Largomento del sigillo (in inglese: trademark argument; talvolta chiamato argomento ontologico) è un argomento a priori per provare l'esistenza di Dio, sviluppato dal filosofo e matematico francese René Descartes. Il nome è dovuto al fatto che l'idea di Dio esistente nel cogito di ogni persona "è l'impronta, marchio o sigillo del loro divino Creatore".

Nelle sue Meditazioni metafisiche, Descartes fornisce due argomenti per l'esistenza di Dio. Nella meditazione V presenta una variante dell'argomento ontologico che tenta di dedurre l'esistenza di Dio dalla Sua stessa natura; nella Meditazione III presenta un argomento per l'esistenza di Dio che muove i primi passi a partire da uno degli effetti della Sua attività.

Descartes non può iniziare con l'esistenza del mondo o con qualche caratteristica del mondo perché, in questa fase della sua argomentazione, non ha ancora dimostrato che il mondo esiste. Egli parte quindi dal fatto che possiede un'idea di Dio per concludere "che il solo fatto che io esisto e abbia in me l'idea di un essere perfettissimo, cioè Dio, fornisce una prova molto chiara che Dio esiste davvero. [...] Non sorprende che Dio, creandomi, abbia posto in me questa idea per essere, per così dire, il sigillo dell'artigiano impresso sul suo lavoro".

Ipotesi sottostanti Per comprendere l'argomento di Cartesio è necessario comprendere alcuni dei presupposti metafisici utilizzati al suo interno.

Gradi di realtà Cartesio disse:

Descartes proseguì descrivendo questo argomento come "palesemente vero". Commentando questo passaggio, Williams asserì: "Questo è un pezzo di metafisica scolastica, ed è una delle indicazioni più sorprendenti del divario storico che esiste tra il pensiero di Descartes e il nostro, nonostante modernità di molti altri suoi scritti, dal momento che, senza battere ciglio, è capace di accettare come ovvio alla luce della ragione questo principio non intuitivo e appena comprensibile". ivi p. 120

Ai suoi tempi fu contestato da Hobbes che nelle Obiezioni affermò: "Inoltre, M. Cartesio dovrebbe considerare nuovamente cosa significhi 'più realtà'. La realtà ammette un più e un meno? O pensa che una cosa possa essere più cosa di un'altra? Se è così, dovrebbe considerare in che modo ciò ci possa essere spiegato con quel grado di chiarezza che ogni evidenza richiede e che lui stesso ha impiegato altrove". ivi p. 130

A questa obiezione Cartesio rispose:

Per comprendere l'argomento del sigillo di Descartes non è necessario comprendere appieno la metafisica aristotelica sottostante, ma è necessario sapere che: una sostanza infinita ha più realtà di una sostanza finita, che a sua volta ha più realtà di un modo. ivi p. 160

Una sostanza è qualcosa che esiste indipendentemente.. L'unica cosa che esiste veramente in modo indipendente è una sostanza infinita la quale appunto non dipende da nient'altro per la sua esistenza. In questo contesto, la "sostanza infinita" denota Dio, unica sostanza autosussistente. Una sostanza finita può esistere indipendentemente dalle altre, fatta comunque salva la sua relazione di dipendenza dalla sostanza infinita. "Sostanza" non implica "sostanza fisica": per Descartes il corpo è una sostanza, ma anche la mente è una sostanza: sono sostanza sia la res cogitans (immateriale) che la res extensa.

Un "modo" è "una modalità o una maniera nella quale qualcosa accade o viene sperimentato, espresso o fatto". All’interno di questo schema, una sostanza (ad esempio, una mente) avrà un attributo (pensiero), mentre il modo potrebbe essere predisposto ad avere un’idea corrispondente.

Il grado di realtà è correlato al modo in cui qualcosa dipende dalla sostanza: "i modi dipendono logicamente dalla sostanza; essi 'sono in essa come soggetto'... Le sostanze create non dipendono logicamente, ma causalmente, da Dio. Non sono inerenti a Dio come soggetto, ma sono effetti di Dio in qualità di Creatore". ivi p. 134 In altre parole, le sostanze non sono proprietà o attributi di Dio, ad esso coeterne, ma, in quanto causate da Dio e in particolare create da Lui, sono separate e dipendenti dalla Sua soggettività.

