Le Storie (in latino: Historiarum libri quinque) sono un'opera storiografica del monaco medievale Rodolfo il Glabro. Il titolo non è quello originario, ma è stato assegnato all’opera dal primo editore, Pierre Pithou, nel 1596.Cfr. ivi, pp. XXIII-XXIV; quella di Pithou (Historiae Francorum ab anno Christi DCCCC ad ann. MCCLXXXV scriptores veteres XI) è l’editio princeps (cfr. S. Simone, Radulphus Glaber, in La trasmissione dei testi latini del medioevo. Mediaeval Latin texts and their transmission. Te.Tra., 4, a cura di P. Chiesa-L. Castaldi, Firenze 2012, pp. 227-250, alla p. 448); gli altri titoli con cui l’opera è conosciuta sono: Historiarum libri, Historiae (cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XXIII).

In realtà l'autore si dimostra interessato più ai segni e ai prodigi che alle date,Cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille (Storie), Milano 1989, p. XXXIX; «gli storici che hanno voluto (o volessero) utilizzare l’opera di Rodolfo per una ricostruzione del passato in termini di fatti, circostanze, nomi, luoghi e tempi precisi sono restati (o potrebbero restare) profondamente delusi» (ivi, p. XXXII); per l’interesse verso i segni, cfr. ivi, pp. XLI-XLIV; per la cronologia, cfr. anche N. Bulst (ed.) –J. France (ed. trans.) –P. Reynolds (trans.), Rodulfi Glabri Historiarum libri quinque. Rodulfus Glaber The Five Books of the Histories. Eiusdem auctoris Vita domni Willelmi abbatis. By the Same Author The Life of St William, Oxford 1989, p. LXVI-LXVIII. ma è proprio in questo che risiede il valore del testo per il lettore moderno: più che una precisa cronologia, offre un quadro sociale dell’epoca.Cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XXXIV; cfr. anche P. Stoppacci, Il secolo senza nome. Cultura, scuola e letteratura latina dell’anno mille e dintorni, Firenze 2020, p. 326 e, per il genere dell’opera, p. 201 oltre a Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., pp. XXVIII-XXX.

Composizione Come fa notare Guglielmo Cavallo,Cfr. ivi, cit., p. XVIII. grazie al manoscritto Paris, lat. 10912, che ha tramandato l'opera, oltre che al contenuto del testo stesso, si ha la fortuna di poter ipotizzare i luoghi e il periodo di composizione, nonostante non ci sia unanimità tra le varie possibili ricostruzioni.

Di certo, il periodo in cui Rodolfo scrisse l’opera fu molto lungo. Iniziò la redazione a Digione, come si può ipotizzare a partire da due elementi: un passo dell’altra sua opera, la Vita Willelmi abbatis (biografia di Guglielmo da Volpiano, abate della locale abbazia), dove si riferisce alle Historiae come a un lavoro già iniziato,Per il passo della Vita Willelmi, cfr. G. M. Capuani-D. Tuniz, Rodolfo il Glabro. Vita di Guglielmo protagonista dell’anno mille, Novara 1989, p. 66; per la datazione inerente alla composizione dei libri, cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., pp. XIX-XXVIII che, in relazione all’inizio dell’opera, parla degli anni Venti dell’XI secolo a differenza di Stoppacci che indica gli anni tra 1015 e 1047 come periodo di realizzazione (cfr. Stoppacci, Il secolo senza nome cit., p. 326). e la considerazione che il periodo da lui passato a Cluny sia stato troppo breve per aver potuto cominciare l’opera.Cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XXIV. Non tutti concordano con questa datazione: si è anche affermato che la redazione del testo sarebbe stata iniziata non a Digione ma a Cluny, basandosi su quanto afferma Rodolfo nella lettera dedicatoria, e cioè che proprio l'abate Odilone di Cluny lo avrebbe spinto redigere le Historiae.Cfr. Garand, Un manuscrit d’auteur de Raoul Glaber? Observations codicologique et paléographiques sur le manuscrit Paris, B.N., Latin 10912, «Scriptorium» 37 nº1 (1983), pp. 5-28, alle pp. 21-23 e 26; per la lettera dedicatoria, cfr. Rod. Glab., Hist. lib. quinque I, 1 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 6-9); questa tesi è contestata da Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., pp. XIX con relativa nota 2 e la stessa Garand cambia idea in base alle considerazioni di Cavallo (cfr. M.-C. Garand, Deux éditions nouvelles de «Historiae» de Raoul Glaber, «Scriptorium» 45 nº1 (1991), pp. 116-122, alla p. 121).

