Il Quattrocento in Abruzzo fu caratterizzato da lotte di potere tra diverse famiglie, sismi ma anche da un notevole sviluppo economico: dalla pastorizia, infatti, dipendeva più o meno direttamente almeno la metà della popolazione. Tale sviluppo fu dovuto alla pratica della transumanza, che aveva lo sbocco nelle fiere mercantili di Foggia e partiva dai vari tratturi del territorio aquilano e dalla Maiella, come il cosiddetto "tratturo magno", il più grande, o il tratturo Pescasseroli-Candela.

Nello stesso periodo, Jacopo Caldora accrebbe il suo potere in Abruzzo: fece costruire le fortificazioni di Carpinone (oggi in Molise) e Civitaluparella, e rafforzare quelle di Castel del Giudice (IS) e Pacentro.. Su suo impulso si costruì anche il castello del Vasto e si forticò la città di Ortona..

Numismatica

All'inizio del Quattrocento, Ladislao di Durazzo e i suoi successori, fino a Carlo VIII d'Angiò alla fine del secolo, concessero la facoltà alle maggiori città abruzzesi di battere moneta, dotandosi di una propria zecca. I principali centri di produzione furono Chieti, che ne ebbe il privilegio dal 1459 al 1495, Lanciano, durante gli Angioini, Guardiagrele, che coniò i bolognini presso casa Marini dal 1391,. e Sulmona.. Proprio qui l'attività numismatica prese avvio grazie alle concessioni di Ladislao del 1406 e del 1410. Le monete qui coniate recavano le iniziali dell'emistichio Sulmo mihi patria est, tratto dalla raccolta Tristia di Ovidio, che nacque proprio in città. Tale privilegio durò fino al 1528..

Dopo l'assedio, anche alla città di Aquila fu concesso il privilegio di battere moneta per 5 anni senza versare tributi alla corona, oltre all'esenzione dalla riscossione delle tasse regie per 4 anni.. Ortona ebbe la sua zecca per breve tempo,. così come Atri,. Cittaducale,. Amatrice,. Manoppello. e Tagliacozzo..

La guerra angioino-aragonese

Nell'ambito della guerra di successione tra il casato d'Angiò e quello d'Aragona, l'Abruzzo rimase profondamente coinvolto, specialmente per quanto riguarda le città di Sulmona e Aquila (l'odierna L'Aquila). In quel tempo il capitano di ventura Jacopo Caldora era un importante condottiere del Regno di Napoli, fedele al partito angioino di Giovanna II d'Angiò-Durazzo.. Dal 1424 fu in possesso dell'Abruzzo Citra, dell'Abruzzo Ultra, del Contado di Molise e della Capitanata, e dallo stesso anno fu anche capitano generale dell'esercito regio di Giovanna II per via della sua fama di condottiero.

L'ascesa al trono di Giovanna II

Caldora, nel 1415, era al servizio della regina, Giovanna II d'Angiò-Durazzo, come comandante, insieme a Muzio Attendolo Sforza, delle truppe napoletane inviate negli Abruzzi per impedire il ritorno ad Aquila di Antonuccio Camponeschi.. Tuttavia, la corona sospettò della fedeltà di Caldora, che tra l'altro ebbe l'appoggio di Pandolfello Alopo, prima di cambiare schieramento e diventare favorito e amante della regina. Ciononostante, Jacopo prese parte alle trattative con il Comune quale rappresentante del governo regio. Così facendo, Caldora entrò nella vita politica del regno, ai tempi minacciato dall'opposizione dei baroni contro la regina Giovanna II.

