Ereditò dal padre alcune relazioni con importanti uomini delle istituzioni, tra cui il procuratore di Bologna Ugo Sisti e alcuni parlamentari del Movimento Sociale Italiano. Militò nell'organizzazione eversiva neofascista Avanguardia Nazionale, si macchiò di numerose azioni violente e intimidatorie anche per scopi privati, e si specializzò in furti di opere d'arte e mobili antichi. Per questi reati, fu più volte indagato e processato e visse anche in latitanza con il falso nome di Roberto Da Silva. Durante le sue carcerazioni strinse rapporti sia con esponenti della mafia siciliana, per cui fu coinvolto nella trattativa Stato-mafia tramite i carabinieri, sia con membri della 'ndrangheta, che lo ingaggiarono anche come killer trascinandolo in un vortice di violenza dal quale uscì solo nel 1999 quando venne arrestato e iniziò a collaborare con la giustizia, autoaccusandosi di numerosi omicidi commessi negli ultimi 25 anni. Nel 2019 la riapertura dell'inchiesta sulla strage di Bologna portò alla sua condanna come esecutore materiale, per conto di Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, e sotto il coordinamento di funzionari dei servizi segreti e altri apparati "deviati" dello Stato italiano.

È stato soprannominato "primula nera" da certi giornalisti e scrittori.

Biografia Contesto familiare e primi reati Il padre Aldo Bellini era un ufficiale della Brigata paracadutisti "Folgore", nostalgico del ventennio fascista; inoltre era in buoni rapporti con il magistrato Ugo Sisti, procuratore di Bologna nel 1980,. e intratteneva rapporti assidui con politici del Movimento Sociale Italiano e ufficiali dei servizi segreti. Aldo Bellini gestiva un albergo in località Mucciatella, nella frazione Puianello del comune di Quattro Castella (RE), e viveva nella casa adiacente all'albergo. Paolo Bellini ha un fratello, Guido, e alcune sorelle.

Paolo Bellini si sposò con Maurizia Bonini (nata nel 1954) nell'ottobre del 1970 e la loro prima figlia nacque nel marzo del 1971.

A 18 anni Paolo Bellini prestò servizio militare nelle forze corazzate e si addestrò come paracadutista. Da giovane seguì le orme del padre e frequentò la Giovane Italia, sezione giovanile del MSI, ma venne espulso perché accusato di aver depositato dell'esplosivo, nel settembre 1971, davanti alla sede del partito. Entrò anche a far parte della "banda del grana", dedita ai furti di Parmigiano Reggiano, ma con il suo ingresso la banda salì di livello e iniziò a occuparsi di mobili antichi e opere d'arte.

Aderì ad Avanguardia Nazionale nel 1971; secondo la sua testimonianza, frequentò esponenti di Avanguardia Nazionale di Parma e di Massa Carrara in qualità di «infiltrato» perché suo padre Aldo e il senatore Franco Mariani del MSI e Giorgio Almirante volevano essere informati da Paolo Bellini sui facinorosi nell'estremismo di destra.

Fra il 1973 e il 1976 compì alcune minacce ed azioni violente contro un meccanico perché sarebbe stato amante di sua moglie.

Nel 1974 fece un attentato intimidatorio a colpi di carabina contro l'abitazione di Dino Felisetti, avvocato e deputato del Partito Socialista Italiano, ma per questo fatto non venne indagato. Nello stesso periodo commise anche tre attentati intimidatori nei confronti dell'avvocato Vezzosi, che aveva assistito la famiglia Bellini in una controversia civile.

L'omicidio di Alceste Campanile Il 13 giugno 1975, assieme ad altri militanti di Avanguardia Nazionale, uccise con due colpi di pistola il militante di Lotta Continua Alceste Campanile, suo concittadino di Reggio Emilia e anche compagno di giochi da ragazzini, ma poi cresciuto con idee politiche opposte. Il giorno successivo all'omicidio il servizio segreto produsse un depistaggio in base al quale Campanile sarebbe stato ucciso da estremisti di sinistra con il movente di alcuni falsi legami con le Brigate Rosse. In realtà l'omicidio era stato premeditato da membri di Avanguardia Nazionale, con l'intento di creare una situazione di strategia della tensione, per influenzare le imminenti elezioni amministrative di Reggio Emilia.