È importante segnalare il fatto che, anche se l’opera a noi giunta è composta da cinque libri, Rodolfo originariamente ne scrisse solo quattro, per poi aggiungere il quinto che racconta il periodo dal 1043 al 1046:Per il periodo presente nel quinto libro, cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XXVI; per la continuazione dell’opera, cfr. quanto si dice ivi, pp. XXV-XXVII. questo particolare si desume da elementi interni al manoscritto Paris, lat. 10912.Per il manoscritto, cfr. la sezione Tradizione manoscritta delle Historiarum libri quinque. Infatti l’ultima parte del manoscritto contenente il libro quinto mostra chiaramente di essere un’aggiunta: lo si ipotizza a partire sia dal tipo di scrittura, che è diversa rispetto al resto scritto da monaci-amanuensi, sia dal tipo di materiale, di scarsa qualità, con cui quest’ultima parte è stata realizzata.Cfr. Garand, Un manuscrit d’auteur cit., p.17 e 21; cfr. anche Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabrocit., pp. XXV-XXVI. Al contrario, si è anche pensato che, in realtà, Rodolfo volesse inizialmente scrivere solo tre libri, a cui in seguito avrebbe aggiunto il quarto e il quinto.Cfr. Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera cit., pp. XXXV-XXXVI.

Come già osservato, si può seguire in linee generali la composizione dei vari libri, nonostante le diverse ipotesi. Al di là dell’inizio, della conclusione della redazione (svolte rispettivamente a Digione e a Saint-Germain d’Auxerre) e della revisione del primo libro (ad Auxerre), ciò su cui gli studiosi non concordano è la realizzazione del terzo libro: se avvenuta inizialmente a Digione e poi conclusa a Cluny, oppure terminata ad Auxerre (forse iniziata prima), ma dopo aver raccolto materiale a ClunyPer la prima ipotesi, cfr. ivi, pp. XLI-XLII e XLV; per la seconda, cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., pp. XX e XXIV; per una simile posizione, cfr. Simone, Radulphus Glaber cit., p. 448; per la sintesi delle prime due posizioni, cfr. Garand, Deux éditions cit., p. 117; Stoppacci riporterebbe, in maniera schematica, la realizzazione del terzo libro direttamente a Cluny ed una sua revisione ad Auxerre: cfr. Stoppacci, Il secolo senza nome cit., p. 326..

Sono un’opera che rimane, si potrebbe dire, incompiuta, che si conclude all’improvviso: lo testimonia il fatto che alla fine del libro quinto non ci sia alcun segno che farebbe pensare a una qualche conclusione.Cfr. Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera cit., pp. XXX-XXXI che cita anche il lavoro di Garand, Un manuscrit d’auteur cit., pp. 5-28, alla p. 25; per il libro V, cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., pp. XXV-XXVII. Ciò inoltre dimostra che Rodolfo vi lavorò fino a poco prima della morte.Cfr. Garand, Un manuscrit d’auteur cit., pp. 24-25.

Contenuto L’opera è dedicata ad Odilone di Cluny,Cfr. Rod. Glab., Hist. lib. quinque, I (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 6-9). nonostante sia stata redatta su consiglio di Guglielmo da Volpiano, come ci racconta Rodolfo stesso nella Vita WillelmiCfr. Capuani-Tuniz, Rodolfo il Glabro. Vita cit., p. 66; cfr. Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XIII..

L’autore narra gli eventi compresi dal periodo dell’anno 900 («data d’inizio […] meramente convenzionale»Ivi, p. XXXVI.) fino a quello a lui contemporaneo, con una particolare attenzione, come scritto sopra, a segni e prodigi:Cfr. Rod. Glab., Hist. lib. quinque I, 4 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 14-15). sono avvenimenti di cui lui stesso è stato testimone oculare (e più volte lo sottolinea) oppure che derivano da fonti attendibili, che a volte nomina.Cfr. ibidem, I. 4; cfr. anche Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera cit., pp. LII-LIII.

