Il sito palafitticolo e naturalistico Palù di Livenza è un sito archeologico e naturalistico che si estende tra i comuni di Caneva e Polcenigo nella Provincia di Pordenone, in un'area di circa mq posta nella parte settentrionale del bacino creato dalle risorgive del fiume Livenza.
Dal 2011 è inserito nella Lista del Patrimonio mondiale dell'UNESCO nell'ambito del sito seriale transnazionale “Siti palafitticoli preistorici attorno alle Alpi”, a causa della sua importanza storico-archeologica (insediamento palafitticolo), geologica e ambientale-naturalistica (studio delle ere geologiche e preservazione della biodiversità).
Il Palù è la sola località del Friuli-Venezia Giulia a far parte della serie dei villaggi palafitticoli.
Palù di Livenza Il Palù di Livenza è un'area risorgiva umida che si estende in una vasta depressione naturale di origine tettonica alle pendici dell'altopiano del Cansiglio. L'area è delimitata dalle alture calcaree circostanti, dove fluiscono le due risorgive perenni del fiume Livenza (Santissima e Molinetto; il semi-perenne Gorgazzo si trova all'esterno del bacino) ed è compresa tra i comuni di Caneva e Polcenigo nella Provincia di Pordenone. Il Palù è importante per la sua biodiversità e le caratteristiche territoriali che hanno permesso lo stratificarsi e la conservazione dell'ambiente che si è susseguito nel corso del tempo.
Storia del sito e degli scavi Sino al 1837, data nella quale si decise di effettuare degli interventi per bonificare la zona e, se possibile, renderla produttiva, il Palù era una vasta palude prodotta dalle sorgenti del fiume Livenza, ristagnanti in una depressione strutturale. Sebbene nel corso dei lavori fosse stata segnalata la presenza di resti archeologici nell'area, l'importanza archeologica della località non fu compresa fino al 1965, quando nella parte centro-settentrionale del bacino fu scavato un canale di bonifica che mise chiaramente in evidenza i resti di un villaggio palafitticolo.
Il primo studio riguardante il ritrovamento venne pubblicato nel 1973 da Canzio Taffarelli e Carlo Peretto dell'Università degli Studi di Ferrara e tratta dei numerosi frammenti ceramici e degli strumenti in selce recuperati nel terreno di risulta del canale. Ciò fornì un iniziale inquadramento cronologico e culturale dei materiali, introducendo il Palù tra i siti preistorici italiani allora noti. In quegli anni la parte centrale del bacino risultava impraticabile a causa dell'alto livello della falda acquifera rispetto al piano di campagna e non era possibile effettuare degli scavi stratigrafici con mezzi meccanici. Inizialmente furono quindi intrapresi solo carotaggi, al fine di definire la profondità e lo spessore della stratigrafia archeologica e di raccogliere dati d'interesse geologico.
Dal 1981 iniziarono le prime indagini archeologiche, condotte a cura della Soprintendenza Archeologica di Padova, principalmente ai fini di tutela. Alcuni saggi di controllo effettuati proprio in quell'anno e altri successivi nel 1983 permisero di mettere in luce una parte delle strutture lignee, in particolare numerosi pali verticali infitti nel limo e nelle argille basali, e di recuperare una pagaia di una piroga in legno di frassino. In mancanza di strutture che prosciugassero la zona indagata e ne contenessero le pareti, i saggi incontrarono parecchie difficoltà logistiche.
Sempre nel 1983, alcune esplorazioni subacquee portarono a identificare ulteriori strutture lignee preistoriche in vari punti e consentirono il rinvenimento nell'alveo del ramo Molinetto di strumenti in selce del Paleolitico superiore, dimostrando quindi una frequentazione del luogo molto anteriore rispetto al periodo di sviluppo dell'insediamento. Fino alla fine degli anni ottanta furono condotte nuove campagne di carotaggi manuali e meccanici, che contribuirono a dare un contesto geologico alle scoperte archeologiche. L'ampia distribuzione di resti e strutture lignee preistoriche nella parte sommersa del bacino, ipotizzata a seguito delle esplorazioni del 1983, venne ampiamente confermata a partire dal 1987, anno nel quale gli interventi subacquei ricevettero il supporto del Servizio Tecnico per l'Archeologia Subacquea (S.T.A.S.) dell'allora Ministero per i Beni Culturali.
