Il Baldus è un poema in latino maccheronico scritto nel XVI secolo da Teofilo Folengo, sotto lo pseudonimo di Merlinus Cocaius,La spiegazione del nome è data dal poeta stesso: cocaium è il tappo di un barilotto, che sua madre cercava mentre stava per partorirlo; Merlinus è ricavato invece dalla merla che ogni giorno gli portava il cibo nella culla. e uscito nella sua versione definitiva nel 1552, postumo. Il poema, cui Folengo continuò a lavorare tutta la vita, contenuto all'interno delle Maccheronee, è l'opera più importante dell'autore ed una delle più rappresentative del genere letterario della poesia maccheronica.
La composizione è una parodia dei tradizionali poemi cavallereschi, dei quali sovverte e stravolge i classici valori eroici e cortesi; il dileggio avviene sia tramite la narrazione di eventi paradossali e surreali, che mostrano un mondo dominato solo da fame, violenza e sopraffazioni, sia attraverso l'utilizzo in esametri di un latino grottesco e comico, ricco di errori grammaticali e mescolato a numerosissimi elementi dialettali e volgari.
Il Baldus mostra inoltre un chiaro elogio della vita contadina (cui l'autore si sente profondamente legato) e l'elevazione di questa al pari della nobiltà, solita protagonista dell'epica, a partire dalla scelta di un protagonista campagnolo.
Trama Prima redazione (1517) Dopo la tradizionale invocazione alle Muse (Muse macaroniche in questo caso), la vicenda inizia con un'adunata intorno a un anonimo re di Francia, a Parigi, per una giostra d'armi che è stata bandita. Domina la scena un cavaliere valoroso, Guido, discendente di Rinaldo. Guido, innamorato della figlia del re Baldovina, dopo aver vinto la giostra, la rapisce e fugge a Cipada, un sobborgo di Mantova. Qui affida Baldovina, incinta, al contadino Berto, e se ne va. Da Baldovina nasce Baldo; il bambino cresce nella capanna di Berto ed è creduto figlio del contadino; ma dimostra fin da piccolo maggior valore e coraggio dei suoi coetanei.
Divenuto adulto, Baldo si scontra con due avversari, Tognazzo, ma soprattutto il tiranno Gaglioffo, con cui è inevitabile l’inimicizia: il tiranno non può accettare l’esistenza di un campione della giustizia. Con il tradimento, riesce ad attirarlo in città, da solo, senza la scorta dei suoi amici: il vagabondo astuto Cingar, il gigante possente Fracasso, il “semicane” velocissimo Falchetto. Baldo combatte valorosamente, ma alla fine è catturato. Cingar fa evadere l'eroe dal carcere e insieme fuggono da Mantova, non senza aver fatto strage dei nemici. Baldo e i suoi pochi amici si imbarcano, sul modello di Enea e dei Troiani sopravvissuti, ma vengono sorpresi prima da una tempesta e poi dai pirati: Baldo e i suoi compagni li sconfiggono e gli sconfitti entrano al servizio del paladino.
Giungono su un'isola che per l'incantesimo di una strega è posta sulla schiena di una balena: appena sbarcati, Baldo e i suoi vanno in cerca di qualcosa per sfamarsi; in una capanna incontrano un eremita che è il padre dell’eroe e che incita Baldo a distruggere il regno delle streghe. Ricevuta la missione, l’eroe e i suoi compagni hanno altre avventure sul mare, fino alle fonti del Nilo; raggiungono la regina delle streghe Culfora e Baldo la uccide con un calcio. Nella prima edizione l'ultimo verso del poema è, alla lettera, l'ultimo verso dell'Eneide: "vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras".
Seconda redazione (1521) Poco prima dell'uccisione della regina delle streghe (ora ribattezzata “Gelfora”), Baldo e i compagni incontrano lo stesso autore del poema, Merlino Macaronico o Teofilo Folengo, che affida a Baldo una missione conoscitiva: girare tutto l'inferno e scoprire i misteri della terra; missione che nella prima redazione non era stata portata a termine. Baldo e i suoi compagni decidono, dunque, di scendere nell'Inferno e sono coinvolti in avventure strane più che eroiche: entrano in un'osteria dove vengono serviti cibi orripilanti (serpi e rospi); poi incontrano i due figli gemelli di Baldo che si trovano laggiù in cerca del padre; Caronte viene costretto a traghettare la compagnia oltre il Flegetonte; la Furia Tesifone, sferzandoli con un flagello di serpi, induce i compagni di Baldo ad una rissa furiosa tra loro. Baldo, immune da qualsiasi influsso stregonesco, insegue la Furia, giunge non visto in un’aula dove le tre Erinni, davanti ad un'assemblea infernale, vantano ciascuna le imprese compiute. Baldo mette in fuga l’assemblea e ritrova i compagni pacificati da Serafo, un mago benefico. Poi, improvvisamente, arrivano nella casa della fantasia, piena di contraddizioni e abitata da concetti grammaticali e argomenti filosofici: qui perdono tutti, eccetto Baldo, la memoria e iniziano a sentirsi fluttuare.
