Partecipò alle Olimpiadi di Tokyo 1964, è stato campione europeo e mondiale WBC dei pesi superleggeri, rinunciando in entrambi i casi al titolo senza essere stato mai sconfitto in incontri con il titolo in palio.

Biografia Nato ad AtinaAltre fonti riportano come luogo di nascita Atina in provincia di FrosinoneIntervista a Bruno Arcari, in: Corriere della Sera, 12 luglio 2010, dove visse nei primi anni di vita con la famiglia prima di trasferirsi a Genova, dove iniziò a frequentare una palestra locale, la Mameli Pejo.

Carriera dilettantistica Fu campione italiano dilettanti dei pesi superleggeri nel 1962 a Modena e nel 1963 a Pesaro, battendo, tra gli altri, il futuro campione italiano Ermanno Fasoli. Nello stesso anno, nei superleggeri, vinse i Giochi del Mediterraneo a Napoli e la medaglia di bronzo ai Campionati europei, sconfitto dal polacco Jerzy Kulej. Nel 1963 e nel 1964 vinse la medaglia d'oro ai Campionati mondiali militari, nella categoria dei pesi leggeri.

Era il pugile su cui contava principalmente l'Italia per una medaglia d'oro nei superleggeri alle Olimpiadi di Tokyo. Purtroppo perse al primo turno contro il keniano Alex Oundo a causa di una ferita subìta che indusse l'arbitro a decretare il knockout tecnicoOrlando "Rocky" Giuliano, Storia del pugilato, Longanesi & C., Milano, 1982, p. 156. La debolezza delle arcate sopracciliari sarà anche la motivazione delle due uniche sconfitte subite da Arcari da professionista.

Concluse la carriera dilettantistica con 85 vittorie, 5 sconfitte e un pareggio su 91 incontri disputati.

Il passaggio al professionismo

Esordì come professionista l'11 dicembre 1964, a Roma, subendo una sconfitta da parte di Franco Colella. Questi iniziò attaccando e con un colpo aprì subito una ferita al sopracciglio sinistro del pugile di Atina. Arcari reagì assestando un poderoso montante sinistro al fianco e un gancio destro alla mascella dell'avversario. Colella si affidò alle trattenute e ad una ben assestata testata, tanto da essere richiamato dall’arbitro Fantozzi sia al secondo che al terzo round. Alla quarta ripresa l'arbitro fece visionare per ben tre volte al medico la ferita di Arcari e, nell'intervallo tra il 4º e il 5º round, ritenne che l'ex-olimpionico non fosse più in grado di proseguire. Dichiarò, perciò, Colella vincitore per ferita.

L'11 marzo 1966 a Roma batté ai punti in dieci riprese l'ex campione del mondo dei pesi leggeri il quarantenne Joe Brown, considerato uno dei più forti pesi leggeri di tutti i tempi.

Dopo 10 vittorie consecutive, il 10 agosto 1966, a Senigallia, Arcari sfidò Massimo Consolati per il titolo italiano dei superleggeri, lasciato vacante da Sandro Lopopolo. Anche stavolta, alla quinta ripresa, Arcari fu raggiunto da un gancio destro dell'avversario che gli aprì una copiosa ferita. Si giunse con scambi continui sino alla nona ripresa quando l'arbitro, anche in questo caso, chiamò il medico per verificare la consistenza della ferita subita dal pugile di Atina. Il medico non se la sentì di mettere a rischio l'incolumità di Arcari, pur essendo questi in netto vantaggio. L'arbitro allora interruppe l'incontro per ferita, dando la vittoria per KOT al 10º round a Massimo Consolati.

Quattro mesi dopo fu allestita la rivincita a Genova, di fronte a un pubblico favorevole allo sfidante. Arcari conduceva nettamente l'incontro ma, all'8º round, una nuova ferita sul sopracciglio destro dello sfidante richiese l'intervento del medico. Stavolta, però, l'arbitro decretò la squalifica del campione uscente per testata irregolare, assegnando ad Arcari la cintura italiana dei pesi superleggeri. L'evento ha avuto interpretazioni contrapposte. Consolati, pur riconoscendo la superiorità dell'avversario, ha dichiarato di non averlo mai colpito con una testata e analogamente si è pronunciato Gabriele Fradeani della testata telematica Boxering della Fpi, che era presente all'incontro. Il corrispondente de L'Unità ha scritto che la ferita di Arcari, apertasi alla terza e poi nuovamente all'ottava ripresa, sia stata inferta da regolari ganci sinistriArcari "tricolore" dei superleggeri, in: L'Unità, 8 dicembre 1966. Il corrispondente de La Stampa ha sostenuto, invece, di una testata di Consolati che, nell'ottava ripresa, avrebbe aggravato le condizioni di una ferita apertasi in precedenzaLa Stampa, 8 dicembre 1966. Dello stesso parere il corrispondente del Corriere della Sera che ha parlato addirittura di "un paio di testate"Corriere della Sera, 8 dicembre 1966.

