La battaglia di Marignano, detta anche la battaglia dei giganti,Commenta a questo proposito il Guicciardini: fu uno scontro armato avvenuto tra il 13 e 14 settembre 1515 a Melegnano e San Giuliano Milanese, 16 km a sud est di Milano per il controllo del Ducato di Milano.
La battaglia vide la vittoria dell'alleanza franco-veneta (costituitasi dopo il cambio di alleanze nella Lega Santa), ossia dei francesi di Francesco I coadiuvati da alcuni lanzichenecchi e - verso la fine della battaglia - dalle forze della Repubblica di Venezia. Sul fronte opposto erano schierati gli svizzeri, che dal 1512 avevano il controllo effettivo del Ducato di Milano, anch'esso presente nella figura del duca Massimiliano Sforza con i suoi cavalieri e fanti.
Prologo
Il 24 agosto 1515 un'asta per l'assegnazione di cariche pubbliche in cambio di fondi per la guerra ebbe luogo al Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia.Così la descrive Marcantonio Michiel:
Il prologo della battaglia fu lo straordinario passaggio delle Alpi di una grande armata francese composta, alla fine, da circa uomini e 40 o 70 enormi cannoni, che passò per la gran parte attraverso una strada appena costruita che si snodava lungo il Colle della Maddalena o di Argentera. Parte del merito fu dell'ingegnere spagnolo Pedro Navarro, caduto in disgrazia presso il suo sovrano e assoldato dal re francese, che individuò e rese praticabile, comandando i genieri, un itinerario precedentemente sconosciuto. Questa fu considerata una delle imprese militari più importanti dell'epoca e ricordò la traversata di Annibale. A Villafranca Piemonte i francesi, guidati da Jacques de La Palice,Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, Lib. XII, cap. 12. sorpresero e catturarono il comandante pontificio, Prospero Colonna, in un'audace incursione di cavalleria in profondità dietro le linee alleate.
Questo fatto colse di sorpresa gli svizzeri, i quali controllavano i colli del Moncenisio e del Monginevro, che si ritirarono verso Milano.
I negoziati di Gallarate Una serie di colloqui fu intrapresa nel settembre 1515 (colloqui di Gallarate), durante la quale Francesco I offrì ulteriori concessioni agli svizzeri, giungendo al Trattato di Gallarate (9 settembre). I francesi negoziarono direttamente con il Papa alle spalle dei confederati. Il duca di Milano era lento a pagare cosicché il soldo ed il cibo erano scarsi. In breve, dopo la firma del trattato, il Canton Berna, Friburgo, Vallese e Soletta, si ritirarono con confederati.Emil Frey, Le Suisse sous les drapeaux, Neuchâtel 1907, p 431.
Forze in campo
I francesi avevano una forza imponente, composta di cavalieri pesanti, cavalieri leggeri, fanti, lanzichenecchi di cui veterani della "banda nera" (detta così per i colori delle bandiere e delle armature), qualche migliaio di mercenari italiani e 70 pezzi d'artiglieria.
Accanto agli svizzeri combatterono poche centinaia di cavalieri e fanti milanesi poiché l'esercito sforzesco aveva praticamente cessato di esistere. Alcuni sostenitori del Duca, contadini male armati, briganti e partigiani (ghibellini) che già avevano combattuto contro i francesi negli anni precedenti, rimasero nei dintorni della battaglia senza intervenire, probabilmente perché era stato loro ordinato di agire solo se l'esercito nemico fosse stato messo in fuga. Verosimilmente il loro vero unico scopo, in caso di vittoria, era di fare bottino.
Il contributo milanese alla difesa del ducato fu quindi minimo; anzi un numero quasi uguale, o forse addirittura superiore, di soldati milanesi si trovava, come partigiano della Francia e di Gian Giacomo Trivulzio (guelfi), nel campo avverso.
La battaglia
Preparativi Il 12 settembre Massimiliano Sforza, Matthäus Schiner, Markus Röist e i principali comandanti svizzeri si riunirono in assemblea nella rocchetta del Castello Sforzesco di Milano per decidere se scendere in battaglia contro i francesi o meno. Le opinioni erano contrastanti, parte degli svizzeri voleva ritirarsi in patria, altri erano contrari allo scontro campale a causa della posizione favorevole dei francesi presso Melegnano e dal momento che si sarebbe potuto sfruttare il supporto delle truppe pontificie al comando di Lorenzo de' Medici ed imperiali al comando di Raimondo di Cardona, accampate presso Piacenza. Prevalse la posizione interventista di Schiner che poteva contare sull'appoggio della maggior parte dei capitani e su quello del presidio della città. Nella notte tra il 12 e il 13 settembre fu ordinato a Muzio Colonna, al comando di un reparto di cavalleggeri, di provocare i francesi che già da giorni inviavano piccole unità di cavalleria sino alle porte della città scontrandosi in scaramucce con la fanteria svizzera. La mattina del 13 settembre gli svizzeri si riunirono nella piazza del Castello e Schiner arringò ai soldati incitandoli alla battaglia, riuscendo ad ottenere la maggioranza dei consensi per alzata di mano. I contrari si prepararono al ritorno in Svizzera.
