La babesiosi (o piroplasmosi) è una malattia infettiva causata da un protozoo del genere Babesia, capace di parassitare gli eritrociti di mammiferi ed uccelli, tra cui quelli umani. I parassiti appartengono al phylum degli Apicomplexa, classe Haematozoea, subclasse Piroplasmasina, ordine Piroplasmida, famiglia Babesidae. Si tratta di parassiti molto comuni negli animali a vita libera.

Attualmente sono note più di 100 specie appartenenti al genere Babesia ma di queste solo un numero assai limitato è stato identificato come causa di malattia nell'uomo. Negli Stati Uniti d'America la maggior causa di babesiosi è la Babesia microti, un parassita dei roditori, ed ultimamente è stata individuata una specie nuova denominata piroplasma WA1. In Europa la babesiosi è causata dalla Babesia divergens.

Attualmente sono stati riportati, in letteratura, numerosi casi di babesiosi umana localizzati prevalentemente nel nord-est degli Stati Uniti d'America. In Europa la malattia è assai rara.

Biologia

La babesiosi umana è una zoonosi trasmessa da un animale infetto per mezzo di una zecca del genere Ixodes che funge da vettore. Negli Stati Uniti d'America la zecca in questione è la Ixodes dammini mentre in Europa è la Ixodes ricinus. In veterinaria, invece, anche altri generi di zecche possono avere tale funzione.

Le zecche si infettano ingerendo i parassiti contenuti negli eritrociti. Nell'intestino della zecca avviene la fase sessuata della riproduzione della babesia (gamogonia).

Le babesie si possono rinvenire nella zecca circa 10 ore dopo il pasto di sangue. Tra le 46 e le 60 ore dopo possono ancora ritrovarsi all'interno degli eritrociti ingeriti ma alcune di esse (i gametociti) iniziano a formare dei nuovi organelli, in particolare un organulo a forma di punta di lancia detto Strahlenkorper che si ritiene sia coinvolto nella fusione dei gameti. Da quest'ultimo fenomeno si origina lo zigote che successivamente (circa 80 ore dal pasto di sangue) utilizza lo Strahlenkorper per attraversare la parete intestinale ed andare verso altri tessuti.

Dalle cellule epiteliali, in particolare, lo zigote raggiunge le ghiandole salivari attraverso l'emolinfa. A questo punto si entra nella fase di sporogonia con lo sviluppo degli sporozoiti, evento che può essere distinto in tre parti. Nella prima parte il parassita inizia ad espandersi fino a coprire tutta la cellula ospite formando uno sporoblasto multinucleato. Non appena la zecca inizia un nuovo pasto di sangue, comincia il secondo stadio nel quale maturano gli organelli del futuro sporozoita (come, ad esempio, i micronemi e le roptrie). Attraverso un processo di gemmazione, infine, si generano gli sporozoiti che vengono inoculati durante il successivo pasto di sangue. Gli sporozoiti sono grandi 2,2 per 0,8 micron e presentano una morfologia piriforme, hanno un reticolo endoplasmatico liscio, organelli simili a mitocondri, una roptria anteriore ed alcuni micronemi. Si ritiene che da un singolo sporoblasto possano essere prodotti dai 5000 ai 10000 sporozoiti.

Si stima che durante l'ora finale del pasto ematico vengano depositati nel derma adiacente alla bocca dell'aracnide alcune centinaia di sporozoiti che probabilmente vengono aiutati nel processo infettivo dalla saliva della zecca che si ritiene abbia proprietà antinfiammatorie e/o immunosoppressive.

È anche possibile, per alcune specie più grandi delle altre come Babesia divergens, una trasmissione verticale a seguito d'una riproduzione asessuata all'interno dell'ovaio con conseguente infezione congenita delle larve. Lo zigote, adesso denominato oocinete, dopo aver attraversato la parete intestinale, invade altre linee cellulari come quelle adipose o del rene ove va incontro ad un ciclo di divisione. Gli oocineti secondari che vengono così prodotti invadono l'ovaio e così possono trasmettersi alla discendenza.

