Villa Selvatico è una villa veneta situata nel comune di Battaglia Terme, in prossimità di Abano Terme, in provincia di Padova. La villa sorge su di una collina, detta di Sant'Elena, che originariamente prendeva il nome di collinetta del "Pignaro" e successivamente della "Stufa", a causa dei bagni a vapore utilizzati nel vicino ospizio di pellegrini costruito nel 1119Bruno Brunelli e Adolfo Callegari, Ville del Brenta e degli Euganei, p. 278-281. Di proprietà della famiglia dei Carraresi, a seguito della caduta in rovina della stessa, vede il susseguirsi di numerosi volti della nascente nobiltà locale, tra i quali sicuramente la famiglia Selvatico, che diverrà fondamentale nella costruzione della prima forma della villa.Bruno Brunelli e Adolfo Callegari, Ville del Brenta e degli Euganei, p. 281 e seguenti

Storia Famiglia Selvatico All'origine della famiglia Selvatico è stato individuato come capostipite un tale Bonincontro detto Salvadego de' Salvadeghi, venuto a Padova da Milano con il figlio Antonio agli inizi del Trecento. È intuibile che i due godevano già di un'importanza notevole, visto che Antonio sposò una contessa Sartori.

Possedimenti fondiari della famiglia Selvatico A mettere per la prima volta i Selvatico in contatto con i territori dove ora sorge la villa fu Giovanni Lanari, la cui figlia Agnese sposò Alvise Selvatico, uno dei figli di Antonio. Giovanni, infatti, aveva comprato da Francesco da Carrara le valli di Lispida, di proprietà della famiglia di questi in seguito alla donazione da parte di Federico II imperatore a Niccolò da Carrara. Agnese Lanari si portò in dote le valli, ma il marito morì presto e prima di passare a nuove nozze dispose un atto di donazione delle valli ai figli nel 1426. Tuttavia, la donazione venne confermata solo trent'anni dopo, in sede testamentaria, al figlio Bartolomeo, unico sopravvissuto.Le valli erano molto vaste e comprendevano 393 campi, compresi fra il canale della Battaglia, il canale di Arquà e i monti di Lispida e Galzignano.

Nel 1504 le valli furono date in affitto dalla famiglia Selvatico con obbligo di coltura, che iniziò solo nel 1557, quando i Provveditori dei beni inculti della Serenissima istituirono un progetto di bonifica delle terre, il cosiddetto "Retratto di Monselice".Bruno Brunelli e Adolfo Callegari, Ville del Brenta e degli Euganei, p. 278-282

Collina di Sant'Elena La collina, dove ora sorge la villa, s'innalzava di 32 metri su un territorio all'epoca malsano. Era nota come "collinetta del Pignaro" o "di Sant'Eliseo" e, successivamente, anche come "Monte della Stupa", a causa del bagno a vapore esistente già dal XII secolo. Nella sua cima ospitava la chiesetta di Sant'Elena, costruita sulle preesistenze di un'altra chiesa più antica dedicata a Sant'Eliseo e nominata in un documento del 1156Ecclesie Sancti Elisei in monte, e uno spedale dei pellegrini, costruito nel 1199 grazie al lascito della nobile Speronella DelesmaniniP.L. Fantelli, Ville Venete a Battaglia Terme, p. 95.

Di proprietà dei Carraresi, in seguito alla loro caduta la Camera Fiscale di Padova vendette il monte a tre soci: Francesco Capodilista, Marino Zabarella e un tale Verzelesi. Successivamente, il possedimento passò prima al figlio di Marino e poi ad Agnese, sua nipote, sposata con un tale Giacomo da Lion. Fu proprio la nipote di questi, Alba da Lion, a vendere la proprietà ai quattro fratelli Bartolomeo, Battista, Francesco e Gerolamo Selvatico il 25 febbraio 1561, dopo essersi consultata con lo zio e comproprietario Pietro. Anche se in cattive condizioni, la casa padronale situata sul monte era sicuramente abitabile nel 1587, quando Francesco vi fece testamento.

