Il bombardamento dell'abbazia di Montecassino fu un'azione di guerra avvenuta nel più ampio contesto della seconda battaglia di Cassino. Dopo il primo fallito attacco di gennaio contro le posizioni tedesche sul fiume Rapido/Gari, il comandante della 5ª Armata statunitense generale Mark Clark decise di rinnovare l'attacco a metà febbraio col doppio intento di sfondare le difese tedesche della Linea Gustav che sbarrava la Valle del Liri, e allo stesso tempo distrarre più riserve tedesche possibili dal fronte di Anzio, dove in quel momento le truppe anglo-statunitensi erano alle prese con i contrattacchi nemici contro la testa di ponte.
In base ad errate segnalazioni, e sotto la spinta di alcuni comandanti che ritenevano l'abbazia benedettina posta in cima al rilievo di Montecassino il punto focale della resistenza tedesca nella zona, i comandi alleati in Italia ritennero opportuno distruggere il monastero tramite un bombardamento aereo in modo tale da privare i tedeschi di un importante punto di osservazione e difensivo. Nonostante il massiccio impiego dell'arma aerea il monastero non venne interamente distrutto, e le sue mura perimetrali rimaste in piedi furono immediatamente utilizzate dai tedeschi che si barricarono tra le rovine della struttura continuando ad offrire una efficace resistenza. Viceversa la mancata coordinazione alleata tra le forze aeree e terrestri non permise agli attaccanti di occupare il monastero prima del nemico, ma anzi le forze attaccanti si trovarono impelagate a combattere sulle alture ad est del monastero dove erano ancora presenti salde postazioni nemiche, mentre il contemporaneo attacco frontale verso la valle del Liri si infranse contro le difese tedesche nei dintorni dell'abitato di Cassino.
Fondata da Benedetto da Norcia nel 529 d.C., l'abbazia è il monastero più antico d'Italia, e la sua distruzione divenne uno degli avvenimenti più controversi della seconda guerra mondiale in quanto la devastazione di un manufatto dall'inestimabile valore storico e artistico avvenne senza che a tale azione corrispondesse un effettivo vantaggio tattico per le truppe alleate.
Premesse Dopo il difficile sbarco a Salerno e la successiva entrata nella città di Napoli, gli Alleati si trovarono a dover sfondare la linea Gustav prima di poter conquistare Roma e ricacciare verso nord le forze armate del generale Albert Kesselring. Imperniata sulla zona di Cassino, la Gustav rappresentava un sistema difensivo che collegava la parte più stretta della penisola, tra Gaeta e Ortona, strutturato in modo tale da sfruttare ogni rilievo naturale per dominare dall'alto i numerosi fiumi che attraversano l'Italia centrale, in particolare le valli fluviali del Garigliano e del Rapido dinanzi l'abitato di Cassino.. La città, il cui ingresso era dominato dall'abbazia di Montecassino, rappresentava la porta alla valle del Liri, lungo la quale si estendeva la statale n° 6 Casilina che portava fino a Roma. I vantaggi difensivi naturali del terreno montagnoso attorno a Cassino erano stati migliorati dai tedeschi, che avevano rimosso edifici e alberi per creare campi di tiro, fortificato e ampliato grotte, creato ricoveri sotterranei collegati da gallerie. La Gustav non era in realtà un'unica linea, bensì un complesso di più strati difensivi con posizioni predisposte per contrattacchi immediati nel caso una o più postazioni fossero cadute in mano agli avversari..