Schiner, certo della vittoria, si mise a cavallo alla testa dell'esercito continuando ad incitare i soldati, seguito dai cantoni più favorevoli alla battaglia ovvero Glarona, Svitto, Untervaldo, Uri, dai freiknechte di Berna, Friburgo e Soletta, quindi da quelli di Zurigo cui si aggiunsero lungo la strada alcune squadre di cavalleria sforzesche e volontari milanesi. L'esercito mosse dal Castello raggiungendo la basilica di San Giovanni in Conca ed uscì dalla città attraverso Porta Romana. Si divise poi in tre colonne: la prima, al centro, costituita dall'avanguardia e dall'artiglieria, marciò lungo la via Emilia, la seconda, alla sua destra, costituita dal corpo centrale, lungo la strada di Chiaravalle e l'ultima, alla sua sinistra, la retroguardia, lungo la cosiddetta "strada delle farine" che attraversava i piccoli borghi agricoli di Morsenchio, Triulzo, Monticello, Bolgiano giungendo a Zivido. Fu questa colonna che incontrò gli avamposti francesi nei pressi di Monticello e Bolgiano, oggi nuclei urbani di San Donato Milanese, le cui truppe furono costrette a ritirarsi verso Melegnano. Nel frattempo l'avanguardia aveva inspiegabilmente fatto fuoco con una decina di falconetti, a quanto pare per sollevare ulteriormente il morale degli uomini, mossa che determinò l'impossibilità di ogni attacco a sorpresa a danno dei francesi in quella giornata. I francesi, tuttavia, erano già stati informati dei movimenti degli svizzeri da cavalleggeri, spie e persino da alcuni prigionieri a cui inizialmente non fu dato credito.
Nel tardo pomeriggio Muzio Colonna propose di accamparsi nelle marcite tra borghi di Civesio e di Borgo Lombardo, protette su ciascun lato dalla Vettabbia e dal Redefossi ma il suo consiglio non fu ascoltato e si decise di proseguire verso il borgo di San Giuliano che essendo parzialmente incendiato nascondeva l'accampamento nemico. I francesi si erano acquartierati a nord di Melegnano, tra Zivido e Rocca Brivio, in una distesa di campi protetti a ovest dalla Vettabbia, dal Redefossi, dalla roggia Spazzola e da altri fossati minori, ad est dal Lambro e a nord da una roggia che era stata fortificata dal Trivulzio e da Pietro Navarro con un alto argine che fungeva da bastione. A sud di questa roggia, presso Zivido, si era accampata l'avanguardia costituita da 100 lance di cavalleria pesante scelta del Trivulzio e da alcuni reparti fanteria francesi e balestrieri guasconi del Navarro; era guidata da Carlo III di Borbone-Montpensier. Il corpo centrale dell'esercito francese e il quartier generale di Francesco I si trovavano presso cascina Santa Brera mentre la retroguardia guidata da Carlo IV di Alençon si trovava presso Rocca Brivio. Complessivamente gli accampamenti francesi si estendevano per circa tre chilometri.
Prima giornata Gli svizzeri giunsero poco a nord di Zivido dove disposero l'artiglieria e iniziarono a tirare contro le posizioni francesi che risposero al fuoco. Verso le quattro del pomeriggio uno squadrone di picchieri svizzeri, dopo aver varcato la roggia Spazzola e il Redefossi, mosse all'assalto dell'argine difeso dall'artiglieria e dalla fanteria del Navarro riuscendo ad oltrepassarlo e a catturare sette pezzi d'artiglieria al prezzo di un gran numero di morti per poi inseguire il nemico in rotta. Secondo Le Moine l'assalto riuscì dopo una prima carica respinta dai lancieri e dall'artiglieria che aveva provocato un tal numero di morti da riempire il fossato a difesa dell'argine. I francesi a questo punto lanciarono poche centinaia di cavalieri pesanti contro il grosso della fanteria svizzera, ben uomini, che era sopraggiunta ma l'efficacia della carica fu ridotta dalla natura del luogo, ricco di rogge e fossati.
Negli scontri cadde Francesco di Borbone, duca di Châtellerault e fratello di Carlo. In aiuto dei francesi giunse un contingente di lanzichenecchi inizialmente schierati a difesa dell'argine, che attaccarono il fianco della fanteria svizzera ma furono presto sconfitti, costretti a ritirarsi e inseguiti da ottomila svizzeri. Vedendo che l'avanguardia stava ormai cedendo, Francesco I decise di attaccarli personalmente con 300 cavalieri pesanti, - lanzichenecchi e alcuni pezzi d'artiglieria. Durante lo scontro gli svizzeri e i lanzichenecchi apparivano talmente simili che si aveva difficoltà a distinguerli. Seguì un attacco portato da alcuni reparti di cavalleria e da migliaia di fanti francesi al comando di Carlo di Borbone. La mossa di Francesco I permise ai francesi di evitare la disfatta e costrinse gli svizzeri ad accamparsi per la notte in una zona paludosa nota come "il pontile", presso San Giuliano, protetta da boschi, rogge o fossati su tutti i lati. Verso le ventitré Schiner, Röist ed Engelhart si ritrovarono in una casa del borgo per decidere il da farsi.
Seconda giornata Durante la notte i francesi lanciarono diversi attacchi per cercare di costringere gli svizzeri ad abbandonare le loro posizioni ma non vi riuscirono. Il Trivulzio fece allagare dai suoi guastatori il fossato che si trovava a protezione dell'argine già citato. Poco dopo l'alba i due eserciti si schierarono per la battaglia.
Il centro dello schieramento svizzero era tenuto dai "vecchi cantoni": Uri, Glarona, Untervaldo e Svitto e gli era stato assegnato il compito di assaltare il corpo principale dell'esercito francese. Sull'ala sinistra c'erano i cantoni di Basilea, Sciaffusa e Lucerna che avrebbero dovuto attaccare sul fianco il duca d'Alençon, disperdendone i ranghi per poi supportare il corpo centrale contro il re. Alla destra operavano, Appenzello, San Gallo e Zurigo, i meno motivati alla battaglia, che avrebbero dovuto sostenere l'attacco dei francesi guidati da Carlo III di Borbone. Tra gli zurighesi appariva anche un giovane cappellano di nome Zwingli, figura importante nella riforma protestante.