Una vita difficile è un film del 1961 diretto da Dino Risi.
Il film è stato inserito fra i 100 film italiani da salvare.
La scena del matrimonio di Alberto Sordi e Lea Massari e quella successiva girata in Piazza del Campidoglio a Roma, dove viene annunciato l'attentato a Palmiro Togliatti, furono girate l'11 ottobre 1961.
Trama
Nel 1944, il romano Silvio Magnozzi, che fino all'armistizio dell'8 settembre aveva combattuto col grado di sottotenente nel Regio Esercito presso la zona del lago di Como, milita adesso in una formazione partigiana del luogo contro le forze nazifasciste. In fuga dopo che la tipografia presso cui stampava il giornale clandestino del suo gruppo viene smantellato da una retata dei tedeschi, Silvio viene inviato in un albergo che dovrebbe offrirgli asilo ma la padrona, Amalia Pavinato, gli rifiuta qualunque tipo d'aiuto, non volendo immischiare lei e la sua stessa famiglia nella Resistenza.
Proprio mentre cerca di persuadere la signora, Silvio viene scoperto da un soldato tedesco che intende giustiziarlo seduta stante ma Elena, la figlia della proprietaria dell'albergo, gli salva la vita uccidendo il tedesco con un ferro da stiro. Ormai coinvolta, la signora Amalia deve per forza nascondere Silvio e perciò, mentre lei si occupa di sbarazzarsi del cadavere del tedesco, la ragazza scorta il partigiano nel vecchio mulino di famiglia, dove potrà nascondersi al riparo da rappresaglie dei tedeschi.
I due ben presto s'innamorano e, per alcuni mesi, i due giovani vivono da amanti nel mulino, fino a quando Silvio, accortosi del passaggio di una colonna di partigiani, lascia Elena per poter così riaggregarsi alla lotta, pur promettendo alla ragazza che a guerra finita sarebbe tornato per sposarla e per vivere assieme a Roma. Dopo la liberazione, Silvio pare invece dimenticarsi della ragazza e, tornato a Roma, s'impiega come giornalista presso Il Lavoratore, un modesto quotidiano d'ideologia comunista, a tutela della classe operaia, dove lavora gomito a gomito con Franco Simonini, amico e compagno di partito.
Sul finire del 1945, Silvio accompagna Franco a Dongo, sul lago di Como, per un servizio giornalistico e lì, preso dai ricordi, confida all'amico la sua avventura con Elena. Franco, volendo passare una serata con della compagnia femminile, convince Silvio a ricontattare la donna per organizzare, con la scusa di una "rimpatriata", un'uscita a quattro. La donna, che dopo aver inizialmente aspettato vanamente il ritorno di Silvio dalla guerra, si è ormai fidanzata con un suo benestante compaesano, reagisce stizzita alle sue proposte ma alla fine, vinta dal rinnovato trasporto amoroso di Silvio per lei, abbandona tutto e fugge con lui a Roma per iniziare una convivenza, sia pure in condizioni di forti ristrettezze economiche.
Una sera successiva al referendum istituzionale del 1946 un marchese, amico della famiglia di Elena, riconosce la ragazza per le strade di Roma e i due sono invitati a cena in un palazzo appartenente ad aristocratici monarchici e conservatori. Silvio, frenato da Elena, si trattiene a stento dal dichiarare apertamente la sua fede repubblicana pur di non rinunciare a un succulento pasto, finché non viene annunciata dalla radio presente la vittoria della Repubblica ed i padroni di casa si ritirano da tavola indignati e sbigottiti dal risultato, lasciando la giovane coppia a cenare da sola quasi come se festeggiasse la vittoria del referendum.