Il campo di battaglia di Cassino era dunque dominato dalla millenaria abbazia benedettina di Montecassino, la quale svettava sulla città a circa 526 metri s.l.m., e rappresentava un punto di riferimento storico e culturale molto importante per la cristianità in Italia e nel mondo. Il monastero inoltre conservava al suo interno migliaia di opere d'arte provenienti da Napoli, Capodimonte, Siracusa e diverse altre località, spostate all'interno dell'abbazia per salvaguardarle dalla furia dei combattimenti in corso nel sud Italia fin dall'estate del 1943. E se inizialmente il monastero venne ritenuto un luogo sicuro, in quanto la sua importanza storica lo avrebbe tenuto fuori dai combattimenti, nell'ottobre dello stesso anno per iniziativa di due generali tedeschi i manufatti artistici dell'abbazia vennero in parte portati a Roma e in parte rubati e portati a Berlino. Per decisione del generale tedesco Paul Conrath Montecassino si sarebbe trasformata in un centro di resistenza; nei primi giorni di febbraio sembrò che la battaglia avrebbe potuto risparmiare l'abbazia di Montecassino; ancora il 5, i monaci benedettini poterono assistere ai combattimenti a diverse centinaia di metri dall'abbazia. Ma l'avanzata degli Alleati tolse ogni residua speranza agli abitanti di Cassino che dovettero constatare come, nonostante le rassicurazioni di entrambi i belligeranti, il monastero venisse colpito sempre più spesso dall'artiglieria di entrambi gli schieramenti..
Agli inizi del dicembre 1943 i tedeschi avevano dichiarato "zona neutrale" una fascia di 300 metri intorno a Montecassino e non vi avevano stanziato alcun soldato, ma ciò non impedì loro di utilizzare le caverne vicino alle fondamenta come magazzini per le munizioni, distruggere le costruzioni attorno al monastero e a Cassino per migliorare il campo di tiro, posizionare tutt'attorno mitragliatrici, armi pesanti e punti d'osservazione per l'artiglieria: l'abbazia, di fatto, fu integrata nel fronte difensivo della linea Gustav.. Secondo i resoconti dei monaci la "zona neutrale" fu abolita già il 5 gennaio 1944 e, durante la sua pur breve esistenza, l'abate Diamare ebbe diverse occasioni per lamentarsi delle violazioni tedesche; addirittura, il 26 dicembre, fu lo stesso generale von Senger (che il giorno precedente aveva presenziato con suoi ufficiali alla messa di Natale) a dare ordine di «allestire difese fino alle mura dell'abbazia, se necessario».. A ogni modo furono evacuati anche gli sfollati presenti a Montecassino, fatta eccezione per tre famiglie troppo malate, Diamare e una mezza dozzina di monaci, tra cui l'abate Martino Matronola. Tuttavia l'intensificarsi della battaglia fece sì che diverse centinaia di civili si riversassero tra le mura del monastero, considerato l'unico luogo sicuro..
Gli alleati era ben consapevoli dell'importanza internazionale dell'abbazia di Montecassino; ad ottobre 1943 il comando di Clark aveva sottolineato la necessità di preservare l'edificio, alla fine di dicembre, Dwight D. Eisenhower ribadì che sarebbe stato fatto di tutto per proteggere gli edifici di interesse storico e religioso in Italia, ma nel suo messaggio ai comandanti alleati aveva anche sottolineato che: «Se dobbiamo scegliere tra la distruzione di un edificio famoso e il sacrificio di nostri uomini, allora vita dei nostri uomini conta infinitamente di più e saranno gli edifici ad andarsene. [...] Non può esistere un argomento più forte della necessità militare». Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti si iniziò a discutere sulla legittimità o meno di un'eventuale distruzione dell'abbazia: alla Camera dei lord nei primi di febbraio si parlò di questa ipotesi, e di fronte all'energico discorso dell'arcivescovo di Canterbury a favore della protezione dei «tesori d'Italia», Lord Charles Latham aveva ribattuto: «Io non desidero vedere un'Europa zeppa di monumenti culturali venerati da un'umanità in catene e in ginocchio. [...] Il popolo di questo paese non accetterà che anche uno solo dei suoi figli venga sacrificato senza necessità per salvare un edificio, qualunque questo possa essere».