Da lì in poi, Arcari difese tre volte il titolo italiano dei superleggeri, battendo ai punti Efrem Donati e per KOT alla prima ripresa Romano Bianchi, entrambi sul ring di Genova. Ad Acqui, il 6 settembre 1967, sconfisse Piero Vargellini per KOT alla quarta ripresa. Si sottopose poi a un primo intervento di chirurgia plastica alla palpebra e al sopracciglio destroMario Gherarducci, Arcari l'antidivo per eccellenza vuol superare il mito Benvenuti, in: Corriere della Sera, 29 gennaio 1970.

Campione d'Europa Il 7 maggio 1968 incontrò a Vienna, di fronte a quindicimila spettatori avversi, l'idolo locale Johann Orsolics, per la cintura europea detenuta dall'austriaco. Orsolics, più alto di alcuni centimetri, partì subito all'attacco mentre Arcari, inizialmente, si limitò a incassare e a replicare con forza. Dopo la quarta ripresa il detentore cominciò a rallentare per recuperare fiato e Arcari aumentò progressivamente un ritmo già alto. Stavolta a spaccarsi le sopracciglia fu Orsolics, al 7º round. Al 12º round l’arbitro Smith non poté che constatare la gravità della ferita dell'austriaco e fermò il match, assegnando vittoria e titolo europeo all'italiano.

Arcari abbandonò il titolo italiano e difese vittoriosamente quattro volte la cintura europea. A Sanremo sconfisse il britannico Des Rea, a Roma il tedesco Willy Quatuor, ancora a Sanremo l'ex avversario di Lopopolo, Juan "Sombrita" Albornoz, e a Bologna l'altro spagnolo José Luis Torcida. Vinse sempre prima del limite, tra la quinta e la settima ripresa.

Campione del mondo

Il 31 gennaio 1970, finalmente gli fu data la possibilità di combattere per il titolo mondiale della WBC, istituito da poco. Il campione in carica era il filippino Pedro Adigue, che aveva guadagnato il titolo battendo lo statunitense Adolph Pruitt nell'incontro inaugurale per l'attribuzione della cintura. Era alla sua prima difesa e, per venire a combattere al Palazzo dello Sport di Roma, chiese la borsa non indifferente di 55.000 dollariTraguardo "mondiale" stasera per Arcari, in: La Stampa, 31 gennaio 1970. Si presentò dopo aver appena messo KO a Tokyo al primo round, in un match al limite dei pesi welter, il campione nazionale giapponese dei medi junior Koichi Wajima, futuro campione del mondo di tale categoria.

Alla terza ripresa, il filippino assestò allo sfidante un terribile gancio destro alla mascella. Fu forse il colpo più devastante subito da Arcari in tutta la sua carriera. Piegò le gambe ma riuscì a non farsi contare. Alla dodicesima ripresa l'incontro sembrava ancora equilibrato. Nelle ultime tre riprese, Arcari attaccò e tenne l’iniziativa, con Adigue che gli era sempre addosso. Poi alla quindicesima, il campione del mondo barcollò sotto un preciso gancio sinistro dell'italiano. Entrambi i pugili terminarono stanchissimi. Arcari conquistò la cintura mondiale con ben otto punti di vantaggio sul cartellino dell'arbitro e giudice unico Teddy Waltham, un margine però che gran parte degli osservatori dichiarò eccessivoOtto punti per Arcari. «Troppi» dicono tutti, in: Corriere della Sera, 3 febbraio 1970.