La vita della coppia, malgrado il matrimonio e l'arrivo di un figlio, procede con difficoltà soprattutto perché Silvio, non intendendo scendere a compromessi con le sue idee, è costretto a un lavoro sottopagato e frustrante. Finisce anche in galera per le sommosse avvenute in occasione dell'attentato a Togliatti del 1948, per le quali viene condannato a due anni e mezzo di prigione. Uscirà a metà del 1950 (nel frattempo in carcere dedica molto tempo alla scrittura di lettere per Elena e di un romanzo autobiografico di matrice politica che vorrebbe chiamare Una vita difficile). Appena uscito dal carcere scopre immediatamente che il suo amico e collega Simonini ha lasciato il posto al giornale per un posto lautamente retribuito in un giornale padronale.
Elena inizialmente lo sostiene ma poi, anche per le esortazioni della propria madre, cerca di convincerlo a prendere una laurea ed a trasferirsi a Cantù-CermenateSi tratta in realtà di due località ben distinte, e il nome doppio è quello della stazione ferroviaria di riferimento per entrambe., dove, con alcune raccomandazioni messe in moto dalla suocera, gli si procurerebbe un posto fisso presso un'importante azienda della provincia di Como. Silvio rifiuta sia di svolgere un lavoro estraneo al giornalismo sia di lasciare Roma, tuttavia prova ad accontentarla lo stesso tenendo un esame, ma con scarsi risultati; non reggendo la vergogna, la sera stessa si ubriaca, arrivando poi ad insultare Elena, che rimprovera di non averlo mai capito ed alla quale dice d'esserle stato accanto solo perché provava per della semplice attrazione fisica. La donna, sconvolta e disgustata, sparisce dalla vita di Silvio. Passano due anni e troviamo Silvio intento a vendere, dopo essersi visto rifiutare il manoscritto da tutte le case editrici, il suo romanzo come soggetto per il cinema, nel caso specifico a Cinecittà, dove cerca di proporlo con scarso successo a registi e attori noti. Mentre viene allontanato bruscamente dal set di un peplum diretto da Blasetti, ha un incontro del tutto fortuito con il marchese amico di Elena già incontrato la sera del referendum. Dal marchese, che si ritrova dopo la morte del padre in povertà e perciò costretto a fare la comparsa per sbarcare il lunario, viene a sapere della nuova vita di Elena e Silvio, ancora innamorato della moglie, cerca di fare un ultimo tentativo di riconquistarla recandosi a Viareggio, ma Elena non solo non ha perdonato Silvio, ma ormai ha un altro uomo e non sembra disposta a rinunciare al benessere ed all'agiatezza. A notte alta Silvio, ubriaco, sfoga la sua amarezza sputando sulle lussuose macchine che circolano nella cittadina toscana: pare che nella nuova Italia del boom economico non ci sia posto per lui e per i suoi ideali di giustizia sociale.
Molto tempo dopo (nel 1961), in Lombardia si svolge il funerale di Amalia, la madre di Elena: Silvio, con sorpresa di tutti, si presenta al volante di una lussuosa automobile, tanto che i presenti sembrano più interessati a guardare la vettura che a seguire il corteo funebre. Silvio prega Elena di perdonarlo ancora, affermando che ha trovato un posto fisso e ha messo da parte le sue idee politiche e le sue velleità di scrittore per cercare la stabilità e la sicurezza economica, come lei e sua madre avevano voluto. Elena si commuove rivedendo il mulino dove avevano passato giorni felici e decide di tornare con lui.
L'affarista Bracci, che ha assunto Silvio come segretario tuttofare, organizza una festa. Silvio, pur potendosi permettere lussi prima inconcepibili, è costretto a svolgere ogni tipo di mansione per conto del suo datore di retribuzione: quest'ultimo non perde occasione di umiliarlo pubblicamente finché, per ridicolizzarlo davanti agli ospiti durante una festa nella propria villa, gli spruzza in faccia dell'acqua di Seltz. Silvio, non potendo sopportare quest'ultimo affronto, subìto perdipiù di fronte ad Elena, che guarda amareggiata la scena, dà uno schiaffone a Bracci facendolo cadere in piscina ed esce di scena sottobraccio alla moglie fiero per la ritrovata dignità.