Subito dopo entrano in una grande zucca in cui sono presenti molte anime di filosofi, astronomi e poeti, sottoposti a punizione eterna per le bugie che hanno raccontato in vita. L'autore elenca numerosi poeti coevi (Bembo, Tebaldeo, Aquilano, Cornazzano), compreso sé stesso, per i quali rivendica un posto accanto alla poesia degli antichi, che comunque rimane sempre superiore.
A partire dalla seconda redazione, l'ultima impresa di Baldo è abbandonare la sua serietà e compostezza, tipiche di un protagonista epico. Non è infatti impresa possibile conoscere i segreti del mondo e sconfiggere le forze infernali, la cavalleria è un gioco da fanciulli: perciò Baldo, incontrato un buffone, si mette con lui a fare il matto, a saltellare e ballare, ed entra anche lui nella zucca, come luogo a lui appropriato.M. Chiesa (2001), cit., pp. 147-155.
Terza (1538-40) e quarta redazione (1552) Con la terza redazione, la zucca come luogo di dannazione non accoglie più solo i poeti menzogneri, bensì tutti i poeti in quanto poeti, poiché la loro arte è di per sé inconsistente e vana, leggera e inutile: come la cavalleria, così la poesia perde il suo valore, diventando niente più che un gioco. Nella zucca, oltre allo stesso Merlino, finiscono così anche i grandi poeti antichi, come Omero e Virgilio, a indicare come non vi sia differenza, in fondo, tra poeti antichi e moderni. La poesia è da rigettare se pretende di conoscere il mondo e di governarlo: può salvarsi solo riconoscendo la propria levitas e vanitas.M. Chiesa (2001), cit., pp. 149-156.
Personaggi Baldovina: figlia del re di Francia e madre di Baldo; Baldo: eroe popolare, è il protagonista del poema, compie mirabolanti e sregolate prodezze fino a giungere nell'inferno; Berto Panada: contadino di Cipada, accoglie Baldovina e suo figlio Baldo; Cingar: compagno di malefatte di Baldo; Culfora (o Gelfora): regina delle streghe sconfitta da Baldo; Falchetto: essere mezzo uomo e mezzo cane, compagno di Baldo; Fracasso: gigante compagno di Baldo; Gaglioffo: tiranno nemico di Baldo; Guido da Montalbano: discendente di Rinaldo e padre di Baldo; Merlino Cocaio: alter ego di Teofilo Folengo; Tognazzo: podestà di Cipada; Zambello: figlio di Berto Panada.
Edizioni L'opera conta 4 edizioni principali, corrispondenti alle 4 edizioni delle Maccheronee, all'interno delle quali è contenuta: una prima del 1517 in 17 libri, due intermedie del 1521 e del 1538-40, e l'edizione definitiva, postuma, del 1552, nella quale l'opera arriva ad essere composta da 25 libri.
Analisi L'opera è considerata uno dei massimi capolavori della cosiddetta letteratura carnevalesca, teorizzata da Michail Bachtin nel saggio L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Come maggior esponente di questo filone culturale rinascimentale, definito come anti-classicismo o anti-rinascimento, è universalmente riconosciuto François Rabelais, sul quale Folengo ebbe un'enorme influenza.
Come ha scritto Mario Chiesa: "[i]l poema macaronico è più un'enciclopedia letteraria che la parodia di qualche genere in particolare. La sua cifra è quella del mettere insieme varie tradizioni, vari generi, senza rispettare le distinzioni che proprio in quegli anni vengono proposte e tendono a irrigidirsi".M. Chiesa (2001), cit., pp. 143. L'opera non ha quindi un intento strettamente parodistico e caricaturale, ma è il frutto di una tradizione aperta alla sperimentazione, alla contaminazione e all'assimilazione di tutte le lingue e le culture, senza il rifiuto aprioristico di alcuni temi, come la realtà quotidiana o il buffonesco, perché considerati inadatti alla letteratura "alta"; un tipo di letteratura che si oppone dunque al "rigoroso classicismo bembiano [che] impose aree definite e non ampliabili per il volgare e per il latino, e mise ai margini, anzi fuori della letteratura vera e propria, tutte le esperienze non riconducibili a poche e selezionate tradizioni "alte" ". Il poema è una critica della poesia che si vuole solenne e grave, che non comprende la leggerezza insita nell'arte poetica.M. Chiesa (2001), cit., pp. 152-153.
Note
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