Polidoro () è un personaggio della mitologia greca. Fu un principe di Troia.
Etimologia
Il nome Polidoro deriva dal greco antico , un composto classico formato dall'aggettivo πολύς (polýs, "molto") e dal sostantivo δῶρον (dôron, "dono"). Il significato letterale assume una valenza passiva, traducibile come "dai molti doni" o "che ha ricevuto molti doni" (in perfetta analogia con gli antroponimi femminili Polidora e Pandora).
Genealogia
Figlio di Priamo e di Ecuba.
Non sono noti i nomi di eventuali mogli o progenie.
Mitologia
La figura di Polidoro è al centro di diverse tradizioni mitologiche e rielaborazioni tragiche che differiscono sostanzialmente per le modalità della sua morte o del suo destino.
La tradizione euripidea ed ovidiana
Nella tragedia Ecuba di Euripide, poi ripresa da Ovidio, Polidoro, ancora giovanissimo, viene inviato da Priamo presso il re Polimestore unitamente ad una cospicua dote in oro, affinché sia protetto dai pericoli della guerra di Troia, ma dopo la caduta di Troia e la morte di Priamo, Polimestore infrange le leggi dell'ospitalità (xenia) e, desideroso di impossessarsi del tesoro reale, uccide il ragazzo gettando il suo cadavere in mare da una scogliera. Il corpo privo di vita viene successivamente spinto dalle onde sulle spiagge della Tracia, dove viene ritrovato dalla madre Ecuba che, sconvolta da un immenso dolore e dalla sete di vendetta, attira Polimestore con la promessa di rivelargli dove fossero custoditi altri tesori troiani per poi accecarlo ed ucciderlo.
La variante dello scambio delle culle
Una variante del mito, di matrice latina, ci è tramandata da Igino ed è, probabilmente, derivata dalla tragedia perduta Iliona di Marco Pacuvio. In questa versione Polidoro viene inviato in Tracia e affidato alle cure della sorella Iliona, sposa di Polimestore che, per proteggerlo lo scambia segretamente nella culla con il proprio figlio (e figlio di Polimestore) Deipilo.
Polidoro cresce così credendo di essere il figlio legittimo del re e di Iliona, mentre Deipilo viene educato come se fosse il giovane principe troiano e quando i Greci (vincitori della guerra) offrono a Polimestore una ricca ricompensa in oro per eliminare l'ultimo erede di Priamo (cioè Polidoro), il re tracio accetta il patto infanticida ma, ignaro dello scambio, uccide per errore il suo vero figlio Deipilo.
Polidoro, sopravvissuto e giunto all'età adulta, si reca presso l'Oracolo di Delfi per interrogare il dio Apollo sulla propria identità e sul destino dei suoi genitori. Il responso del dio, secondo la tipica natura ambigua e sibillina degli oracoli greci, rivela la verità sostanziale sulla sua reale famiglia ma senza esplicitarne i nomi: Apollo gli annuncia infatti che la sua città natale è stata rasa al suolo, suo padre ucciso e sua madre condotta in schiavitù.
Tornato in Tracia profondamente confuso dal palese fraintendimento (perché vede la città di Polimestore intatta e i sovrani che ritiene essere i propri genitori vivi e al potere), Polidoro chiede spiegazioni a quella che crede sua madre, Iliona. Di fronte allo smarrimento del giovane, la sorella gli svela infine la verità sullo scambio delle culle e sulla sua reale identità di principe troiano. Scoperto l'inganno e compreso che il ragazzo fatto uccidere da Polimestore era in realtà il suo vero figlio Deipilo, Polidoro, d'accordo con Iliona, si vendica accecando e uccidendo il re tracio.
Polidoro, una volta cresciuto e credendo ancora di essere il figlio di Polimestore di Iliona, si reca presso l'Oracolo di Delfi per interrogarle e, ottenuto il responso, scopre che la sua città è stata bruciata e suo padre ucciso. Rirornato in Tracia confuso dal responso si confida con Iliona (che ritiene sua madre) e questa gli rivela la verità (e lo scambio delle culle). Polidoro infine vendica il nipote/fratello di culla accecando ed uccidendo Polimestore.
L'episodio nell'Eneide
Virgilio riprende il mito di Polidoro e racconta che Enea, sbarcato in Tracia nel tentativo di fondare una nuova città, cerca di cogliere dei rami di mirto da un colle per adornare un altare sacrificale, ma dalle fronde spezzate inizia a sgorgare sangue scuro ed una voce spettrale incomincia a parlargli rivelandogli di essere Polidoro che, sepolto li sotto la terra e trafitto dalle lance dei Traci (trasformatesi negli arbusti del mirto), lo esorta a fuggire da quella terra inospitale ed Enea decide di celebrare il suo funerale con i debiti onori.
Nella Divina Commedia
Nella Divina Commedia, Dante Alighieri trae ispirazione dall'episodio virgiliano delle piante sanguinanti per l'ideazione della selva dei suicidi in un canto dell'Inferno e dove l'anima del re di Francia Ugo Capeto, parlando con Dante tra i penitenti della quinta cornice, dice «Polinestòr ch’ancise Polidoro» ("Polimestore che uccise Polidoro"), un episodio che Dante cita tra i più famigerati esempi di cieca ed esecrabile cupidigia gridati dalle anime per espiare la colpa dell'avarizia.Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, Canto XX, v. 115.
Note
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Voci correlate Figli di Priamo
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