Nel 1417 Giovanna iniziò a vendere dei feudi per avere i fondi contro Braccio da Montone, che minacciava Roma. Tra i vari feudi c'era quello di Agnone (oggi in Molise), nelle mani dei baroni opposti alla regina. Giovanna II si affidò dunque a Caldora per recuperarlo: egli, insieme a Marino da Somma, riconquistò la città e la regina lo ricompensò con la nomina a capitano di Agnone, così come di Minervino e Manfredonia; in più assunse il privilegio di ricevere un quarto delle entrate doganali derivanti dal frumento che arrivava nel porto di Manfredonia. Tuttavia dopo la presa di Agnone, Caldora non ottemperò all'ordine di muovere le sue truppe verso quelle di Attendolo Sforza, per unirle contro Braccio; andò dunque verso l'abbazzia di Casamala, unendosi con alcuni baroni abruzzesi. Sforza attaccò a sorpresa le truppe di Caldora, mandando avanti Perdicasso Barile, dal momento che temeva intrighi tra Braccio e Caldora; ciò portò alla cattura di quest'ultimo. Sergianni Caracciolo, nel frattempo, assunse un ruolo importante alla corte di Giovanna II a causa dell'assenza di Sforza da Napoli, impegnato contro Braccio. Fu nominato infatti gran siniscalco e divenne il favorito di Giovanna.. Quando nel 1418 Attendolo Sforza tornò, cercò di stringere legami con alcuni baroni, pertanto Caracciolo lo attaccò, liberando Caldora e inviandolo contro il rivale.. Sforza, però, temendo un'azione simile, andò verso Napoli, evitando il conflitto. Ci fu in seguito un accordo che permise di placare le ostilità, facendo tornare Caldora ad avere un ruolo importante nella politica napoletana.

Giovanna fu incoronata il 28 ottobre 1419, sebbene la crisi di successione fosse tutt'altro che risolta: Luigi III d'Angiò, infatti, avanzò delle pretese ufficiali sul trono napoletano, contro Alfonso V d'Aragona. Nel 1420 Attendolo Sforza abbandonò Giovanna II e iniziò a sostenere Luigi III, sostenuto da una buona parte della nobiltà. Nello stesso anno la regina nominò Caldora capitano dei castelli abruzzesi di Montesisto, Castiglione, Buccio e Casilitto, ma quando Braccio – passato a sostenere Giovanna II e Alfonso V – andò verso Sulmona, Caldora fortificò Pacentro per evitarne il passaggio. Nonostante ciò, quando Braccio arrivò a Sulmona, Caldora lo fece entrare, chiedendogli di accordarsi con la regina e trovando quindi il supporto di Caldora.

Alfonso V, nel frattempo, si stabilì a Castel Nuovo, mentre Giovanna a Castel Capuano, dal momento che tra i due si ruppero i rapporti a causa del crescente peso politico di Caracciolo. Nel 1423 si arrivò a uno scontro armato tra i due, quando Alfonso fece arrestare Caracciolo e tentò di assaltare Castel Capuano, trovando però resistenza. Con uno scambio di prigionieri, Giovanna fece liberare il favorito, col quale scappò poi ad Aversa. A questo punto Giovanna II dichiarò di non volere più Alfonso come erede, nominando contestualmente Luigi III d'Angiò quale nuovo successore.

L'assedio dell'Aquila

Nel 1423, dopo la rottura dei rapporti tra Giovanna e Alfonso, la regina chiese l'intervento di Braccio – che si fece nominare principe di Capua – con 4000 cavalieri. Egli si mosse dunque verso gli Abruzzi, dove però trovò opposizione ad Aquila, che si rifiutava di accettare la nomina di Braccio come connestabile degli Abruzzi, avvenuta l'anno precedente..

Lo sfregio di Braccio fu di prendere d'assedio i castelli che fondarono la città nel 1266, sotto la protezione di Carlo I d'Angiò, affinché la città restasse senza viveri e uomini per combattere: a uno a uno molti dei castelli furono presi e caddero. Papa Martino V scomunicò quindi Braccio;. si giunse quindi a una coalizione tra la regina Giovanna, il pontefice e il duca di Milano Filippo Maria Visconti per opporsi a Braccio. Giovanna si affidò a Jacopo Caldora e ad Attendolo Sforza, trovando il supporto di Visconti. Lo scontro ci fu il 2 giugno 1424 a Bazzano. Attendolo Sforza doveva giungere in città con 4000 uomini, ma morì annegando nel fiume Pescara, pertanto il comando delle truppe passò al figlio Francesco.