Rodolfo afferma, nell’epistola dedicatoria, di assumere come punti di riferimento due sovrani: Enrico II del Sacro Romano Impero e Roberto II di Francia.Cfr. Rod. Glab., Hist. lib. quinque I, 1 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 8-9); cfr. anche Stoppacci, Il secolo senza nome cit., p. 326. L'autore tratta, in maniera alquanto caotica, della storia dell'Europa occidentale medievale, e dei suoi rapporti con Bisanzio, l’Islam e i popoli slavi.Cfr. ivi, pp. 326-327; per Bisanzio, cfr., ad esempio, Rod. Glab., Hist. lib. quinque IV, 2-4 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 196-203); per l’interesse di Rodolfo nei confronti dell’Islam, cfr. Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera cit., pp. LIII-LIV e LXIV-LXV. Rodolfo dimostra «una visione storiografica […] quasi universalistica» mettendo da parte «la storia di carattere locale o nazionale»;Stoppacci, Il secolo senza nome cit., p. 326. vuole «narrare i fatti avvenuti nelle quattro regioni del mondo terreno»Rod. Glab., Hist. lib. quinque I, 1 (ed. Cavallo-Orlandi, p. 9). riallacciandosi a Beda e Paolo Diacono, dopo i quali, a suo avviso, non ci sarebbe stato nessun altro storico degno di menzione.I due autori sono citati come «autori di storie del loro popolo e del loro paese» in Rod. Glab., Hist. lib. quinque I, 1 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 6-7) dove Rodolfo si lamenta che dopo questi non ci fu nessuno all’altezza di realizzare un’opera storica. Nonostante questo intendimento iniziale, per lo più l'opera si lega alla realtà geostorica in cui fu attivo l'autore.Considerazione in Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XXXVII, confrontando la decisione di Rodolfo rispetto alle figure di Beda e Paolo Diacono; cfr. Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera cit., pp. XXXVII-XXXVIII); per la sua prospettiva, cfr. ivi, p. LVII.

Soprattutto nel secondo libro, ma non solo,Cfr. ivi, pp. XXXIX-XL e XLVI. le Historiae pullulano di segni, prodigi di qualsiasi tipo (eclissi di sole, la comparsa di una balena…Per l’eclissi di sole, cfr. Rod. Glab., Hist. lib. quinque IV, 24-26 e V, 20 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 240-245 e 298-281); per la comparsa di una balena, cfr. ivi, II. 2-3 (ed. Cavallo-Orlandi, pp. 58-65) con richiamo alla Navigatio sancti Brendani, nonostante le differenze (cfr. nota 17, pp. 310-311 in Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro).), caratteristica che in passato non le ha fatte apprezzare, ma che invece deve essere considerata una grande peculiarità, rendendole anche una fonte per la mentalità del periodo intorno all’anno Mille.Cfr. Bertini, Il secolo XI cit., p. 186 che ricorda il giudizio positivo di Duby (cfr. G. Duby, L’anno Mille, Torino 1976, p. 13); per il valore dell’opera, cfr. anche Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., pp. XXXIV-XLIX, e Stoppacci, Il secolo senza nome cit., pp. 327-328; per uno sguardo d’insieme alle Historiae, in relazione anche alla Vita, cfr. Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera, cit., pp. LXVIII-LXX. Le Historiae considerano quell’anno, inteso da Rodolfo in relazione all’incarnazione e alla passione di Cristo, il proprio fulcro.Cfr. ivi, p. XXXIV.

I segni di cui si è parlato sono visti da Rodolfo come quelli dell’arrivo dell’«ultima età del mondo»,Cfr. P. Chiesa, La letteratura latina del medioevo. Un profilo storico, Roma 2018, p. 223; per una simile posizione, cfr. anche Stoppacci, Il secolo senza nome cit., p. 377. anche se John France afferma che gli anni millenari non «presagiscono la fine del mondo, benché egli [Rodolfo] sa di vivere nell’ultima età prima della fine»:Bulst-France-Reynolds, Rodulfi Glabri opera cit., p. LXIV. secondo entrambe le interpretazioni, però, l’autore mostra che Dio sta concedendo all’uomo di salvarsi, anche attraverso il male,È definito «necessario» da Cavallo (Cavallo-Orlandi, Rodolfo il Glabro cit., p. XLVI). il quale, peraltro, pervade le Historiae.Cfr. Stoppacci, Il secolo senza nome cit., p. 327. Si potrebbe anche dire che Rodolfo è un’importante testimonianza del millenarismo sia in quanto portavoce delle ansie del popolo sia in quanto rappresentante di «un atteggiamento di maggiore prudenza», influenzato da Guglielmo da Volpiano.Ivi, pp. 328 e 377.