Il conflitto in Sudan del 2023 è un conflitto armato non internazionale che ha avuto inizio il 15 aprile 2023 in Sudan, e vede contrapposti due gruppi militari, i cui capi erano anche membri del principale organo esecutivo del Paese, il Consiglio sovrano. Le due principali parti in causa sono le Forze armate sudanesi, capeggiate dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, e dall'altra le Forze di Supporto Rapido (Rapid Support Forces, RSF), un gruppo paramilitare controllato da Mohamed Hamdan Dagalo.

Lo scontro tra queste due fazioni avvenne sia a causa dell'instabilità dovuta alla grave crisi economica del Paese, sia per ragioni politiche: dopo un primo (2019) e un secondo colpo di Stato (2021), un accordo per un periodo di transizione verso un governo civile prevedeva lo scioglimento delle Forze di Supporto Rapido e l'inquadramento dei loro membri nell'esercito regolare. Gli attriti tra Burhan e Dagalo sulle tempistiche e le modalità dello scioglimento furono una delle cause scatenanti del conflitto.

I combattimenti comportarono una gravissima crisi umanitaria: a gennaio 2025 vennero stimate più di vittime, 11 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, e vi furono gravi episodi di carestia. Tra il 22 e il 23 aprile 2024, vennero evacuati per via aerea e navale diversi cittadini provenienti da vari Paesi. La gravità del conflitto spinse Edem Wosornu, direttrice delle operazioni dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, a dichiarare che quello del Sudan "è uno dei peggiori disastri umanitari a memoria d'uomo".

Dopo una serie di successi iniziali delle Forze di Supporto Rapido, tra cui la cattura della capitale Khartum e la conquista di gran parte del Darfur, le Forze armate sudanesi lanciarono una controffensiva che portò alla riconquista di diverse località chiave, tra cui proprio Khartum. Alla fine del 2025 l'esercito regolare controllava la parte orientale e settentrionale del paese. Le controllavano invece la parte occidentale del paese, dove formarono un governo parallelo denominato Governo di Pace e Unità.

Contesto Il Sudan proveniva da un periodo di forte instabilità politica e economica: nell'aprile 2019 il presidente Omar Al Bashir, al potere da più di trent'anni, venne destituito da un colpo di Stato organizzato dai militari e a seguito di partecipate proteste popolari. Anche dopo il colpo di Stato le proteste continuarono poiché il capo della giunta militare, il generale Ahmed Awad Ibn Auf, era considerato troppo vicino a Omar Al Bashir. Poco dopo al posto di Auf subentrò l’ex capo di stato maggiore Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, che si mise a capo di un nuovo organo governativo, il Consiglio sovrano composto da civili e militari. Il vicecapo del Consiglio sovrano era il generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, che esercitava una grande influenza negli affari del paese grazie al controllo del gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido.

Il governo di transizione frutto dell'accordo tra i militari e le forze di opposizione a Bashir venne a sua volta rovesciato da un altro colpo di Stato organizzato dal generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan. Anche in questa occasione, venne creato un nuovo Consiglio sovrano presieduto da Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo. Nel dicembre 2022 venne stipulato un nuovo accordo tra i militari e i gruppi pro-democrazia per la transizione verso un regime democratico. Al pari del precedente accordo del 2019, le tempistiche e la modalità della transizione erano descritte in maniera molto vaga. Fra le altre cose, veniva specificato che le Forze di Supporto Rapido avrebbero dovuto fondersi con l'esercito regolare, ma mentre il generale Burhan proponeva un orizzonte temporale di due anni, il capo del gruppo Dagalo sosteneva che sarebbero serviti almeno dieci anni. Tale differenza di vedute si spiegava con il fatto che l'unione delle Forze di Supporto Rapido con l'esercito regolare avrebbe indebolito considerevolmente il potere detenuto da Dagalo. Le tensioni tra i due militari crebbero rapidamente, con accuse e attacchi reciproci.

Le parti in causa

Forze Armate Sudanesi e Abdel Fattah Burhan

All'inizio del conflitto il generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan era il comandante delle Forze armate sudanesi e il capo del Consiglio sovrano, l'organo esecutivo del Paese formato dopo il colpo di Stato del 2021. Durante il conflitto del Darfur partecipò ai combattimenti come comandante regionale dell'esercito, e ebbe i primi contatti con Mohamed Hamdan Dagalo. La sua ascesa al potere iniziò dopo il colpo di Stato del 2019 e la caduta di Omar al-Bashir e del suo immediato successore, l'allora ministro della difesa Ibn Auf. Da quel momento Burhan, a capo del primo Consiglio sovrano assieme a Dagalo, consolidò il suo potere e il controllo dell'esercito.

Secondo il CIA World Factbook, all'inizio del conflitto l'esercito contava fino a soldati. L'aviazione e i mezzi corazzati sono principalmente di fabbricazione cinese, russa e sovietica, in aggiunta a una produzione interna tramite compagnie statali di sistemi di armamento sotto licenza di origini cinesi, russe, turche e ucraine. L'esercito dispone anche di una marina e di un'aviazione. Le forze armate sudanesi godevano anche del supporto della Central Reserve Police, un'unità di polizia con addestramento militare, comprendente circa unità. Il gruppo opera specialmente a Khartum ed è specializzato in combattimenti in aree urbane.

Forze di Supporto Rapido e Mohamed Hamdan Dagalo

Le Forze di Supporto Rapido (RSF), sono un gruppo paramilitare creato nel 2013 e capeggiato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il gruppo ebbe origine dai Janjaweed, miliziani filogovernativi utilizzati negli anni 2000 dal regime di Omar al-Bashir per reprimere la ribellione in Darfur. Tali milizie erano composte in particolare da combattenti di etnia araba appartenenti alla tribù nomade dei Rizeigat, provenienti dal Darfur settentrionale e dalle zone limitrofe del Ciad.