Costruzione della villa (1593-1650) Dei quattro fratelli Selvatico fu Bartolomeo a dedicarsi all'idea di realizzare una nuova residenza familiare; tuttavia i lavori cominciarono solamente quando egli aveva già sessant'anni, nel 1593. Bartolomeo, giureconsulto e di indole prudente, pensava ad una casa senza troppi eccessi, visto che la famiglia, seppur nobile e benestante, non era ricchissima.

Parallelamente, grazie all'intervento del figlio Alvise, arcidiacono della cattedrale di Padova, si intervenne anche sull'oratorio, dove la prima messa fu tenuta il 14 ottobre 1596.

Ad aiutare economicamente nei lavori di costruzione della villa, fu anche il fratello Gerolamo, che avendo solo un figlio, disponeva di più possibilità economiche e che in cambio chiese solamente che sua moglie, una volta vedova, potesse continuare a recarvisi in villeggiatura.

Negli anni 1600-1601 Bartolomeo continuò a lavorare sulla casa: come dimostrano alcune sue note riguardo alle spese effettuate in quel periodo, "nel 1600 fa rompere il monte per ottenere un piazzale, ordina tre palle da mettere su piramidi ornamentali, [acquista] pietre di Nanto per incorniciare porte e finestre; restaura i bagni"Provveditori di comun, ''Descrittione delli Stabili del Sig. Cavaliere Benedetto Selvatico alla Battaglia nel Padovano''. L'anno successivo paga due pittori, Domenego e Gasparo, che intervengono sugli esterni della villa. Risale a questi anni anche la costruzione di un loggiato sul retro per godere del bel paesaggio. Attorno al monte c'erano quattro campi, due vigneti e due incolti, e un orto a pergole, che dal 1601 vengono dati in conduzione a Franc. Scarabotto della Corte di Arquà, mentre Bartolomeo vi si reca saltuariamente.

Bartolomeo Selvatico morì nel 1603, indicando come suo successore nella gestione della villa il figlio primogenito Alvise. A causa di un'affezione bronchiale, però, la morte sopraggiunse anche per quest'ultimo non molto tempo dopo quella del padre, causando uno stallo nei lavori di prosecuzione della fabbrica della villa. Ci pensò il fratello di Alvise, Francesco, a far ripartire i lavori e nel 1625 diede a mezzadria il monte a Domenego Perazzolo d'Arquà, per poi morire nel 1630. Rimase, infine, solo il fratello Benedetto a doversi occupare sia della villa che dei nipoti. Medico di grande fama, nutriva un forte amore per la famiglia e non aveva mai preso moglie né avuto figli, probabilmente anche per il desiderio che non se ne moltiplicassero i rami.

In linea con il suo carattere, Benedetto non riempì la casa di molti mobiletti, soprammobili o altri lussi effimeri, contrariamente alla moda dell'epoca, ma si concentrò sulla costruzione e sul miglioramento della villa, oltre che sulla commissione artistica. Le vie d'accesso furono migliorate, le stanze furono ampliate e nel 1645 Benedetto fece costruire una strada per le carrozze ed ebbe l'idea di costruire una scala. Per questo compito il 1ºnovembre 1645 fu assunto il tagliapietre Tomio Forzan (o Furlan) di Padova, che propose un progetto di scala monumentale che, partendo da due rami che si congiungevano in un pianerottolo, continuava dritta e ortogonale a questi con 104 scalini e 8 ripiani, per poi tornare a dividersi in due rami all'altezza della piazza superiore. Il 14 aprile 1646 non si era ancora realizzata la statua e perciò il progetto fu modificato, sotto suggerimento di Benedetto, riducendo i ripiani a sette e facendo finire la statua direttamente in cima al monte. Inoltre, il Forzan aveva pensato anche una serie di "figure dipinte e scolpite di giganti e di scimmie, e vasche per fontana", che non si sa se siano mai state eseguite. In seguito alla costruzione della scala nacquero anche una serie di contestazioni tra il Forzan e Benedetto Selvatico, documentate da alcune lettere e documenti, dovute ad alcuni problemi strutturali.La corrispondenza di Forzan ci informa anche sull'avanzamento dello stato di costruzione dell'edificio principale, che in quegli anni assume la forma attuale, venendo completato definitivamente nel 1650.