Processo decisionale alleato Il fallimento della prima battaglia di Cassino nel gennaio 1944 costrinse il comandante della 5ª Armata statunitense Mark Clark a rivedere i suoi piani; non più attacchi frontali ma aggiramento sulle ali, nel tentativo di sfondare la linea difensiva tedesca a sud di Roma (Linea Gustav) e penetrare con le colonne corazzate nella Valle del Liri.. Il maresciallo Harold Alexander, comandante del 15º Gruppo d'armate in Italia, si dimostrò deciso a non allentare la pressione offensiva sul fronte di Cassino a dispetto dello scacco subito, anche perché oggetto di pressioni da parte di Londra e Washington preoccupate dalla lentezza e dagli insuccessi nella campagna d'Italia.. Il 3 febbraio Alexander mise insieme il Corpo d'armata neozelandese al comando del tenente generale Bernard Freyberg e lo mise a disposizione della 5ª Armata: la grande unità era formata dalla 2ª Divisione neozelandese al comando del maggior generale Howard Kippenberger, dalla 4ª Divisione indiana del maggior generale Francis Tucker (che il 6 febbraio, per questioni di salute, cedette il comando al pari grado Harry K. Dimoline), dalla 78ª Divisione fanteria britannica al comando del maggior generale D.C. Butterworth (giunta al fronte solo il 17 a causa della neve che cadeva sul versante adriatico) e rimpiazzò temporaneamente il II Corpo d'armata statunitense inviato nelle retrovie per ricostituire le file dopo le pesanti perdite subite nell'assalto di gennaio.. La 5ª Armata statunitense in quel momento era formata da cinque corpi d'armata: due statunitensi (II e VI Corps, quest'ultimo ad Anzio), uno britannico (X Corps), uno francese (Corps expéditionnaire français en Italie) e appunto, quello neozelandese..
Clark era consapevole della larga autonomia decisionale concessa dai britannici alle forze armate neozelandesi e allo stesso Freyberg. Questi era direttamente agli ordini del primo ministro neozelandese e lo rappresentava sul campo di battaglia; inoltre la divisione neozelandese, come tutte le altre forze del Commonwealth, era stata inviata a combattere dal proprio governo e poteva essere richiamata in ogni momento. L'Australia lo aveva già fatto allo scoppio della guerra nel Pacifico e anche l'opinione pubblica neozelandese favoriva una simile scelta. D'altronde una nazione di appena 2 milioni di abitanti e con il 10% della popolazione sotto le armi non poteva sostenere perdite troppo elevate. Fu proprio l'intervento di Freyberg a far sì che la divisione fosse mantenuta in Europa: Alexander poté così risolvere la penuria di uomini sul fronte di Cassino ma dovette preservare la completa autonomia dei neozelandesi....
Fin dal suo arrivo al fronte, Freyberg riferì al suo governo: «Siamo senza dubbio di fronte ad una delle operazioni più difficili tra tutte le nostre battaglie»., e aveva avvertito il generale Clark che forse sarebbe stato necessario «buttare giù» il monastero. Il nuovo piano elaborato dai comandi alleati prevedeva in origine un attacco dei neozelandesi attraverso le montagne a nord di monte Castellone, ma vi erano forti dubbi sulla possibilità di rifornire e sostenere truppe in posizioni così avanzate attraverso il terreno aspro e ricoperto di neve, e trasferire truppe in quel settore avrebbe richiesto del tempo che i comandi alleati non avevano, ansiosi di lanciare l'attacco in modo tale da alleggerire la pressione tedesca sulla testa di sbarco alleata ad Anzio. Su iniziativa di Freyberg, sicuro dei suoi uomini, si decise quindi di utilizzare i neozelandesi in un attacco frontale fondamentalmente simile al piano di gennaio: la 4ª Divisione indiana avrebbe assaltato il monastero da est, liberato l'altura e sarebbe discesa nella valle del Liri, mentre la 2ª Divisione neozelandese avrebbe passato il Rapido appena a nord di Sant'Angelo, preso Cassino e aperto l'accesso alla valle alla 1ª Divisione corazzata che si sarebbe precipitata alla testa di sbarco di Anzio. Era opinione comune che, con forze fresche, l'operazione avrebbe avuto successo..