Giro turistico senza guida, noto anche con il titolo internazionale Letter from Venice, è un film per la televisione del 1983 scritto e diretto da Susan Sontag, prodotto dalla RAI per la serie Per un viaggio in Italia.
Il film è liberamente tratto dal racconto Unguided Tour della stessa Sontag, pubblicato sul New Yorker nel 1977 e poi raccolto nel volume Io, eccetera.
Produzione Nell'autunno del 1982 la televisione italiana propose a Sontag di realizzare un film su Venezia per la serie Per un viaggio in Italia, programmata in relazione a Dialogo di Roma di Marguerite Duras. Sontag scelse di adattare il proprio racconto Unguided Tour, trasponendolo a Venezia, che considerava un luogo adatto a una meditazione sul turismo e sulla malinconia. La produzione RAI era articolata in tre parti affidate a tre scrittrici e registe: Sontag, Marguerite Duras ed Edith Bruck.
Per il ruolo femminile, Sontag chiese consiglio a Robert Wilson, che le suggerì la coreografa e danzatrice Lucinda Childs. Nel film Childs interpreta la protagonista femminile, mentre Claudio Cassinelli interpreta il protagonista maschile.
Alla fotografia lavorarono Renato Berta e Jean-Paul Toraille, mentre il montaggio fu curato da Roberto Perpignani e Alessandra Perpignani.
Secondo Julien Lingelser, Sontag girò a Venezia nel febbraio 1983 senza seguire una sceneggiatura narrativa convenzionale, servendosi piuttosto di una breve scaletta di inquadrature e lasciando che i luoghi e le condizioni della città entrassero nella costruzione del film. La collaborazione con Berta, che utilizzò una piccola macchina da presa facilmente trasportabile, permise di registrare elementi contingenti della vita urbana, dai graffiti e dai rifiuti lungo i canali all'apparizione dell'acqua alta.
Trama e stile Il film rappresenta la crisi di una coppia durante un soggiorno a Venezia. La città non è soltanto sfondo dell'azione, ma diventa parte integrante del discorso visivo e narrativo: un luogo di turismo, memoria, decadenza e spaesamento.
Nel film Venezia diventa insieme scena e soggetto, mentre il rapporto di coppia viene rappresentato attraverso il sovrapporsi di dialoghi in campo e conversazioni fuori campo, presente e futuro, visita turistica e meditazione interiore.
Lingelser considera il film una trasposizione molto libera del racconto e sottolinea il ruolo della materia urbana nella messa in scena. Alle immagini si sovrappongono tre voci fuori campo, due femminili e una maschile, mentre in diverse sequenze le inquadrature fisse e la costruzione geometrica dell'immagine richiamano il linguaggio fotografico. La decadenza fisica della città e la crisi della coppia procedono così parallelamente, facendo di Venezia non un semplice scenario ma una componente attiva della struttura del film.
Nel saggio Suite vénitienne, compreso in Suppose a Sentence (2020), Brian Dillon interpreta il film come una trasformazione sostanziale del racconto originario. A suo giudizio, la precisa collocazione veneziana e la presenza fisica dei due interpreti spostano il centro dell'opera verso la città stessa e verso la dissoluzione della relazione amorosa, liberando il testo dalla forte dipendenza stilistica da Donald Barthelme che Dillon ravvisa nel racconto. Lo scrittore considera perciò l'adattamento cinematografico un esito più compiuto e propriamente malinconico, nel quale immagini, voce e lingua rendono il testo originario estraneo a se stesso e gli conferiscono una nuova autonomia.
Proiezioni successive Il film fu presentato nel 1983 alla 31ª edizione del Festival internazionale del cinema di San Sebastián, nella sezione The Other Way.
Nel 2021 il Ji.hlava International Documentary Film Festival lo incluse nella retrospettiva Susan Sontag: Filmmaking Is a Privilege. Nel luglio 2022 il film fu inoltre proiettato al Barbican Centre di Londra nell'ambito della rassegna Architecture on Film, con un'introduzione di Brian Dillon.
Note
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