Tra il 1989 e il 1994, le indagini ripresero a scandagliare la zona centrale del bacino, nuovamente in corrispondenza del canale di bonifica (settore 1), dove fu rilevata un'elevatissima densità di pali e travi lignee. Per poter studiare i resti con maggiore accuratezza e rilevarli e campionarli in maniera sistematica, vennero effettuate due tipologie di azioni: le prime senza intervenire sul livello dell'acqua come intervento di archeologia subacquea dalla Cooperativa Archeosub Metamauco s.r.l. di Padova, le seconde a canale prosciugato, dalla CORA Ricerche Archeologiche s.n.c. di Trento. La campagna di scavo archeologico del 1994, effettuata in maniera tradizionale in presenza di un livello d'acqua corrente di 20-50 cm, indagò invece una zona differente (settore 2); grazie a questa campagna fu possibile mettere in luce e documentare in modo accurato un ulteriore complesso intrico di elementi lignei, campionati per l'analisi dendrocronologica e la determinazione delle essenze arboree.
Nel 1999, nell'ambito del progetto DAFNE, nuove indagini subacquee permisero di verificare lo stato di conservazione del deposito sommerso nell'alveo e di realizzare il rilievo stratigrafico di una sezione sommersa, evidenziando almeno due livelli archeologici distinti.
A partire dal 2002, le iniziative di ricerca scientifica e le attività di tutela competono alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli-Venezia Giulia. Su iniziativa della Soprintendenza, con la supervisione di Serena Vitri, che dal 2009 ne ha seguito la candidatura, nel 2011 il sito è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco nell'ambito del sito seriale transnazionale “Siti palafitticoli preistorici dell'arco alpino”. Il sito seriale raggruppa i più importanti siti con queste caratteristiche, siti che risultano inoltre molto difficili da tutelare e valorizzare.
Fino a quel momento le indagini si erano concentrate principalmente sui settori 1 e 2, che però, a causa degli interventi di bonifica e dei cambiamenti del livello della falda, risultavano poco chiari e troppo alterati. Dopo una lunga interruzione, gli archeologi hanno ripreso le indagini nel 2013, decidendo di indagare una nuova zona (settore 3, di soli 50 mq), scelta per la sua prossimità alle strutture lignee del vicino canale maggiore (settore 1) e poiché, essendo leggermente più in alto, faceva presupporre un miglior stato di conservazione. L'obiettivo preposto era di verificare la consistenza e lo stato di conservazione del deposito ancora sepolto nel sottosuolo e controllare la successione stratigrafica e cronologica. Le indagini, presto interrotte a causa di una intensa perturbazione e riprese nel 2016 con l'ausilio di un sistema di drenaggio, hanno confermato l'ipotesi, mettendo in luce un deposito tardoneolitico ben preservato e inalterato dai lavori che avevano interessato il Palù. Nel 2018 è stato individuato un villaggio palafitticolo più antico dei precedenti; si è provato ad analizzarlo maggiormente con gli scavi del 2020, durante i quali sono stati messi in luce tre livelli di fondazioni diversi, ma che sono stati nuovamente costretti all'interruzione a causa delle condizioni meteorologiche e della conseguente impraticabilità. Gli scavi sono proseguiti nel 2021 e allo stato attuale è stato possibile identificare 5 fasi strutturali del sito archeologico pertinenti ad almeno quattro villaggi palafitticoli differenti che si sono succeduti nel tempo alternandosi a brevi periodi di abbandono della zona.
Dal 2022 è prevista la costruzione di un centro visite che possa trasmettere le scoperte alla comunità e valorizzare il patrimonio scoperto.