Attribuzione del progetto

Questa è la lettera di Tomio Forzan che, secondo gli studiosi Bruno Brunelli e Adolfo Callegari, lo vorrebbe come autore del progetto complessivo dell'attuale villa.Bruno Brunelli e Adolfo Callegari, Ville del Brenta e degli Euganei, p. 286

Da Le Maraviglie dell'arte del pittore e scrittore Carlo Ridolfi, invece, pare si possa evincere che ad aver ideato il progetto di Villa Selvatico sia stato Dario Varotari, pittore veneto che si intendeva anche di architetturaC. Ridolfi, Le meraviglie dell'arte: ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello stato, II [Venezia 1648], Padova, Arnaldo Forni, 1837, p. 273 (consultabile online presso google books). Questa tesi è sostenuta, in notaC. Ridolfi, Le meraviglie dell'arte: ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello stato, II, a cura di D. Baron von Hadeln, Berlino, G.Grote, 1914, anche dallo storico dell'arte Detlev Baron von Hadeln, che osserva come vi siano delle somiglianze tra villa Selvatico e villa Montecchia"vielleicht die dem Conte Emo jetzt gehörighe Villa südlich von Battaglia in der Anlage vieles mit der oben erwähnten Villa Montecchia gemein hat"

"forse la villa a sud di Battaglia che oggi appartiene al Conte Emo ha nell'impianto molto in comune con la già citata villa Montecchia"

da B. Brunelli e A. Callegari, Ville del Brenta e degli Euganei, progettata da Dario. Sicuramente sappiamo che nella villa ha lavorato come pittore il figlio di Dario, Alessandro Varotari detto il Padovanino, e perciò anch'egli viene ipotizzato come possibile progettista.

Brunelli e Callegari, facendo riferimento alla già citata lettera del Forzan, si oppongono a queste idee e sostengono che ci sono troppe incongruenze nella versione di Ridolfi, segno della sua scarsa conoscenza in merito, e che la somiglianza tra villa Selvatico e villa Montecchia significa solamente che il Forzan la prese come riferimento, forse anche per volere del committente.

In seguito, a tornare sulla questione è lo studioso Francesco Cessi in un articolo dell'aprile 1959 nella rivista Padova e la sua Provincia. Secondo Cessi, Tomio Forzan non si dovrebbe considerare architetto della villa, né in tutto né in parte, ma solo capomastro per i lavori della grande scala monumentale. A sua volta, sostiene che ad aver ideato il progetto originario fu Lorenzo Bedogni, discepolo di Luca Ferrari e per certo già autore delle pitture all'interno della cupola dell'edificio. Gli argomenti che Cessi porta a supporto di questa tesi sono molteplici e in più punti riprendono il lavoro di Brunelli e Callegari, criticandolo. La prima motivazione è l'incarico di Proto, assegnato al Bedogni nel 1651 per la trasformazione del presbiterio e del coro vecchio della Basilica del Santo, che è visto come un punto di arrivo nella sua carriera da architetto, sebbene non ci siano abbastanza testimonianze certe dei suoi lavori precedenti (tra cui si ipotizza, quindi, villa Selvatico). Altre motivazioni derivano dall'analisi attenta di alcuni documenti relativi alla villa, che smentiscono la possibilità che il progettista possa essere stato il Forzan; dall'analisi stilistica dell'edificio, che individua alcune somiglianze con i noti successivi lavori del Bedogni in Germania, e dal rapporto amichevole che l'artista aveva con la famiglia Selvatico, in particolare con Benedetto, che avrebbe reso possibile una collaborazione tra committente e progettista, come si pensa sia avvenuto.

L'ipotesi più accreditata sembra essere quella di Francesco Cessi, più recente e ricca di argomentazioni. Nonostante ciò, Lorenzo Bedogni non figura in alcun documento associato alla progettazione della villa, ma solamente in relazione al suo lavoro pittorico, quindi, l'attribuzione resta incerta.

Committenza artistica di Battista (1649-1658)