La storia del debito pubblico italiano è stata caratterizzata da diversi periodi di tendenza, dai tempi dell'Unità d'Italia fino agli anni recenti.

Introduzione Dalla creazione del debito unificato degli Stati pre-unitari nel 1861, si sono verificati quattro principali periodi di accumulo del debito pubblicoFrancese, Pace, 2008.: Seconda metà del XIX secolo; Periodo connesso alla prima guerra mondiale; Periodo connesso alla seconda guerra mondiale; Periodo successivo alla metà degli anni sessanta. La dinamica del debito italiano è molto diversa da quella della maggior parte degli altri Paesi industrializzati, come Regno Unito, Francia, Giappone.

Il debito pubblico è spesso analizzato in rapporto ad altri fattori, come la dimensione del PIL o la crescita reale del PIL. Infatti, il debito pubblico ha stretta relazione con altri fattori economici, come la crescita economica, il saldo primario e le componenti di spesa pubblica (ad esempio, esterna o interna); il debito pubblico italiano storicamente tende ad essere elevato rispetto alla dimensione del PIL, a fronte di una crescita economica non sempre elevata.

Dall'Unità d'Italia alla prima guerra mondiale L'unificazione fiscale nello Stato unitario Una delle prime leggi del Regno d'Italia ha decretato la nascita del Gran Libro del Debito pubblico (legge n° 94 del 10 luglio 1861). L'unificazione dei debiti degli Stati preunitari fu poi stabilita con legge n. 174 del 4 agosto 1861 dal Regno d'Italia. L'unificazione dei debiti intendeva raccordare la nuova gestione con quelle precedenti, nonostante le differenze tra le entità del debito dei vari stati: il 57% del totale era costituito dal debito del solo Regno di Sardegna, gravato dai costi della campagna di unificazione nazionale. Pertanto, per fare fronte all'indebitamento pregresso, già a partire dal 1862 vennero istituiti diversi nuovi tributi. Inoltre, in risposta all'aumento del disavanzo dovuto alla terza guerra di indipendenza, nel 1866 fu decretato l'eversione dell'asse ecclesiastico che comportò la vendita all'asta dei beni ecclesiastici incamerati dallo stato (compresi beni delle opere assistenziali)Infatti, le precedenti leggi anticlericali del Regno di Sardegna del 1855, in particolare la L. 29 mag. 1855, n. 878, detta legge Rattazzi, artt. 1, 4. riconosceva comunque personalità giuridica agli enti preposti "alla predicazione, all’educazione e all’assistenza degli infermi".: i ricavati dalle vendite furono però modesti e l'operazione un sostanziale fallimento. Tutte queste misure non furono sufficienti ad arginare l'aumento del disavanzo, per cui nel 1868 venne infine introdotto uno dei tributi più impopolari: la tassa sul macinato.

Nonostante le maggiori entrate generate dalle nuove imposte, il rapporto debito/PIL nel 1871 era comunque più che raddoppiato in dieci anni (passando dal 37,6% del 1861 al 96,1% del 1871) anche a causa delle costose campagne belliche, in particolare della guerra austro-prussiana del 1866, e della costruzione di infrastrutture pubbliche. Negli anni 1870 il debito aveva superato il 100% del PIL.

Nel 1866 venne imposto il corso forzoso, per stimolare la circolazione di moneta cartacea rispetto a quella metallica. Nel 1883 il corso forzoso venne però abolitoIn altre parole, si reintrodusse la convertibilità della moneta in oro, ma questo venne di fatto reintrodotto già nel 1887, a cui seguirà un progressivo aumento del debito pubblico negli anni successivi. In particolare, il debito pubblico conobbe un brusco aumento tra il 1889 al 1894, lustro in cui si verificò una forte crisi bancaria. In risposta a tale crisi, nel 1893 venne istituita la Banca d'Italia. Nel frattempo, nel dicembre 1888, il potente primo ministro Francesco Crispi aveva ottenuto di destinare per legge un terzo del bilancio pubblico italiano alle spese militari, con il fine di intraprendere per la prima volta una politica coloniale per l'Italia.