Durante il pasto di sangue gli sporozoiti contenuti nelle ghiandole salivari vengono immessi nel sangue dove vanno ad infettare gli eritrociti. In alcune specie di Babesia, comunque, quest'ultimo è un evento secondario che si verifica dopo l'invasione dei linfociti. Gli sporozoiti che hanno invaso i linfociti si differenziano in schizonti multinucleati che successivamente, per gemmazione, danno origine a merozoiti che lisano la cellula ospite. I merozoiti liberatisi vanno, successivamente, ad invadere i globuli rossi, evento che si verifica anche per gli sporozoiti delle specie di Babesia che non hanno uno stadio preeritrocitario. Il microorganismo penetra nel globulo rosso tramite un fenomeno d'invaginazione, con formazione d'un vacuolo parassitoforo la cui membrana va incontro a disgregazione con liberazione del parassita piriforme

All'interno del globulo Rosso i merozoiti o gli sporozoiti si trasformano in trofozoiti che si dividono per scissione binaria dando origine a dei merozoiti (fino a quattro per volta) che, visti al microscopio ottico, possono assumere varie forme, da quelle ad anello fino a quella d'una croce maltese. La formazione dei merozoiti, comunque, può portare alla lisi dell'eritrocita. Alcuni trofozoiti, invece, aumentano di dimensioni e, dopo essere stati ingeriti da una nuova zecca, nel suo intestino danno origine a dei gametociti che, una volta usciti dai globuli rossi, si sviluppano a formare dei gameti.

Epidemiologia Si ritiene che la babesiosi possa aver portato problemi agli esseri umani sin dalla preistoria attraverso l'infezione degli animali da allevamento. Il genere Babesia venne comunque formalmente identificato nel 1888 ad opera di Victor Babeș che stava studiando la causa della emoglobinuria febbrile nella mucca. Poco tempo dopo si scoprì che le zecche funzionavano da vettori per la trasmissione di Babesia bigemina.

Altre modalità di trasmissione della babesiosi comprendono le trasfusioni sia di sangue intero che di emocomponenti (come eritrociti o piastrine), in cui pare che il parassita possa sopravvivere fino a tre settimane anche se congelato, ed anche la via transplacentare, anche se sono stati identificati solamente due casi di tal genere.

Il primo caso di babesiosi umana descritto risale al 1957 nella ex Jugoslavia. Si trattò d'un agricoltore splenectomizzato che venne a morte, a causa d'una insufficienza renale dopo un quadro clinico grave con presenza d'anemia, emoglobinuria e febbre, per un'infezione da Babesia bovis.

Successivamente in Europa sono stati descritti circa trenta casi causati, il più delle volte, da Babesia divergens (qualche autore sostiene che anche il caso del 1957 potrebbe essere stato causato da Babesia divergens la quale è difficile da distinguere morfologicamente dalla bovis). Altri casi sono stati attribuiti, o tramite un'indagine morfologica o per mezzo delle caratteristiche antigeniche, a Babesia canis, Babesia microti oppure ad altre specie non riconosciute con certezza. La mortalità, in base alla casistica, risulta essere abbastanza elevata (circa il 40%), specie in soggetti immunocompromessi, anziani o sottoposti a splenectomia. Molti dei casi si sono verificati in Francia o sulle isole della Gran Bretagna ma si ritiene che la distribuzione sia in realtà sottostimata.

Recentemente, per mezzo delle moteodiche di biologia molecolare è stato caratterizzato un ceppo, denominato EU1 (da European union 1) responsabile di due casi, rispettivamente in Italia e Francia, la cui comparazione con altre sequenze ha indicato delle analogie con Babesia odocoilei che parassita i cervi.

Negli Stati Uniti d'America la babesiosi umana è causata soprattutto, come precedentemente riportato, da Babesia microti, che venne identificata in Peromyscus leucopus negli anni 1930. Solamente nel 1976, comunque, Peromyscus leucopus venne riconosciuto come reservoir. La babesiosi venne considerata, negli Stati Uniti d'America, una patologia comune in molti animali senza diretto interesse per l'uomo fino agli anni 60, epoca in cui vennero riportati casi d'infestazione in persone dell'isola di Nantucket. Da allora la babesiosi umana, nelle aree del nord est del paese, sta diventando una patologia relativamente comune con centinaia di casi descritti.

