Il 1º agosto 1917 - nel pieno svolgimento della prima guerra mondiale - Papa Benedetto XV diffuse uno straordinario appello in francese e in italiano, ufficialmente rubricato come esortazione apostolica Dès le début ed indirizzato "Ai capi dei popoli belligeranti", per stigmatizzare il conflitto ed esortare i contendenti a risolvere diplomaticamente le loro controversie. Il documento pontificio è passato alla storia per aver introdotto per la prima volta la locuzione «inutile strage» nel definire un conflitto in corso.
Fu la prima volta, nel XX secolo, che un pontefice si rivolgeva ai governanti con un appello alla pace. Con tale appello, Benedetto XV andava oltre la generica deplorazione della violenza, proponendo condizioni concrete per l'avvio dei negoziati di pace e gettando sullo scontro l'ombra della delegittimazione religiosa.
L'appello sembrava mettere in discussione quell'alleanza tra autorità politica e autorità religiosa che aveva portato le varie confessioni religiose, compresa quella cattolica, a sostenere e talora a sacralizzare la causa dei rispettivi paesi.
Contesto storico Fin dall'inizio del suo pontificato, di poco successivo allo scoppio delle ostilità, Benedetto XV aveva inteso prendere le distanze dai due blocchi dei belligeranti, al fine di poter riaffermare la funzione soprannazionale (e, dunque super partes) della Chiesa, anche in vista di una possibile azione di pace nel nome della paternità universale. Il Papa scelse quindi una politica rigidamente neutrale, cercando di accreditarsi come mediatore tra l'Intesa e gli Imperi Centrali. Sconvolto dagli effetti devastanti del conflitto industriale, egli non si limitò all'azione caritatevole e diplomatica ma cominciò a prendere le distanze dalla dottrina tradizionale della guerra giusta. Si trattò di prese di posizione nette, per molti versi innovative, rispetto alle quali fondamentale risultò la personalità di papa Benedetto XV. La condanna della guerra come tale (ripetutamente definita come «incomparabile sciagura», «immane flagello»), che si poneva in netta antitesi con l’esaltazione del conflitto da parte degli Stati, compreso quello italiano, divenne, in particolare, un leit motiv del magistero del Pontefice negli anni 1914-1918, trovandosi espressa in numerosi testi: dalla esortazione apostolica Ubi primum dell'8 settembre 1914, all'enciclica Ad Beatissimi Apostolorum del 1º novembre 1914, sino all'esortazione apostolica dell'agosto 1917, in cui la guerra venne definita «inutile strage».
Il 7 dicembre 1914, invece, il Papa Benedetto XV avanzò la proposta di sottoscrivere una tregua natalizia tra i governi belligeranti, chiedendo che "i cannoni possano tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano", richiesta che fu ufficialmente respinta dai governi.
Tuttavia, nel corso del Natale del 1914, benché nessun accordo ufficiale fosse stato pattuito, circa 100.000 soldati francesi, britannici e tedeschi aderirono all'appello del Papa e furono coinvolti in un certo numero di tregue spontanee lungo i rispettivi settori di fronte nelle Fiandre. In molti casi gli episodi di fraternizzazione proseguirono anche la mattina di Natale: una forte gelata indurì il terreno e disperse l'odore di putrefazione dei cadaveri insepolti, e diversi gruppi di soldati dei due schieramenti si incontrarono nella terra di nessuno per scambiarsi doni e scattare foto ricordo; il livello di fraternizzazione fu tale che vennero persino organizzate improvvisate partite di calcio tra i militari tedeschi e quelli britanniciG. D. Sheffield (a cura di Maurizio Pagliano), Storia fotografica della prima guerra mondiale, Vallardi I. G., Lainate, 1993, p. 35. ISB 88-7696-128-3..
La tregua fornì poi l'occasione per recuperare i caduti rimasti abbandonati nella terra di nessuno e dare loro sepoltura; durante questa fase, furono organizzate anche funzioni religiose comuni per tutti i caduti. Nei settori del fronte interessati dalla tregua l'artiglieria rimase muta e non si verificarono combattimenti su vasta scala per tutto il periodo natalizio
Tra il gennaio-febbraio 1916, dopo la nota del 12 dicembre in cui Theobald von Bethmann-Hollweg propose l'inizio di trattative di pace e il poco successivo appello del presidente Thomas Woodrow Wilson che il 23 dicembre chiedeva ai belligeranti di manifestare le rispettive vedute sulla pace, nella speranza potessero trovare un terreno comune di discussione, anche la Santa Sede diede inizio a una più vitale attività diplomatica mirante a ottenere dalle due parti in lotta l'inizio di negoziati.. I risultati furono negativi, soprattutto perché fallita la gigantesca offensiva Nivelle e ancor lontana la possibilità di un efficace intervento statunitense nel conflitto, la situazione appariva pesantemente statica. Gli stati d'animo degli eserciti e dei popoli dell'Intesa iniziavano a dare segni di cedimento, mentre in Germania lo stato maggiore prese de facto il sopravvento sul potere civile. Il capo di stato maggiore tedesco Erich Ludendorff estromise il cancelliere Bethmann-Hollweg, e con la Russia ormai paralizzata militarmente in seguito alla rivoluzione, l'esercito degli Stati Uniti ancora lontano e la guerra sottomarina indiscriminata in piena efficienza, la gerarchia militare tedesca confidava come non mai nella vittoria finale.
A luglio il nunzio apostolico in Germania, monsignor Pacelli, comunicò alla Santa Sede che ormai ogni richiesta di pace del Vaticano sarebbe dovuta rivolgersi solamente all'Intesa..