Bellini confessò per la prima volta l'omicidio Campanile nel 1999, raccontando che si trattò di una lite personale con sfondo politico; solo nel 2005 Bellini raccontò il movente puramente politico e fece i nomi degli altri neofascisti coinvolti nell'omicidio. Per l'omicidio di Campanile, Bellini fu riconosciuto colpevole in primo grado e poi in Corte d'appello nel 2009, ma prosciolto per prescrizione.

La latitanza in Brasile e la falsa identità (1976-1981) Nel maggio del 1976 partecipò al sequestro del commerciante Giuseppe Gualandri a scopo di rapina, assieme a due militanti di Avanguardia Nazionale.

Il 22 settembre 1976, "per ragioni d'onore", sparò alla schiena e ai testicoli del commerciante d'auto romano Paolo Relucenti, fidanzato di una delle sue sorelle; da quel momento si rese irreperibile perché ricercato per questo tentato omicidio.

Nei giorni successivi al tentato omicidio di Relucenti, ottenne supporto da Giulio Firomini, membro di Avanguardia Nazionale di Massa Carrara, che gli fece avere un passaporto falso seguendo una pratica già sfruttata per coprire altri neofascisti come ad esempio Elio Massagrande che era scappato in Brasile; anche Bellini, già nell'ottobre 1976, si rifugiò nel paese sudamericano, che dal 1964 era governato da una dittatura militare appoggiata dagli USA. Venne registrato all'anagrafe di Rio De Janeiro con il falso nome "Roberto Da Silva" e ottenne un vero passaporto brasiliano.

Rientrò in Italia diverse volte dal 1977 e continuò la vita come latitante presentandosi come Roberto Da Silva. In quel periodo godette dell'aiuto di alcuni parlamentari del MSI fra cui Stefano Menicacci, avvocato dell'eversore neofascista Stefano Delle Chiaie, e Antonio Cremisini. Grazie a queste protezioni venne ammesso all'aeroclub di Foligno, dove ottenne il brevetto di pilota. Dal 24 maggio 1978 iniziò a portare in alcuni voli il magistrato Ugo Sisti; in particolare lo accompagnò a Roma per conferire con il ministro dell'interno Virginio Rognoni.

Con la falsa identità conseguì le patenti di guida B e D, si iscrisse alla Camera di commercio di Perugia nel ruolo di agente e rappresentante di preziosi, ottenne varie autorizzazioni della prefettura e anche il porto d'armi e la licenza di caccia e viaggiò più volte fra Bologna, la Svizzera, la Germania Ovest e l'Austria, anche con auto noleggiate in questi Paesi europei.

A partire dal 20 settembre 1978 seguì un corso di aeronautica presso la Sierra Academy of Areonautics, che all'epoca si trovava all'interno dell'Aeroporto Internazionale di Oakland in California.

Durante questa latitanza, nell'aprile del 1979, la moglie di Paolo Bellini ebbe un figlio, che partorì in Brasile, e al quale venne dato il nome Guido, come il fratello di Paolo. Formalmente Paolo Bellini (delegando il padre Aldo) e sua moglie avevano concordato una separazione consensuale nel 1979 prima della nascita del figlio Guido.

Nell'agosto e nel dicembre 1979 Paolo e il fratello Guido si recarono ad Asunción, capitale del Paraguay, dove incontrarono il latitante Gaetano Orlando ed altri neofascisti. Gaetano Orlando, già fondatore del Movimento di Azione Rivoluzionaria, nella capitale paraguaiana frequentava l'ordinovista Elio Massagrande. Assieme ad Orlando, i fratelli Bellini avrebbero intrapreso alcuni affari di natura commerciale.

Il 10 giugno 1980 Paolo Bellini compì un attentato contro l'abitazione di Carmelo Cataliotti, avvocato di Reggio Emilia che aveva assistito il meccanico che aveva subito azioni violente da parte di Bellini dal 1973 al 1976 e due giorni dopo, il 12 giugno, compì un analogo attentato contro l'abitazione del professor Comastri, il quale era stato parte civile in un processo in cui la madre di Bellini era stata condannata ad un risarcimento.