Genesi e produzione All'origine di quella che molti considerano, al pari de Il sorpasso, la più importante commedia all'italiana degli anni sessanta, c'è un soggetto in buona parte autobiografico di Rodolfo Sonego, che diceva di identificarsi pienamente nel personaggio di Silvio Magnozzi, interpretato nel film da Alberto Sordi. Quanto al personaggio dell'editore, vi è adombrato, sia pure implicitamente, l'editore e produttore Angelo Rizzoli, secondo Sonego «un uomo, nella sua semplicità, abbastanza sottile, abbastanza crudele»; il rapporto mostrato nel film tra Magnozzi ed il suo potenziale editore presentava non poche similitudini con quello che intercorreva davvero tra Sonego e Rizzoli, al punto che fu proprio quest'ultimo a dichiarare la somiglianza col personaggio, dicendosene oltretutto amareggiato per come nel film era stato tratteggiato.
Amici e colleghi di Sonego tentarono insistentemente di convincere lo sceneggiatore bellunese a non affidare il ruolo del protagonista ad un attore sostanzialmente comico come Sordi ed a scegliere per la parte, invece, Marcello Mastroianni, ritenuto anche per indole caratteriale maggiormente idoneo al profilo del personaggio. Sonego si oppose fermamente, poiché temeva che Mastroianni avrebbe introdotto nel personaggio, e dunque nel film, «un certo perbenismo». Per il ruolo di Elena, interpretata da Lea Massari, era stata inizialmente caldeggiata Gina Lollobrigida, che però richiese come condizione della propria scritturazione lo stesso numero di scene previsto per Sordi, motivo per cui si decise di scartarla.
Sonego e Sordi avrebbero preferito che il film si concludesse con un amaro lieto fine, ossia con il protagonista che, a malincuore, mette per sempre da parte gli ideali ed accetta di vivere nel benessere, integrandosi nella società "facile" del miracolo economico. Fu Dino De Laurentiis ad insistere affinché nel finale il protagonista si riscattasse con un improbabile e plateale atto di coraggio.
Le riprese si svolsero, oltre che a Roma, sul Lago di Como, nella fattispecie a Lenno (Tremezzina) e tra Lierna e Varenna. La famosa scena degli sputi sulle auto, sebbene nel film si dica che è ambientata a Viareggio, fu in realtà realizzata l'8 settembre 1961 sul viale a mare di Ronchi, quartiere di Marina di Massa, davanti al Ristorante "Oliviero".Alberto Anile Versilia. La notte in cui Sordi divenne Magnozzi e sputò sul Boom, La Repubblica 25 agosto 2020, p. 32.
Accoglienza Il film, come ricordava Sonego, piacque molto in Unione Sovietica, non solo per i suoi contenuti, ma «perché è un film profondamente malinconico». E benché Risi non avesse intenzioni politiche in senso stretto, piacque molto, in Italia, anche al segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti.
Piacque meno ai critici dell'epoca, che lo vedevano troppo sbilanciato sul personaggio di Sordi e sulla sua prestazione virtuosistica di mattatore. Vittorio Spinazzola accusò sceneggiatore e protagonista di avere accumulato situazioni «oscillanti tra la farsa e il melodramma, incentrate su di un personaggio per metà pagliaccesco e per metà commovente». La futura regista Liliana Cavani si dispiacque addirittura che «non si sia rinunciato a scene e immagini in cui non abbonda il pudore». Altri tuttavia si accorsero fin da subito del valore del film e del personaggio di Sordi, secondo il critico e scrittore Giuseppe Marotta «pusillanime e coraggioso, pigro e attivissimo, furbo e ingenuo, scettico e fiducioso, timido e sfrontato, puerile e ostinato, fermo e incoerente, [...] il più genuino e complesso ritratto di ragazzo del Sud che mi abbia mai commosso, divertito e incantato da uno schermo».