Per non fare confusione, è importante notare che il grado di realtà non è correlato alle dimensioni fisiche: ad esempio, una palla da bowling non ha più realtà di una palla da ping pong; un incendio boschivo non ha più realtà della fiamma di una candela.

Realtà formale e realtà oggettiva Cartesio affermò:

L'espressione "realtà formale" corrisponde approssimativamente a ciò che intendiamo con l'espressione "effettivamente esistente".. “Realtà oggettiva” non è inteso in opposizione alla realtà soggettiva, bensì a qualcosa di più simile all'oggetto dei propri pensieri, indipendentemente dal fatto che esista o meno.. Cottingham afferma che la "realtà oggettiva" è il "contenuto rappresentativo di un'idea". ivi p. 49 Hatfield chiarisce il concetto col seguente esempio: "pensa a un oggetto del desiderio: un campionato per la tua squadra sportiva preferita, che potrebbe non esistere ora e che non è mai esistito. Nella terminologia di Cartesio, ciò che possiede "realtà oggettiva" è qualcosa che è contenuto nello stato mentale del soggetto e che quindi può anche essere definito "soggettivo" nella lingua corrente.

Per esistere nel mio pensiero, di cui è un modo e una realtà formale, un'idea deve avere come causa qualcosa che abbia un grado di realtà formale pari o superiore, e che esista almeno nel pensiero di qualche ente. Tale grado di realtà formale della causa deve essere superiore anche a quello di realtà oggettiva dell'idea-effetto: se quest'ultima è infinita, deve esserlo anche la causa; se quest'ultima esiste in un modo extramentale, vale a dire nella res extensa, anche l'idea che ne è la causa deve possedere l’esistenza in un grado uguale o superiore.

Fondamentale per l'argomento di Cartesio è il modo in cui i livelli di realtà oggettiva sono determinati. Il livello di realtà oggettiva è determinato dalla realtà formale di ciò che viene rappresentato o pensato. Quindi, ogni idea appartenente al cogito, la mente umana, è caratterizzata dal livello più basso di realtà formale, poiché è un modo di un pensiero; le idee pensate, prive di un’esistenza extramentale, possiedono diversi livelli di realtà oggettiva. In altre parole, le idee pensate si differenziano per il grado di realtà oggettiva che avrebbero qualora esistessero: pertanto, l'idea di una sostanza infinita possiede una realtà più oggettiva dell'idea di una sostanza finita..

Kenny osserva che "a volte usiamo la parola 'realtà' per distinguere la realtà dalla finzione: da questo punto di vista, l'idea di un leone avrebbe una realtà più oggettiva dell'idea di un unicorno poiché i leoni esistono, mentre gli unicorni no. Ma non è questo che intende Cartesio».. In questo caso l'idea di un leone e l'idea di un unicorno avrebbero la stessa realtà oggettiva perché un leone e un unicorno (se esistessero) sarebbero entrambi sostanze finite.

L'essere formale è l’essere attuale in senso aristotelico, mentre l'essere oggettivo è la potenza (dell'esistenza, attuale o meno). In questa fase delle Meditazioni, infatti, ciò che esiste in atto evidentemente sono le idee pensate, ciò che è il contenuto del cogito, mentre l’eventuale esistenza extramentale deve ancora essere dimostrata e dunque esiste solamente in potenza.

Applicazione del principio di adeguatezza causale

Usando le idee precedentemente descritte, Descartes poté affermare che è ovvio che ci deve essere almeno tanta realtà nella causa quanto nell'effetto, perché, se così non fosse, si otterrebbe qualcosa dal nulla. Infatti, "l'idea del calore o di una pietra non può esistere in me se non vi è messa da qualche causa che contenga almeno tanta realtà quanta quella che io concepisco esservi nel calore o nella pietra. Infatti, sebbene questa causa non trasferisca nulla della sua realtà oggettiva [reale] o formale alla mia idea, non si dovrebbe supporre che sia meno reale".