Dagalo faceva parte dei Janjaweed, e nel 2007 minacciò assieme agli uomini della sua brigata un ammutinamento a causa dei ritardi nelle loro paghe. Riuscì così a stipulare un accordo con Omar al-Bashir, ottenendo le paghe per sé e per i suoi uomini e venendo nominato brigadier generale. Nel 2013 il regime di al-Bashir volle dare un maggior ruolo istituzionale a Dagalo e ai Janjaweed, creando così le Forze di Supporto Rapido, di cui Dagalo fu subito nominato comandante. Nel 2017 le presero il controllo delle miniere d'oro del Darfur, permettendo a Dagalo di diventare uno degli uomini più ricchi del Paese. Una parte consistente delle combatté anche in Yemen e in Libia per conto dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, e il gruppo collaborò con la Russia e il gruppo Wagner per le operazioni minerarie nel Darfur.

Le rimasero sempre un gruppo autonomo scollegato dall'esercito e sotto il controllo diretto di Dagalo. Si stima che all'inizio del conflitto contassero tra i e i combattenti e diverse migliaia di mezzi corazzati. Non disponevano tuttavia di aviazione e avevano prevalentemente esperienza in combattimenti nelle zone rurali del Paese.

Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord

Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan–Nord (Sudan People's Liberation Movement–North, o SPLM–N) è un'organizzazione politica e gruppo militare presente negli Stati di Nilo Azzurro e Kordofan Meridionale. Separatosi dal Sudan People's Liberation Movement dopo l'indipendenza del Sudan del Sud, è a sua volta diviso in tre fazioni, che prendono il nome dai loro rispettivi comandanti: Abdelaziz al-Hilu, Malik Agar, e Yasir Arman. L'SPLM–N (Agar) non è in lotta con il governo, al punto che Malik Agar venne nominato vice capo del Consiglio sovrano al posto di Dagalo a maggio 2023. Al contrario, l'SPLM–N (al-Hilu) entrò nel conflitto a giugno 2023, combattendo contro le forze governative nel Kordofan Meridionale. All'inizio del conflitto si stimò che l'SPLM–N (al-Hilu) disponesse di decine di migliaia di uomini e di artiglieria pesante.

Il conflitto

15 aprile 2023: L'inizio delle ostilità Il 13 aprile 2023 un gruppo di soldati delle Forze di Supporto Rapido con più di 200 veicoli al seguito circondò l'aeroporto di Merowe, dove si trovava una base militare dell'Egitto. Testimoni riferirono anche l'entrata di vari mezzi pesanti nella capitale Khartum. L'esercito sudanese denunciò le operazioni delle Forze di Supporto Rapido, sostenendo che fossero avvenute in modo illegale e senza che ne venissero informati, mentre le dichiararono che si trattavano di normali procedure di ricollocamento di uomini e mezzi. Vari membri del governo sudanese e delle diplomazie internazionali di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea invitarono a una risoluzione pacifica delle controversie e a una futura riunificazione dell'esercito sotto il controllo civile.

Attorno alle 9 del mattino del 15 aprile 2023 iniziarono gli scontri tra l'esercito regolare e i membri delle Forze di Supporto Rapido. Inizialmente gli scontri si erano concentrati in una base militare a sud di Khartum controllata dalle , ma dopo poco tempo si allargarono al palazzo presidenziale, al quartier generale dell'esercito, alla sede della televisione di Stato sudanese, e all'aeroporto della città. Zone vicine a Khartum furono a loro volta coinvolte nei combattimenti, come ad esempio le città di Omdurman e di Bahrī. A Bahrī in particolare l'esercito utilizzò l'aviazione già dal 16 aprile 2023. Gli scontri si estesero anche in altre città del Paese: furono riportati combattimenti negli Stati settentrionali di Nord, Kordofan Settentrionale e Mar Rosso, e specialmente a Port Sudan, Merowe e al-Ubayyid. Anche la regione del Darfur, dove aveva una forte presenza, fu interessata dai combattimenti, specialmente nei pressi di Geneina (Darfur Occidentale) e a Kabkabiya e Al-Fashir (Darfur Settentrionale).

Le informazioni sui combattimenti furono frammentate e confuse: dapprima le dichiararono di aver preso il controllo di varie infrastrutture chiave di Khartum. Successivamente l'esercito sostenne che in realtà queste infrastrutture fossero ancora sotto il loro controllo. Entrambi gli schieramenti fecero uso di artiglieria e mezzi corazzati, e l'esercito ricorse anche all'aviazione. Il giorno successivo risultavano fra la popolazione civile almeno 59 morti e 500 feriti. Anche tre impiegati del Programma alimentare mondiale situati nella città di Kabkabiya vennero uccisi. Un aereo della compagnia aerea Saudia situato nell'aeroporto della capitale prese fuoco e un velivolo del Servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite venne danneggiato come conseguenza degli intensi combattimenti. La fornitura di elettricità venne interrotta in alcune zone del Paese.

Aprile 2023: Le reazioni internazionali e i tentativi di tregua Le reazioni internazionali all'attacco furono generalmente unanimi nel chiedere un cessate il fuoco e una risoluzione pacifica del conflitto. I ministri degli esteri di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti emisero un comunicato congiunto in cui chiedevano una interruzione delle ostilità e il proseguimento delle trattative per un accordo di governo tra civili e militari. Analoghi messaggi vennero inviati da rappresentanti delle Nazioni Unite, dell'Unione africana, dell'Unione europea, dell'Egitto, della Russia e del Ciad, che nel frattempo aveva chiuso il suo confine con il Sudan.