazionale di collaboratrici. La Donna combina formazione morale, istruzione laica e rivendicazioni civili, offrendo uno spazio di confronto su temi quali il lavoro femminile, l’accesso all’istruzione e, progressivamente, i diritti politici.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la stampa femminile si articola ulteriormente, dando luogo a un panorama che comprende testate di orientamento laico, socialista e cattolico, spesso legate ad associazioni e comitati e in seguito ai primi partiti di massa. In questo contesto si afferma la figura della giornalista-attivista, di cui sono esempio Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, che intreccia l’attività editoriale con l’impegno politico e associativo. La stampa diventa uno spazio di elaborazione e di confronto interno al movimento delle donne, attraversato da posizioni divergenti su suffragio, lavoro, famiglia ed educazione.

La Grande Guerra e il primo dopoguerra segnano una fase di forte tensione e trasformazione. L’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro extradomestico e il dibattito sul suffragio producono una temporanea espansione editoriale, ma contribuiscono anche alla frammentazione del fronte emancipazionista, indebolito dalle diverse posizioni assunte in merito alla partecipazione italiana al conflitto, dalla crisi economica e dall’involuzione autoritaria dello Stato liberale.

Stampa femminile e organizzazioni di massa

Durante il ventennio fascista le testate femminili di area socialista e comunista vengono soppresse e allontanate giornaliste e redattrici critiche del nuovo corso e non disposte ad operare entro i limiti imposti dal regime. La stampa femminile viene progressivamente inquadrata nel sistema di controllo e propaganda, chiamata a sostenere la battaglia demografica e a diffondere il modello della “donna fascista” come madre e custode della famiglia. Tuttavia, il panorama resta articolato: accanto agli organi ufficiali del Partito Nazionale Fascista e delle organizzazioni femminili del regime, continuano a esistere riviste cattoliche, commerciali e culturali, e nascono le prime riviste femminili di massa, che veicolano rappresentazioni plurali e talvolta in tensione con l’ideologia ufficiale di domesticità.

Con la caduta del fascismo e l'avvio della ricostruzione democratica, le istanze di emancipazione riemergono soprattutto nell’ambito della sinistra politica e sindacale. La fondazione dell’Unione Donne Italiane (UDI) nel 1944 e della rivista Noi Donne, nata nell'emigrazione antifascista in Francia, segnano una nuova fase della stampa femminile, inserita nel quadro delle grandi organizzazioni politiche e associative del secondo dopoguerra, senza tuttavia dar luogo a un ambito editoriale autonomo.Nel 1965 un numero di NoiDonne che riporta l'intestazione "20 anni dal voto, 20 anni con NoiDonne", ripercorre la storia del "movimento femminile" italiano, la partecipazione delle donne alla Resistenza e le lunghe lotte per il diritto di voto. Cfr.:

Anni sessanta Negli anni sessanta la società italiana è attraversata da profondi mutamenti sociali e culturali che incidono in modo significativo sulla condizione femminile. Il boom economico, gli intensi flussi migratori, l’accesso di massa all’istruzione superiore e la progressiva messa in discussione dei modelli familiari tradizionali contribuiscono a ridefinire ruoli, aspettative e forme di partecipazione delle donne alla vita pubblica.

Sul piano legislativo e civile, alcune riforme segnano tappe rilevanti nel riconoscimento dei diritti femminili, come la parità salariale e l’accesso delle donne alla magistratura nei primi anni del decennio, mentre la successiva approvazione della legge sul divorzio nel 1970 testimonia un mutamento dei costumi ormai avviato.In questo contesto iniziano a circolare in Italia testi sulla condizione femminile, come le testimonianze raccolte da Gabriella Parca ne Le italiane si confessano (1961) e la traduzione di icone del femminismo internazionale, tra cui Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (inserito dalla Chiesa nel 1956 nellIndice dei libri proibiti e tradotto nel 1961 per le edizioni Il Saggiatore) e La mistica della femminilità di Betty Friedan (Edizioni di Comunità, 1964), pubblicati da editori generalisti e destinati a un pubblico colto e militante. Queste opere offrono strumenti teorici che alimentano il dibattito sulla condizione femminile e contribuiscono a mettere in discussione l’autorità delle istituzioni e della morale sessuale dominante.

Pur in assenza di un’editoria femminista autonoma in senso organizzato e riconoscibile, il decennio è segnato da una crescente attenzione pubblica per i temi della sessualità, del corpo e dei ruoli di genere, di cui sono un esempio inchieste come Che cosa pensano le ragazze d’oggi? pubblicata sul giornalino del Liceo Parini di Milano La zanzara, casi di cronaca - il rifiuto del matrimonio riparatore da parte di Franca Viola, giovane siciliana vittima di stupro - e produzioni cinematografiche che suscitano un ampio dibattito (Le italiane e l'amore, 1962, tratto dal libro di Gabriella Parca, Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini, 1965).

Le mobilitazioni del 1968 e l'autunno caldo del 1969 rappresentano un momento di accelerazione, coinvolgendo direttamente molte giovani donne e creando le condizioni politiche e culturali che, all’inizio degli anni settanta, porteranno alla nascita dei primi collettivi femministi e delle prime esperienze editoriali autonome., 71

Tra le prime elaborazioni teoriche del femminismo italiano contemporaneo si colloca il manifesto Demistificazione dell’autoritarismo patriarcale, diffuso nel 1966 dal gruppo milanese Demau, un gruppo misto di uomini e donne, influenzato dai pensatori della scuola di Francoforte come Theodor Adorno e Herbert Marcuse, dalla psicoanalisi e dagli scritti giovanili di Marx, che pone al centro della riflessione l'analisi critica dell' "autoritarismo patriarcale".