Il Referendum istituzionale in Italia del 1946, fu la consultazione popolare sulla forma istituzionale dello Stato, svoltasi domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946, per scegliere tra monarchia e repubblica. I votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. La Repubblica vinse con il 54,27% dei voti. In virtù dei risultati, il 18 giugno 1946 la Corte suprema di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana.

Contemporaneamente si votò altresì per l'elezione di un'Assemblea Costituente, cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale, ai sensi del Decreto legge luogotenenziale 151/1944.

Storia e risultati Convocazione dei comizi

Il decreto luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, emanato durante il governo Bonomi, tradusse in norma l'accordo che, al termine della seconda guerra mondiale, fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello Stato ed eleggere un'Assemblea Costituente.

L'attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e si chiarisse: nell'aprile 1945 (fine della guerra) l'Italia era un paese sconfitto, occupato da truppe straniere, possedeva un governo che aveva ottenuto la definizione di cobelligerante e una parte della popolazione aveva contribuito a liberare il paese dall'occupazione tedesca.

Il 16 marzo 1946 il principe Umberto emanò il decreto luogotenenziale n. 98, come previsto dall'accordo del 1944, che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente. Il decreto per l'indizione del referendum recitava, in una sua parte: « [...] qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci...», frase che poteva lasciar intendere che esisteva anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la maggioranza degli elettori votanti. L'ambiguità di questa espressione sarà causa di accesi dibattiti e contestazioni post-referendarie, comunque ininfluenti per la proclamazione del risultato referendario, in quanto i voti favorevoli alla repubblica saranno numericamente superiori alla somma complessiva delle schede bianche, nulle e favorevoli alla monarchiaI voti favorevoli alla repubblica superarono di circa due milioni quelli favorevoli alla monarchia, mentre le schede nulle furono solo 1 498 136. Il decreto sciolse definitivamente i nodi dei poteri dell'Assemblea Costituente e della scelta tra la monarchia e la repubblica. All'articolo 2 del decreto, in caso di vittoria della repubblica, si stabilivano i passaggi successivi a cominciare, come primo atto della Costituente, dall'elezione del capo provvisorio dello Stato; che a sua volta avrebbe esercitato le sue funzioni fino alla nomina del capo dello Stato, a norma della Costituzione deliberata dall'Assemblea. Nell'intervallo temporale tra il giorno della proclamazione dei risultati del referendum e l'elezione del capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni sarebbero state esercitate dal presidente del Consiglio in carica nel giorno delle elezioni. Ad avvenuta elezione del capo provvisorio dello Stato, il governo avrebbe dovuto presentare le dimissioni e alla massima carica repubblicana sarebbe spettato l'onere di dare l'incarico nel giorno delle elezioni.

Nell'ultimo capoverso dell'articolo 2 era ricompresa l'eventualità di una vittoria della monarchia, con la prosecuzione del regime luogotenenziale fino all'entrata in vigore delle deliberazioni dell'Assemblea sulla nuova Costituzione e sul capo dello Stato. Con il successivo decreto luogotenenziale n. 99 dello stesso giorno vennero convocati i comizi elettorali per il 2 giugno 1946Federico Fornaro, 2 giugno 1946. Storia di un referendum, Torino, Bollati Boringhieri, 2021, pp. 131-133.. La campagna referendaria La campagna fu aperta dalla celebre frase del leader socialista Pietro Nenni: «o la Repubblica o il caos!»"Era una chiara testimonianza anche della diffusa consapevolezza dei rischi che si correvano, nell’intreccio nefasto di condizionamenti, timori e interessi internazionali": G. Buonomo, Referendum della svolta: l'Italia sceglie la Repubblica, La Gazzetta di Parma, 31 maggio 2026, suppl. la Domenica, p. 2.. Oltre ai tradizionali partiti di orientamento repubblicano (PCI, PSIUP, PRI e Partito d'Azione) tra il 24 e il 28 aprile 1946, nell'ambito dei lavori del suo I Congresso, anche la Democrazia Cristiana, a scrutinio segreto, si espresse a favore della Repubblica, con 730.500 voti favorevoli, 252.000 contrari, 75.000 astenuti e 4.000 schede bianche.

L'unico partito del CLN a esprimersi in senso favorevole alla monarchia fu il Partito Liberale, che durante il suo congresso nazionale, tenutosi a Roma, votò una mozione in tal senso, con 412 voti contro 261Andrea Ungari, In nome del re. I monarchici italiani dal 1943 al 1948, Le Lettere, Firenze, 2004, p. 215. Alla consultazione referendaria, il PLI si presentò insieme con Democrazia del lavoro nella lista Unione Democratica Nazionale. Il Fronte dell'Uomo Qualunque, di nuova costituzione, assunse una posizione agnostica[Andrea Ungari, cit., pp. 185 e 256], il suo fondatore Guglielmo Giannini era di fede repubblicana, ma il suo elettorato e i suoi principali membri di fede monarchica, posizionandolo quindi de facto per uno status quo.

Allo scopo di garantire l'ordine pubblico, venne creato un corpo accessorio di polizia ausiliaria, a cura del Ministero dell'Interno diretto da Giuseppe Romita.

Per la prima volta nella storia elettorale italiana venne effettuato anche un sondaggio sulle previsioni del voto, realizzato dalla Doxa, fondata nello stesso anno da Pierpaolo Luzzatto Fegiz e pubblicato dal periodico milanese Il Sole il 28 e il 29 maggio 1946, che riportò le seguenti opinioni degli intervistati: per il 9% ci sarebbe stato un "esito sicuramente favorevole alla monarchia"; per il 16% "probabilmente favorevole alla monarchia"; per il 15% l'esito era "incerto"; per il 26% "probabilmente favorevole alla repubblica"; per il 25% "sicuramente favorevole alla repubblica" e un restante 9% "non sapeva".