Nel 1897 il rapporto debito/PIL raggiunse il valore massimo fino a quel momento, pari al 117%.Pierluigi Ciocca, Gianni Toniolo, Storia economica d'Italia: Industria, mercati, istituzioni, Laterza, 2003. Nel periodo giolittiano, il rapporto del debito/PIL diminuìCrispi si era dimesso a seguito della disfatta di Adua del 1896 e Giovanni Giolitti divenne il nuovo presidente del consiglio grazie all'effetto della crescita economica, scendendo progressivamente fino al 74% nel 1911.

La prima fase di industrializzazione Nel 1898, per la prima volta nella storia unitaria, il saldo del debito pubblico divenne positivo: rimase tale sino al 1909: questa situazione rilanciò il dibattito sulla politica economica, produttiva e tributaria, non più limitandolo al solo tema dell'aumento delle entrate statali tramite aumento della tassazione, ma anche sui temi di rilancio vero e proprio dell'economia, ad esempio sulla necessità o meno del protezionismo agricolo, e sul tema della spesa pubblica, ad esempio se fosse eccessiva o meno in alcuni settori, come nei casi della burocrazia e dell'esercito.Forsyth, D. J. (2012). La politica fiscale dell’Italia liberale dall’unità alla crisi di fine secolo, di Gianni Marongiu: pag. 217. Tra il 1896 e il 1913 avvenne una prima fase di industrializzazione, con un'accelerazione nella crescita economica e un aumento del PIL rispetto al passato.

Tra le due guerre

L'Italia uscì dalla prima guerra mondiale con debito pubblico estremamente elevato, che toccò il valore massimo nel 1920. Tra il 1925 e il 1927, il debito pubblico, in massima parte composto da debito con l'esteroIl debito era stato contratto in gran parte con Gran Bretagna e USA, venne in gran parte condonato grazie all'azione mediatrice del ministro delle finanze Giuseppe VolpiAstore, Marianna, and Michele Fratianni. "‘We can't pay’: how Italy dealt with war debts after World War I." Financial History Review 26.2 (2019): 197-222.: questo successo negoziale ebbe come conseguenza un basso peso del debito ancora per un decennio, ovvero fino all'inizio degli anni trenta. In questa fase concorsero al contenimento del debito altri due fattori: la debolezza della lira e la crescente inflazione, tuttavia si ebbe anche la svalutazione del valore reale dei salari e una progressiva crescita della disoccupazione. Per contrastare la continua svalutazione della lira, già nel 1926 il governo aveva annunciato una politica di rivalutazione della lira tramite l'obiettivo del cambio fisso tra la lira e la sterlina britannica nella proporzione del 90% e per questo chiamata Quota 90.

Nel 1933 venne creato l'IRI, su progetto di Alberto Beneduce, come soluzione temporanea per proteggere alcuni comparti industriali dal rischio di allargamento della crisi bancaria.

La situazione economica e debitoria italiana cambiò bruscamente nel 1935, dopo la decisione governativa dell'inizio della campagna di guerra in Africa: venne infatti imposta una pesante tassazione ai soggetti privati (sia tramite una imposta patrimoniale, che con iniziative come Oro alla Patria), che si applicò anche ad alcuni comparti produttivi (la tassa IGE colpì infatti alcune fasi della produzione), ciononostante la spesa pubblica (e con essa il debito) ricominciò a salire bruscamente. Nel 1936 l'Italia uscì infine dal regime di gold standard. Dal 1936 il debito pubblico aumentò progressivamente, fino a raggiungere il massimo nel 1943.