Nel mese di aprile Filippo Maria Visconti, che giocò un ruolo importante nella presa dell'Aquila, mandò il denaro a Jacopo per sostenere l'esercito, affinché Giovanna II tornasse a Napoli. Caldora fu ricoperto di onori e gli fu data carta bianca per andare in Abruzzo a combattere contro Fortebraccio. Jacopo partì con Francesco Sforza, Micheletto Attendolo, Luigi di San Severino e Ludovico Colonna e acquartierò le truppe nella piana San Lorenzo, sotto la basilica di Collemaggio; il 6 giugno ci fu la battaglia decisiva della lega di papa Martino V e Giovanna contro le truppe di Braccio, presso la piana di Bazzano. Braccio venne sconfitto, e il suo esercito disperso; alcuni soldati furono trucidati a Paganica, i cui abitanti volevano vendicarsi delle offese subite.

A causa della vittoria all'Aquila, Caldora assunse una certa rilevanza nel campo militare del regno di Napoli, tanto che nel 1426 fu inviato nello Stato Pontificio a sostenere Martino V contro dei nobili della Marca, su proposta di Giovanna II.

Gli Acquaviva

Gli Acquaviva furono una famiglia nobile di origine abruzzese, proveniente dal feudo di Acquaviva nella Valle Siciliana, sul Gran Sasso. Fu una delle sette grandi case del regno di Napoli. Il 30 aprile 1479, per concessione del re Ferdinando I, affiancarono alla loro dinastia il nome e lo stemma della casata reale, essendo essi imparentati con gli Aragona. Sin dalla nascita della famiglia, ebbero diversi feudi nel teramano e nei pressi del Vomano. Nel 1382 ottennero anche San Flaviano (l'odierna Giulianova) e Montorio, per concessione di Carlo III di Durazzo..

Il conflitto tra i Melatino e i Della Valle

A Teramo, i Melatino e i Della Valle, ricordati poi come "Spennati" i primi e "Mazzaclocchi" o "Antonellisti" i secondi,. furono le due principali famiglie nobili cittadine che si contesero il potere in questo periodo, lottando aspramente tra loro e rischiando più volte di far cadere la città nelle mani dei signori Acquaviva. Il conflitto tra angioini e durazziani era capeggiato in città da Errico di Roberto Melatino e Antonello della Valle, fratello del vescovo. Le origini della contesa sono da ricercare nella cacciata di Melatino dalla città ad opera di Della Valle, insieme con la sua famiglia e i suoi sostenitori, avvenuta nel 1388..

Durante la minore età di Ladislao, il potere regio sulla città divenne sempre più flebile, tanto che sempre nel 1388 a Campli, arrivò il vicegerente d'Apruzzo Andrillo Mormile; a seguito di un incendio nella casa ove alloggiava, gli abitanti di Campli vi entrarono e la saccheggiarono, facendo fuggire Mormile.. Egli si appellò alla reggente Margherita, ma la questione venne indultata. Errico Melatino, temendo di non poter più entrare in città, iniziò a parteggiare per Antonio d'Acquaviva, nella speranza di potersi vendicare contro Antonello della Valle, cedendogli inoltre la signoria di Teramo.. Il 22 novembre 1390 Acquaviva, in compagnia di Melatino, marciò su Teramo non trovando resistenza, dal momento che le guardie erano state corrotte. Della Valle accolse Acquaviva nella sua casa, ma il primo a tradimento venne ucciso a pugnalate. Morto, il corpo svestito fu gettato dalla finestra in mezzo alla strada, sicché un cittadino che aveva subito angherie da lui in passato, riconoscendolo, gli troncò la testa, la innalzò su una picca e la portò per le strade della città. Il cadavere infine fu gettato in un fosso sotto Santo Spirito. Il palazzo Della Valle fu distrutto, e vi venne creato un macello di legno dove, per dileggio, i macellai in ricordo della mattanza del tiranno, ingaggiarono combattimenti con le interiora degli animali..

L'acquisto di Atri e Teramo e la morte di Andrea Matteo d'Acquaviva