Sebbene siano stati riportati 136 casi di babesiosi nell'area di New York tra il 1970 ed il 1991 e 160 a Nantuck tra il 1969 ed il 1998, si ritiene che il numero d'infestazioni sia molto più elevato. Alcuni dei casi si sono verificati a seguito di trasfusioni, mentre in Europa non si è a conoscenza di simili situazioni.

Recentemente, inoltre, il quadro epidemiologico si è allargato grazie all'identificazione di stipiti di Babesia ancora non precisamente classificati, WA1 (da Washington), CA1 (da California) ed MO1 (Missouri), che presentano una reattività crociata (in immunofluorescenza indiretta) con una specie di Babesia canina. L'analisi delle sequenze, invece, ha permesso d'identificare delle analogie con ceppi isolati da pecore e cervi selvatici.

Indagini sierologiche hanno riportato una prevalenza degli anticorpi contro Babesia microti tra il 3 e l'8% in una popolazione di donatori di sangue. Uno studio californiano ha riportato una prevalenza del 16% di anticorpi contro l'organismo WA1 (anche se vi sono dubbi sulla specificità della metodica).

Negli Stati Uniti d'America, la mortalità da Babesia microti è all'incirca del 5%. In Asia la babesiosi umana è causata da specie simili a Babesia microti ma diverse dal punto di vista antigenico o molecolare. In Giappone si è registrato il primo caso nel 1999. In Africa sono stati segnalati dei casi ma resta il problema importante della diagnosi differenziale con i plasmodi malarici. In Italia, fino ad adesso, è noto un solo caso di babesiosi; nel resto del mondo sono stati descritti pochi altri casi di babesiosi umana.

Parlando di zecche come vettori, rimane ancora molto importante l'eventualità di coinfezioni con la malattia di Lyme o l'ehrlichiosi come già dimostrato da studi sierologici.

Patogenesi La patogenesi dell'infezione da Babesia è da ascriversi sia alla lisi degli eritrociti infettati sia alla loro aderenza ai vasi sanguigni. Si ritiene che l'emolisi (che pare essere sia intra che extravascolare) sia causata dalla riproduzione asessuata con formazione dei merozoiti ma si è anche notato che la gravità della malattia non sempre correla con la parassitemia. I globuli rossi infettati, in effetti, si dimostrano essere deformati e più rigidi della norma il che dovrebbe causare un loro sequestro da parte della milza. Si è notato, tuttavia, che diverse specie di babesie possono evitare un tale fenomeno attraverso diversi meccanismi. Ciò fa sì che le emazie infette continuino a circolare e che possano rimanere bloccate in masse coagulate. Secondo altri studi, la citoaderenza dipenderebbe anche da fattori prodotti dai parassiti.

Anatomia patologica Nel caso di soggetti non splenectomizzati colpiti da babesiosi, non si riscontrano alterazioni a carico d'organi o tessuti. Nelle persone sottoposte a splenectomia e deceduti per la forma fulminante della malattia si sono notati quadri dovuti all'elevata emolisi e necrosi tubulare a livello renale cui sono associati: presenza di edema, frammenti d'emazie a livello capillare e depositi d'emoglobina. Sebbene a livello encefalico sia stata notata una lieve iperemia senza che venissero rintracciati eritrociti adesi all'endotelio, come invece succede nella malaria perniciosa da Plasmodium falciparum.

Immunologia Al momento tutti i mammiferi studiati si sono dimostrati in grado di sviluppare una risposta immune dopo un episodio d'infezione da Babesia o a seguito d'una vaccinazione. Dopo il pasto di sangue della zecca gli sporozoiti si trovano per un po' di tempo nel circolo ematico e, durante questo stadio, eventuali anticorpi di tipo IgG possono legarvisi e neutralizzarli.