L'esortazione del Papa
Il testo del discorso papale del 1º agosto 1917 si articola in tre parti che affrontano i precedenti appelli alla pace, che Benedetto XV enunciò fin dal 1915, gli strumenti come disarmo e arbitrato imprescindibili per garantire una pace duratura, e comprende, nella terza parte, l'accorato appello ad accogliere il suo invito e dove si legge la frase sull'inutilità della guerra in corso..
L'appello si apre citando i tre propositi che il Papa intende perseguire con la presente nota:
Dopo aver ricordato le precedenti esortazioni alla pace, da lui adottate sin dall'inizio della guerra, il Papa ribadisce di essere mosso "unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli". Ritiene peraltro necessario che sia in suo potere - e suo dovere di Padre - proporre soluzioni concrete alla soluzione del conflitto, affinché l'appello non cada nel vuoto:
Dopo tale richiamo "alla forza morale del diritto", il Papa e proponeva, come base per una pace giusta e duratura: disarmo e arbitrato; libertà dei mari; condono reciproco, salvo casi specifici, dei danni di guerra; restituzione dei territori occupati; esame delle questioni territoriali precedenti tra Francia e Germania, Italia e Austria-Ungheria, e altre relative agli stati balcanici, Polonia e Armenia. La Nota terminava quindi con un appello affinché proposte venissero accolte e si potesse giungere al più presto alla cessazione della tremenda lotta:
In particolare, secondo il pontefice, le grandi potenze dovevano perseguire:
L'esortazione si conclude con la richiesta ai Capi di Stato di accogliere il suo "invito paterno".
Il nuovo tentativo di mediazione papale mirava a saggiare la volontà dei governi concentrandosi su basi concrete e non più in base a principî astratti. Il documento, perciò, non avrebbe dovuto essere di dominio pubblico. Quando, però, il testo venne diffuso, colpì profondamente l'immaginario collettivo grazie alla locuzione «inutile strage». Tuttavia si risolse con un insuccesso diplomatico.
Durante la preparazione del documento la segreteria di Stato consigliò al pontefice di eliminare quelle due parole, giudicate pericolose, ma Benedetto XV le mantenne assumendosi la responsabilità del suo rifiuto a modificare il testo e resistendo alle insistenze dei collaboratori che ne sollecitavano la cancellazione..
Reazioni immediate Come scrisse lo storico Piero Melograni: «l'inutile strage rimase, e sollevò una tempesta».. Decisi a perseguire i loro obiettivi bellici, i governi rigettarono la proposta, e la pubblicazione dell'esortazione da parte del The Times di Londra e la vasta eco suscitata in tutto il mondo dalle parole del papa fecero sì che la questione si spostasse dal piano diplomatico a quello mediatico, alimentando le attese per la fine del conflitto e le inquietudini per la tenuta del fronte interno.. La realtà della guerra totale e dei suoi immensi sacrifici rendeva difficilmente percorribile una pace di compromesso; la guerra da semplice lotta per l'equilibrio balcanico era divenuta una guerra di carattere ideologico, e accanto alle voci di pace si elevavano sempre più alte le voci reclamanti che tanto sangue e tanti sacrifici non fossero invani..
Sulla stampa
In Italia, l'esortazione venne accolta con indifferenza - e in alcuni casi con ostilità - dalla stampa, perché avrebbe inficiato sul morale e avrebbe minato lo spirito della truppa combattente con la prospettiva inverosimile di una pace cercata a livello diplomatico. I socialisti dellAvanti! parlarono di una «bella nota idealistica»; i democratici de Il Messaggero definirono l'esortazione come un documento con frasi «vaghe ed elastiche» che avrebbero potuto generare equivoci; i liberali de Il Giornale d'Italia affermarono che la Nota nella pratica era irrealizzabile, e i nazionalisti de L'Idea Nazionale scrissero che l'esortazione papale - come qualunque altro intervento esterno - non avrebbe potuto in alcun modo fermare la guerra vittoriosa dell'Italia.. Nonostante la diversità di opinioni, nella maggior parte dei casi la stampa accolse l'appello papale con indifferenza, ma due celebri interventisti come il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini e il direttore de Il Popolo d'Italia Benito Mussolini reagirono con violenza alle parole del Papa. Albertini definì l'"inutile strage" come una «frase dolorosa», ribadendo il carattere di «crociata» del conflitto, definendo i clericali «pseudo-italiani» e invitando i connazionali a guardarsi dalla «serpe neutralista». Mussolini usò un linguaggio anche più violento, parlando di «cintura di salvataggio gettata [...] agli Imperi centrali», di «manifestazione di propaganda banale e criminosa contro la guerra» e di «colpo di traverso» da parte del Vaticano al Regno d'Italia.
A parte i casi di Albertini e Mussolini, la stampa riservò scarsa attenzione all'esortazione papale, e nemmeno i cattolici le dedicarono molto spazio. Alcuni casi rilevanti furono probabilmente quello di Filippo Crispolti, secondo cui l'«inutile strage» era solo un tassello all'interno di un ragionamento del Papa più ampio e complesso, volto a dimostrare che «i cittadini devono continuare a compiere il proprio dovere verso le loro civili autorità, qualunque decisione, di negoziati di pace o di continuazione di guerra, esse abbiano a prendere»., mentre il gesuita Enrico Rosa, direttore de La Civiltà Cattolica, biasimò l'atteggiamento dei giornali come il Corriere della Sera, i quali secondo lui avevano frainteso la «frase scultoria e nel senso del papa verissima, per chi non è accecato dalla passione».