Secondo dopoguerra I "trenta gloriosi"

L'immediato dopoguerra, fino agli anni sessanta, fu un periodo di grande crescita economica sostenuta da una combinazione di fattori, tra cui il grande volume di esportazioni.Relazione del direttore generale alla Commissione parlamentare di vigilanza-Il debito pubblico in Italia 1861-1987 (PDF), Ist. Poligrafico dello Stato, 1987

Nel 1963 il debito pubblico italiano rispetto al PIL toccò il livello minimo dal dopoguerra (32,6%): dopo, questo indicatore cominciò a crescere ininterrottamente fino ai primi anni novanta, toccando il picco nel 1994 del 120%.

Il periodo tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni ottanta vide un graduale rallentamento della crescita economica (e quindi l'esaurirsi del boom economico), mentre gli anni settanta furono caratterizzati da alcuni periodi di recessione legati alle crisi petrolifere. Nel trentennio 1960-1990, si assistette ad un progressivo aumento della spesa pubblica, che passò dal 29% del PIL del 1960 al 53,5% del 1990: tale maggiore spesa seguì alla graduale istituzione, dagli anni sessanta, di un esteso sistema di welfare state per venire incontro alle richieste dei lavoratori, ed alla messa in atto di ricette keynesiane di espansione della spesa pubblica per sostenere la produzione e dunque la crescita economica stessa (finanziamento in deficit della crescita). Come conseguenza, la spesa pubblica in prestazioni sociali in rapporto al Prodotto interno lordo raddoppiò in trent'anni.

Se il debito aumentò, però, non si assistette ad un aumento proporzionale della pressione fiscale che, dal 25,7% del 1960, ancora nel 1985 era pari al 34,6% del PIL, contro il 41% della media europea e il 45% della Francia. Anche la spesa per interessi sul debito aggravava il debito stesso, dovuta ad uno spread non basso (rendimenti dei BOT fino al 20%) a causa di una situazione politica interna giudicata dal di fuori non pienamente credibile e stabile già a partire dagli anni settanta dopo il boom economico, proseguita poi negli anni ottanta e terminata con gli attacchi speculativi alla lira nello SME dei primi anni novanta, cui l'Italia fronteggiava tramite la svalutazione della lira, lo scandalo di tangentopoli e la fine della Prima Repubblica..

Conseguenza di questa asimmetria tra entrate ed uscite nel bilancio dello Stato è dunque un elevato deficit pubblico, che passa da una media inferiore al 2% negli anni sessanta a una media rispettivamente del 5% e del 9% nella prima e nella seconda metà del decennio successivo, per mantenersi intorno al 10-11% negli anni ottanta. La conseguenza fu dunque il continuo aumento del debito pubblico. Va anche osservato come, nel corso degli anni settanta, diminuisca la crescita del PIL reale, mentre aumenta l'inflazione; anche le esportazioni vedono una diminuzione rispetto agli anni sessanta.Onofri, Paolo, and Giorgio Basevi. Uno sguardo retrospettivo alla politica economica italiana negli anni'70. No. 280. Quaderni-Working Paper DSE, 1997.

Gli anni settanta Gli anni settanta furono caratterizzati, per la prima volta dal dopoguerra, da alcuni periodi di recessione: questi avvennero in concomitanza delle crisi petrolifere a partire dal 1973. La spesa pubblica iniziò a salire sostanzialmente, anche per venire incontro alla richiesta di maggiori misure di welfare da parte dei lavoratori; nel 1973 si decretò per alcune categorie di dipendenti pubblici la possibilità di pensioni anticipate. Durante tutti gli anni settanta il peso del debito sul PIL fu comunque mitigato dalla forte inflazione, dove la Banca d'Italia emetteva moneta per acquistare i titoli di Stato non collocati sul mercato, alimentando ulteriormente l'inflazione stessa. Infatti, nel 1980, l'incidenza del debito pubblico sul PIL era solo del 56,9%; questo valore era tuttavia notevolmente maggiore di quello delle principali economie europee. Nel 1979 l'Italia aderisce allo SME (Sistema Monetario Europeo), che stabiliva un sistema di controlli sulle oscillazioni reciproche tra le valute Europee, al fine di cercare di ottenere una maggiore stabilità e controllo sul valore delle valute.

Gli anni ottanta