La frazione di Spelonga appartiene al territorio del comune di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Nella «Descriptio Marchie», Antonio Salvi ricorda che è indicata come una: «villa d'Arquata».A. Salvi, Iscrizioni medievali in territorio ascolano, op. cit., p. 58. È il paese più popolato del comune arquatano, il suo centro urbano è costituito da parecchie abitazioni edificate nel XV e nel XVI secolo, molte delle quali conservano l'antico aspetto con le mura in pietra, con scalette esterne e piccoli loggiati. Sugli architravi delle porte, si trovano un po' ovunque epigrafi e bassorilievi; quello più ricorrente reca scolpita la figura di un angelo in volo.N. Galiè e G. Vecchioni, Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., p. 102.
Si raggiunge lasciando la Salaria all'altezza di Trisungo e salendo per la strada SP20 che supera la frazione di Faete ed attraversa un bosco di castagni.
Geografia fisica Spelonga, così come il comune di Arquata del Tronto, ha il territorio compreso tra due parchi nazionali: il Parco nazionale dei Monti Sibillini ed il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il paese gode del panorama sul capoluogo essendo alloggiato sull'altura che fronteggia la Rocca di Arquata del Tronto.
Origini del nome Al nome Spelonga, nei documenti più antichi scritto: «Aspelonga»,D. Nanni, Spelonga, storia - arte - tradizioni, op. cit., p. 5. sono state attribuite diverse origini. Secondo l'interpretazione etimologica di Giulio Amadio il toponimo troverebbe la sua derivazione dal termine «spelonca», ossia una «grotta» che potrebbe essere stata l'abitazione di chi fondò il villaggio che, in seguito, è diventato paese.G. Amadio, Toponomastica marchigiana, op. cit., p. 72. Un'altra ipotesi prende in considerazione il termine tedesco «aspe» che indica una varietà di pioppo, caratteristico per essere lungo ed alto. Dalla stessa parola deriva il termine greco «aspis» che descrive uno «scudo» realizzato con il legno di pioppo. Scudo inteso come riparo suggerisce il significato di «riparo, protezione in genere» e quindi di un luogo ove si trovano riparo e protezione. Ricorda Dario Nanni che il paese era protetto da un recinto che si allungava lungo il fianco della montagna. Questa ipotesi sarebbe sostenuta dal fatto che lo storico ascolano Gabriele Rosa descrivendo l'abbandono della città di Ascoli nell'anno 590, da parte della sua popolazione spaventata dalla minaccia dell'invasione del duca longobardo di Spoleto Faroaldo I, parla di Spelonga ed altri paesi (Capradosso, Pietralta, Venarotta...) come luoghi ove i fuggiaschi trovarono un più sicuro riparo.G. Rosa, Disegno della storia di Ascoli Piceno, Tomo primo, Brescia, 1869. Un'ulteriore indagine vede il nome derivare dai termini latini «aspis» (o aspes) e «longa» ossia lunga, ovvero «"lunga serpe"», probabilmente riferibile alla fauna che è presente nei luoghi che circondano il borgoN. Galiè e G. Vecchioni, Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., p. 19. o dovuta alla forma allungata del paese.
Storia XVI secolo Il processo istruito contro Annunzio di Barnabeo da Spelonga per l'omicidio di Giacomo Antonio figlio di Pietro detto Cerella della stessa Villa
Nella seconda metà del XVI secolo, il 25 luglio 1576, in prossimità della Villa di Spelonga, in via Cupa, presso la località Colle della Cività, è avvenuto il ferimento letale che in breve tempo ha condotto alla morte Giacomo Antonio o Jacoboantonio figlio di Pietro detto Cerella,D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 21. deceduto dopo pochi giorni dal fatto di sangue ed in seguito sepolto presso la chiesa di Sant'Agata.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 24.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 26. L'accoltellamento è stato inferto dalla mano di Annunzio di Barnabeo, mentre era in compagnia dei suoi due presunti complici: Giacomo di Baranabeo e Renzo di Felice.
Per questo omicidio è stato celebrato il processo penale avviato il 26 luglio 1576 D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 22. e concluso l'8 ottobre dello stesso anno.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 162. Il procedimento si è svolto in 18 sedute dibattimentali tenute ad Arquata del Tronto presso il Palazzo del Podestà. Le udienze sono state presiedute da ser Dario Ranieri da Norcia che rivestiva la carica di Podestà di Arquata e suo Contado,D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 170. per nomina diretta dei Consoli di Norcia.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 12. Questi conduceva il contado D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 13. che all'epoca si trovava assoggettato al dominio della giurisdizione politica, amministrativa e giudiziaria del comune umbro. Secondo quanto previsto nella I Rubrica del II Libro dei Malefici dagli Statuti et Reformanze della Communità della Nobil Terra d'Arquata del 1574, risultava essere Giudice del tribunale con «piena iurisdittione, auttorità, potestà, arbitrio et balia, de agnoscere procedere et punire per inquisitione, denuntia et accusa in tutti et singoli di iuridici, et altri in honore de Dio indotti de tutti et singoli malefitii, difetti et delitti da commettersi, nella Terra d'Arquata et suo contado et distretto.» D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 179. Ad affiancarlo vi era ser Giovan Pietro Quarantotti da Norcia che per «apostolica autorità» era «Notaio pubblico registrato nell'archivio della Curia romana, attualmente Cancelliere ed Attuario del Magnifico Signor Podestà e Commissario di Arquata Dario Ranieri.» D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 172. Questi ha avuto cura di redigere ed annotare tutte le dichiarazioni raccolte in giudizio, pronunciate sotto giuramento dei deponenti, durante la trattazione della controversia.