Dopo aver rinunciato al titolo europeo, Arcari difese la cintura mondiale per nove volte in quattro anni. Combatté otto volte in Italia e una sola volta all'estero. Il 10 luglio 1970, a Lignano Sabbiadoro, mise in palio il titolo con il campione europeo René Roque, già vincitore su Lopopolo. Alla seconda e alla quinta ripresa, il francese ferì due volte con una testata il campione del mondo. All'inizio della sesta, Arcari era una maschera di sangue e il medico ne dichiarò l'impossibilità a proseguire. L'arbitro si pronunciò allora per la volontarietà della seconda testata, attribuendo la vittoria al pugile italiano per squalifica alla sesta ripresa, nonostante le proteste dell'angolo dello sfidanteCorriere d'Informazione, 11-12 luglio 1970.

Il 30 ottobre dello stesso anno, Arcari superò il modesto brasiliano Raimundo Dias, a Genova, per KO al terzo round. Questi già alla prima ripresa aveva aperto un profondo squarcio all'arcata sopracciliare destra del campione del mondo che, nei giorni successivi, fu costretto a ricorrere a un nuovo intervento di chirurgia plasticaMario Minini, Arcari di nuovo sotto i ferri, in: Corriere d'Informazione, 31 ottobre-1 novembre 1970.

Il 6 marzo 1971, a Roma, incontrò per la prima volta il brasiliano João Henrique che fino ad allora aveva subito una sola sconfitta, dall'argentino Nicolino Locche. L'incontro fu altamente spettacolare. Arcari aveva acquisito un buon vantaggio, sino alla dodicesima ripresa, quando il brasiliano aprì una nuova profonda ferita sull'arco sopracciliare dell'avversario. Nei due round successivi, Henrique riuscì nettamente a prevalere. Al suono dell'ultimo gong, Arcari era intenzionato a non alzarsi dallo sgabello. Fu il manager Rocco Agostino a convincerlo. Il campione del mondo, allora, si scagliò come una furia contro lo sfidante facendogli rischiare il KO. Il verdetto ai punti, in favore dell'italiano, fu unanime.

Le successive difese del titolo, contro l'argentino Enrique Jana e lo spagnolo Domingo Barrera, combattute sempre in Italia videro il campione del mondo vincitore prima del limite. Il 28 aprile 1972, nel match non valido per il titolo contro il portoricano José Peterson, Arcari beneficiò di un verdetto decisamente favorevole. Durante la terza ripresa, nella foga del combattimento, urtò con la testa la fronte dell'avversario, riportando una ferita all'arcata destra che cominciò a sanguinare copiosamente. Durante l'intervallo ci si rese conto che l'italiano non poteva più proseguire e l'arbitro, anziché assegnare la vittoria al portoricano, lo squalificò tra i fischi e il fitto lancio di monetine del pubblico bologneseL'arbitro "regala" ad Arcari una vittoria per squalifica, in: Corriere della Sera, 29 aprile 1972, p. 21.

Il 10 giugno successivo, Arcari compì forse il suo capolavoro, nella rivincita contro João Henrique sul ring amico di Genova. Lasciò condurre il brasiliano per le prime sei riprese, limitandosi a boxare di rimessa. Dopo un pericoloso montante al tronco dello sfidante, cambiò marcia. Alla nona ripresa colpì decisamente Henrique con un gancio sinistro. A 2:15 del 12º round mandò al tappeto l'avversario con una terribile combinazione di destro doppiato da un gancio sinistro. Lo sfidante rimase imbambolato seduto a terra appoggiandosi alle corde per tutto il conto di dieciMario Gherarducci, La boxe italiana ringrazia Arcari, in: Corriere della Sera, 29 aprile 1972.

Il 2 dicembre 1972, a Torino, Arcari incontrò il brasiliano residente in Italia Everaldo Costa Azevedo. Questi evitò con cura la battaglia, ma non mancò di utilizzare qualche scorrettezza del mestiere. Nel finale una ferita al solito sopracciglio del campione del mondo iniziò a sanguinare ma, fortunatamente, non fu determinante per l'esito del match. Il verdetto ai punti in favore di Arcari fu unanime.

L'unica difesa del titolo combattuta fuori casa fu a Copenaghen, contro Jørgen Hansen, che finì KO alla quinta ripresa. Arcari mantenne il titolo fino al 16 febbraio 1974 quando sconfisse lo spagnolo Antonio Ortis, a Torino, per squalifica all'ottavo round.

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