Poiché l'idea di Dio contiene il livello di realtà oggettiva appropriato a una sostanza infinita, è legittimo chiedersi da dove provenga un'idea con questo livello di realtà. Dopo aver considerato varie opzioni, Descartes conclude che deve provenire da una sostanza che possiede almeno lo stesso livello di realtà formale. Perciò deve esistere una sostanza infinita, cioè Dio.

La dimostrazione assume l'ipotesi che nulla proviene dal nulla e che quindi tutto debba avere una causa (principio di ragion sufficiente). Più precisamente, ne assume una versione più stringente, detta principio di causalità adeguata, secondo cui la causa non può essere una qualunque, ma deve essere "adeguata" all'effetto, cioè possedere un grado di realtà maggiore o uguale a quello di quest'ultimo.

L’unica causa dell’infinito può essere l'infinito stesso, non essendovi nulla con un grado di essere maggiore dell'infinito stesso: l'unica possibile causa di un’idea che contiene l’infinito, ancorché nel pensiero umano, è l'infinito medesimo (altrimenti detto sostanza infinita).

Esso –prosegue l'argomento- non appartiene alla mia finitezza né al cogito né alla res extensa umane, che sono entrambe due sostanze finite, e dunque esiste al di fuori di me.

Lo stesso dicasi per gli altri attributi di Dio: immutabilità, eternità, onniscienza, onnipotenza, ecc.: in me esiste un'idea di immutabilità, di eternità, di infinita perfezione, di onniscienza e onnipotenza, la quale deve avere una causa (idea o altro) col medesimo grado di realtà e quindi immutabile, eterna, infinitamente perfetta, onnipotente e onnisciente. Poiché in me non vi è nulla di immutabile, eterno, infinitamente perfetto, onnipotente e onnisciente, le cause di queste idee devono essere a me esterne.

Schema dell'argomento di Cartesio Le mie idee possono essere innate, avventizie (cioè provengono da fuori di me) o fattizie (sono state inventate da me). Ancora non conosco la loro vera origine; se le idee sono considerate semplicemente come modi del pensiero, sono tutte uguali e sembrano provenire dalla mia interiorità. Le idee che rappresentano sostanze contengono in sé una realtà più oggettiva delle idee che rappresentano semplicemente dei modi; l'idea che mi restituisce la comprensione di un Dio supremo, (eterno, infinito, ecc.) ha una realtà più oggettiva delle idee che rappresentano le sostanze finite; dal lume della luce naturale risulta evidente che deve esserci almeno tanta realtà nella causa efficiente e totale quanto nell'effetto di quella data causa. ne consegue sia che qualcosa non può nascere dal nulla, sia che ciò che contiene più realtà non può nascere da ciò che contiene meno realtà. E questo vale non solo quando si consideri la realtà formale, ma anche quando si consideri la realtà oggettiva; sebbene la realtà nelle mie idee sia semplicemente una realtà oggettiva, ciò che alla fine causa quelle idee deve contenere lo stesso grado di realtà formale. Sebbene un'idea possa nascere da un'altra, qui non può esserci un regresso all'infinito; alla fine si deve raggiungere un'idea primaria, la cui causa conterrà formalmente tutta la realtà che è presente solo oggettivamente nell'ideaStante quanto detto all'inizio della sezione intitolata "Realtà formale e realtà oggettiva"; le idee sono come immagini che possono facilmente non raggiungere la perfezione delle cose da cui sono tratte, ma che non possono contenere nulla di più grande o di più perfetto; se la realtà oggettiva di una qualsiasi delle mie idee risulta essere così grande che sono sicuro che essa non può risiedere in me, né formalmente né eminentemente (cioè potenzialmente), e quindi che io stesso non posso esserne la causa, ne conseguirà necessariamente che non sono solo al mondo, ma che esiste anche qualche altra cosa esterna a me che è la causa di questa idea;