L'arresto, la detenzione, e il riconoscimento (1981-1986) Il 14 febbraio 1981 venne scoperto mentre guidava un camion carico di mobili d'arte rubati, assieme al complice Giuseppe Fabbri, a Pontassieve in provincia di Firenze, e fu quindi trattenuto nel carcere di Firenze. Nel maggio 1981 venne trasferito nel carcere di Reggio Emilia, poi in giugno ancora a Firenze, in settembre a Sciacca in provincia di Agrigento, in novembre a Palermo, in dicembre ancora a Sciacca e nel gennaio 1982 ancora a Firenze, poi nel corso del 1982 più volte fra le carceri di Modena, Firenze, Ferrara e Parma; in quel periodo il direttore del DAP era proprio Ugo Sisti, nominato dal secondo governo Cossiga nel settembre 1980.

Nel dicembre 1981 una fonte del servizio segreto SISDE asseriva che il detenuto Da Silva fosse in realtà il latitante Paolo Bellini, ma su questa informativa fu posto il segreto di Stato.

La Digos di Reggio Emilia, per verificare se il Da Silva fosse in realtà il Bellini, chiese le impronte digitali di Bellini al distretto militare di Modena dove egli aveva fatto il servizio militare, ma il foglio matricolare di Bellini era stato occultato da un tenente colonnello, che l'aveva sottratto dall'apposito archivio e l'aveva riposto nel suo cassetto personale.

Il 18 gennaio 1982 una comparazione del Da Silva con le foto del Bellini e anche una comparazione dattiloscopica diedero entrambe esito positivo nel riconoscimento del latitante. Nonostante ciò, il padre Aldo in tribunale a Firenze davanti a suo figlio negò di riconoscerlo. Addirittura la moglie Maurizia Bonini dichiarò che si era messa insieme con Roberto Da Silva ed aveva avuto da lui il figlio Guido.

Il 25 maggio 1984 fu condannato a otto anni di carcere per i tentati omicidi dell'avvocato Cataliotti e del professor Comastri, commessi nel 1980.

Nel 1986 venne scarcerato.

Prima fase di collaborazione con la 'ndrangheta (1988-1993) La sera dell'8 gennaio 1988, Bellini uccise con sei colpi di pistola l'ex complice Giuseppe Fabbri (erano stati fermati assieme in occasione del primo arresto di Bellini-Da Silva nel 1981); Bellini sostenne che il motivo dell'omicidio era la spartizione dei proventi di alcuni furti. Quasi subito Bellini venne arrestato e processato per questo omicidio e per porto illegale di arma da fuoco e altri reati, ma nel 1990 venne assolto con formula piena, per errore della Corte di assise di Firenze, e venne dunque liberato.

Nel 1988 Bellini in carcere a Prato incontrò lo 'ndranghetista Nicola Vasapollo, affiliato al clan Dragone; diventarono amici e si fecero alcune promesse di collaborazione criminale. Un precedente contatto fra i Bellini e la 'ndrangheta risaliva al 1982, quando il boss di Cutro (KR) Antonio Dragone soggiornò presso l'albergo di Aldo Bellini alla Mucciatella.

Il 6 maggio 1990 Bellini, assieme ad Antonio Valerio, membro del clan dei Dragone e dei Vasapollo, tentò di uccidere il pregiudicato palermitano Antonino D'Angelo, attivo nel traffico di stupefacenti. L'agguato avvenne davanti alla discoteca Redas di Montecchio Emilia, e fu Valerio a sparare, secondo la ricostruzione che diede egli stesso nel 2017 in qualità di collaboratore di giustizia.

Il 30 settembre 1990 Bellini uccise a Crotone il ventiduenne Cosimo Martina. La motivazione sarebbe stata un futile litigio nel traffico veicolare che Antonio Valerio aveva ingaggiato con tre persone a bordo di un'auto, fra cui il ventiduenne Martina.