Abdicazione ed esilio di Vittorio Emanuele III

Nell'estremo tentativo di salvare l'istituzione monarchica e con essa la dinastia, Vittorio Emanuele III decise finalmente di abdicare a favore del figlio Umberto di Savoia, principe di Piemonte e luogotenente del Regno. Era stato un gesto meditato e trovò conferma nei diari di Falcone Lucifero. La decisione era stata maturata tra il 16 marzo e il 23 aprile 1946, le date delle due leggi sul referendum. Paolo Puntoni, invece appuntò sul suo diario del 25 aprile 1946 che Vittorio Emanuele III gli disse che, d'accordo con gli Alleati, il figlio e i capi di partiti di centro e di destra, lui avrebbe dovuto abdicare per rendere più probabile una vittoria della monarchia al referendum. Il duca Pietro Acquarone, ministro della Real Casa, dal 24 aprile 1946 si disse convinto che il re avrebbe lasciato l'Italia prima del voto referendario. Il re si decise infatti a compiere il gesto dalla sua residenza di Villa Rosebery, a Napoli, alle ore 15:45 del 9 maggio 1946, quasi un mese prima delle consultazioni. Il sovrano firmò l'atto su carta bollata utilizzando la formula usata dal bisnonno Carlo Alberto nel 1849 e la firma venne autenticata dal notaio della corona Nicola Angrisani. L'atto venne controfirmato come testimoni dall'aiutante di campo Paolo Puntoni e dal tenente colonnello Brunoro de Buzzaccarini.

Alle ore 19:55, al termine di un breve incontro con Umberto II, nuovo re di Casa Savoia, Vittorio Emanuele III, a settantasette anni, due terzi dei quali passati da sovrano, si imbarcò con l'ex regina Elena e una ristrettissima corte, dal golfo di Napoli, sull'incrociatore Duca degli Abruzzi con destinazione Alessandria d'Egitto, in esilio volontario, che raggiunse il 12 maggio 1946. L'ex sovrano da quel momento assunse fino alla scomparsa il titolo di conte di Pollenzo. Gli Alleati confermarono al presidente del Consiglio De Gasperi il loro nullaosta dal momento che l'abdicazione non comportava nessuna azione da parte della commissione alleataFederico Fornaro, 2 giugno 1946. Storia di un referendum, Torino, Bollati Boringhieri, 2021, pp. 150-151..

I partiti schierati a favore della repubblica invece protestarono, ritenendo che l'assunzione dei poteri regali da parte del luogotenente del Regno contrastasse appunto con l'art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, che diceva: «Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci in favore della Monarchia, continuerà l'attuale regime luogotenenziale fino all'entrata in vigore delle deliberazioni dell'Assemblea sulla nuova Costituzione e sul Capo dello Stato». Il ministro di Grazia e Giustizia e leader del Partito comunista, Palmiro Togliatti sostenne che il re non potesse abdicare anche in vigenza del decreto n. 151 del giugno 1944 e che la monarchia si fosse resa responsabile della rottura della tregua istituzionale. La direzione del PSIUP giudicò l'abdicazione un diversivo per turbare il referendum e le elezioni per la CostituenteFederico Fornaro, 2 giugno 1946. Storia di un referendum, Torino, Bollati Boringhieri, 2021, p. 152.. L'abdicazione di Vittorio Emanuele III e la conseguente cessazione del regime luogotenenziale era stata richiesta dai monarchici nella speranza che la successione a pieno titolo del principe ereditario, figura meno compromessa del padre, prima della consultazione referendaria, potesse attrarre maggior favore popolare. Umberto II confermò la promessa fatta di rispettare il volere liberamente espresso dei cittadini circa la scelta della forma istituzionale, partendo per l'esilio, ma senza tuttavia abdicareProclama in data 13 giugno 1946, riportato per esteso in narrativa.

Operazioni di voto

Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. I voti validi in favore della soluzione repubblicana furono circa due milioni più di quelli per la monarchia. I ricorsi della parte soccombente furono respinti e le voci di presunti brogli non furono mai confermate.

I votanti furono , pari circa all'89,08% degli aventi diritto al voto, che risultavano essere (anche se i dati ufficiali indicati al tempo dalla Corte suprema di cassazione, complici alcune incompletezze nonché ad altri fattori e difficoltà contingenti al secondo dopoguerra, hanno indicato valori inferiori ma comunque incapaci di ribaltare il risultato: votanti sul medesimo numero di elettori, pari all’89,04%); le schede convalidate furono , quelle invalidate (bianche escluse) (secondo la Cassazione, al tempo, ). Al referendum del 2 giugno le donne votarono con un’affluenza pari circa all’82%. I risultati ufficiali del referendum istituzionale furono: repubblica voti (pari a circa il 54,27% delle schede convalidate, sebbene al tempo per la Corte suprema di cassazione furono , pari a circa il 54,26% delle schede convalidate), monarchia voti (pari a circa il 45,73% delle schede convalidate, sebbene al tempo per la Corte suprema di cassazione furono , pari a circa il 45,74% delle schede convalidate).

Analizzando i dati regione per regione si nota come l'Italia si fosse praticamente divisa in due: il Nord, dove la repubblica aveva vinto con il 66,2%, e il sud, dove la monarchia aveva vinto con il 63,8%. Al Nord, le province che votarono in maggioranza per la monarchia sabauda furono quelle di Cuneo, Asti, Bergamo e Padova; nel Lazio e al Sud, le province che votarono in maggioranza per la Repubblica furono quelle di Viterbo, Latina, Teramo, Pescara e Trapani.