Descrizione I risultati dello scavo Nel Palù è emerso un sito insediativo sviluppatosi tra circa il 4.500 e il 3.600 a.C., nel quale sono riconoscibili almeno quattro villaggi palafitticoli che risalgono a epoche diverse. Il sito è stato popolato, con l'alternanza di brevi periodi di abbandono, fino al Neolitico recente, che si conserva ancora in larga parte intatto nella parte più settentrionale del bacino.
Una frequentazione precedente significativa di tutta la zona circostante, sin dalla fine dell'era glaciale, è attestata dal ritrovamento nella parte meridionale di strumenti in pietra del Paleolitico superiore e del Mesolitico, e di numerose selci nell'attiguo bosco del Cansiglio, al tempo utilizzato come riserva di caccia, sebbene in questo periodo non si possa parlare di insediamenti o villaggi, in quanto fino agli ultimi cacciatori-raccoglitori la società era principalmente nomade e ad alta mobilità.
È provata anche una presenza umana sul territorio successiva a questo periodo, ma esterna rispetto alla zona umida, che era inutilizzabile per le coltivazioni e oramai considerata zona insalubre.
Le strutture Essendo il Palù una zona profondamente soggetta al mutamento del livello dell'acqua in base alle condizioni atmosferiche, per lo sviluppo di un villaggio soprastante erano necessarie intricate strutture in legno, più volte adattate o abbandonate e stratificatesi nel corso dell'occupazione. In quest'area sono stati infatti individuati quasi un migliaio di elementi in legno fra pali verticali e travi orizzontali, ognuno con una determinata funzione all'interno del villaggio neolitico.
Gli elementi da costruzione in legno sono differenti in base alla dimensione e al posizionamento e ciò permette di dedurre il loro impiego; per esempio, per quanto riguarda gli elementi verticali, i pali, ricavati da tronchi interi o da porzioni di tronco (mezzo, quarto, scheggia e tavole), si distinguono pilastri di strutture portanti di impalcati aerei, supporti o rinforzi alle strutture portanti, sostegni per pareti o per tramezzi e infine elementi di bonifica del terreno. Per edificare delle strutture, agli elementi verticali sono associati degli elementi orizzontali formati da travi, anche di grandi dimensioni, o assi e travetti più piccoli, tra loro intersecati e uniti ai pali con tecniche differenti; le più attestate sono su pali portanti con funzione di pilastro, con probabile impalcato aereo, o su piattaforma di assi.
Sebbene la pianta generale non sia chiara a causa dei diversi sistemi di fondazione, le numerose strutture in legno individuate, di forma quadrangolare, sono i resti di abitazioni o di costruzioni esterne a esse, come granai e depositi, edificate in una zona dove c'era un livello d'acqua soggetto a costante mutamento, che ha reso necessari elementi di bonifica e di supporto. Grazie alle ricerche si è riusciti a riconoscere e datare alcune di queste strutture, tra cui un sistema di ancoraggio costituito da assi lignee orizzontali, una struttura pavimentale formata da più livelli sovrapposti di travetti e rami coperti da un tavolato ligneo e un recinto di cui si è riconosciuto il perimetro grazie alla dendrocronologia.
Per quanto riguarda i materiali da costruzione, oltre alle strutture lignee, sono stati rinvenuti anche piccoli accumuli di terra mal cotta, che conservano impronte e inclusi vegetali; si tratta di frammenti di intonaco di parete, originariamente di fango essiccato, a fine isolante, o di strati d'argilla stesi sul pavimento per proteggerlo dal calore dei focolari e impedire eventuali incendi. La presenza di un fuoco governato, testimoniato anche dal ritrovamento di una piastra di cottura, o proprio un incendio accidentale, ha cotto questo materiale e ne ha permesso la conservazione. È cosi che dalle impronte impresse su questi residui è possibile riconoscere le strutture delle pareti, solitamente formate da rami intrecciati, e pavimentali; erano proprio i numerosi inclusi vegetali a fare sì che il fango, una volta essiccato, non si fratturasse troppo.