Il manoscritto La ricostruzione dell'attività istruttoria, espletata attraverso la ricognizione e valutazione degli elementi rilevanti per l'emanazione del giudizio, è costituita dall'intera sequenza degli atti giuridici appartenenti al manoscritto del «Processus Homicidij commissi ab Antonio Barnabei de Spelunca in personam Jacobiniantonij Cerella de eadem Villa», conservato presso l'Archivio Storico Comunale di Norcia.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 39. La documentazione racchiude la trascrizione di tutti gli interrogatori e la narrazione delle fasi di carcerazione nella Rocca di Arquata dei 2 presunti complici e delle torture loro inflitte. Il carteggio si sostanzia delle deposizioni di numerosissimi testimoni, sia spelongani, compresi quelli della vittima, del suo assassino, dei presunti complici dell'omicidio, di Pietro detto Cerella padre di Giacomo Antonio e Giovan Francesco di Barnabeo fratello di Annunzio e Giacomo,D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 25. e sia di altri testi provenienti da paesi vicini, che avevano assistito ai fatti. Inoltre sono accuratamente riportate le informazioni dell'attività giudiziaria volta ad accertare le consistenze dei beni della famiglia dell'uccisore che, dopo essere stati inventariati e sequestrati, sono stati venduti per ristorare i creditori.
Gli imputati, la condanna di Annunzio e la scarcerazione dei presunti complici L'azione penale è stata esercitata a carico di 3 accusati, 2 dei quali legati da vincoli di stretta parentela essendo fratelli e collegati da rapporti giuridici di affinità con la vittima Giacomo Antonio. Annunzio, figlio di Barnabeo, inquisito ed incriminato per il delitto D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 27. è stato indicato come responsabile del ferimento e dell'omicidio del cognato Giacomo Antonio che aveva sposato una delle sue sorelle.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 167. Contumace durante tutto il processo, era stato messo al bando tramite l'annuncio del pubblico baiolo con «l'assegnazione di un termine per comparire e difendersi da detta inquisizione». Di questi si era ormai persa ogni traccia e perseverava nella sua latitanza senza che «alcuno incaricato della sua difesa» si fosse presentato nel corso del giudizio. È stato dichiarato colpevole e «condannato alla pena capitale e morte naturale oltre alla confisca di tutti i suoi beni» da punirsi con la seguente formula: «sia amputato e separato il capo dalle spalle» D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 28. contenuta nel dispositivo della sentenza emanata il 22 agosto 1576, durante il pontificato di papa Gregorio XIII.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., pp. 107-111. Il verdetto non è stato eseguito perché dell'assassino non si sono avute più notizie già da poche ore dopo aver accoltellato la sua vittima. Egli è riuscito a sottrarsi alla giustizia pontificia rifugiandosi nel vicino paese di Poggio d'Api che si trovava nel territorio del Regno di Napoli e quindi al di fuori delle competenze giurisdizionali di Norcia. Giacomo di Barnabeo, fratello di Annunzio, accusato, processato e torturato perché ritenuto presunto complice dell'omicida. Il 6 agosto Giovan Antonio Eupizi ha assunto l'incarico di suo difensore, mentre l'imputato era detenuto presso la fortezza arquatana.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., pp. 23-24. Renzo di Felice, cugino di Annunzio e Giacomo di Barnabeo. Negli atti è descritto come loro fratello consobrino, ossia cugino di primo grado perché figlio della sorella della loro madre D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., Nota n. 3, p. 23. ed anch'egli sottoposto al medesimo processo ed alle medesime torture come presunto complice del delitto. Il suo nome sarà citato anche in seguito in alcuni atti dell'archivio arquatano per aver partecipato ed essere stato coinvolto in disordini e scompigli.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., Nota n. 17, p. 42.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 173. Durante il processo, dal giorno 8 agosto, ha avuto come suoi difensori ser Fabrizio Lutio di Arquata e ser Gaspare Cataldi da Piedilama.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., Note n. 7 e n. 8, p. 26.
L'ultimo giorno di detenzione per Giacomo di Barnabeo e Renzo di Felice è stato il 13 settembre, quando il podestà Ranieri dopo averli nuovamente interrogati e sottoposti al supplizio della tortura del tratto di corda ha emanato la sentenza di assoluzione e liberazione.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., pp. 29-30.
Le testimonianze Dal contenuto dei documenti si apprende che i fatti che hanno determinato il ferimento e la conseguente morte dell'accoltellato sono ascrivibili alla sola figura di Annunzio.
Giacomo Antonio, ascoltato sotto giuramento dal notaio Quarantotti presso l'abitazione del padre Pietro a Spelonga, ha esposto la sua verità adducendo di aver visto ed incontrato i tre armati di picche e corsesche in via Cupa, mentre egli stesso girava con un archibugio a ruota. Lo stesso ha indicato come suo feritore Annunzio e gli ha addebitato di averlo colpito con la corsesca. Dopo il ferimento ha cercato di reagire al colpo ricevuto puntando il suo archibugio contro Annunzio, ma l'arma da fuoco si è inceppata al momento dello sparo e ha pertanto rinunciato a usarla per mettersi in salvo. Ha aggiunto inoltre di essere stato inseguito e dai tre che volevano «finirlo di ammazzare», ma il tentativo era stato sventato per l'intervento di alcuni compaesani, presenti nei campi durante la mietitura, accorsi in suo aiuto.D. Nanni, G. Lalli, Spelonga, 25 luglio 1576, op. cit., p. 41.
Nelle dichiarazioni rese da Ulisse Pacifici di Amatrice, che esercitava la professione medica nel territorio di Arquata, si legge che egli ha visitato e medicato, all'alba del giorno seguente, Giacomo Antonio ferito mortalmente al ventre con un'arma da taglio.